venerdì 10 marzo 2017

Dal romanzo di Claudio Montini "IL DESTINO E' UN'AMANTE SENZA PIETA' "- 2016- StreetLib Selfpublishing....

Ventunesimo capitolo: 
Non sparate sul pianista

di Claudio Montini

Prima, una porta chiusa con la foga di chi l'avrebbe voluta scardinare e rompere sulla testa di un interlocutore che, per mille ragioni, non si poteva altrimenti mandare a quel paese; poi, una motocicletta, forse tutta cromata e forse no, che si allontanava sbraitando dalla marmitta ogni marcia del motore in un crescendo rossiniano; alla fine tornò la quiete fittizia condita col rumore di fondo del traffico attutito dalle barriere dell'autostrada, mescolato al buio pesto debolmente attenuato dai colori dell'insegna luminosa sul tetto del motel e dai lampioncini col numero della stanza: con tutto ciò, la Signora spalancò gli occhi e tentò di rizzarsi seduta sul letto, preda di un panico ancora incosciente come se non avesse udito la sveglia e fosse in ritardo per un'appuntamento. L'emicrania strinse d'assedio le tempie e aggiunse dolore al fastidio di dover riemergere dalla profondità di un sonno finalmente sereno e disteso, a guisa di balena che interrompa la scorpacciata di plancton degli abissi onde riguadagnare la superficie del mare per respirare.
Accese un lampo di luce solo per rendersi conto dove fosse e per vedere che non ci fossero sveglie martellanti sul comodino: no, la testa rimbombava per altri motivi. Si lasciò ricadere sul cuscino confidando in un rapido soccorso del dio del sonno affinché le concedesse, se non l'oblio d'un sogno, almeno la fine della pressione che attanagliava la scatola cranica: rumorosamente, una bolla d'aria e vapori alcolici risalì il tubo digerente e dissolse il cerchio alla testa, rilassando il resto dei muscoli ma caricandoli di una spossatezza paralizzante. D'accordo, un rutto non fa primavera ma muove la classifica e l'emicrania pareva quietarsi; dopo tutto quello che aveva mangiato e bevuto da Oscar, sopratutto bevuto, quello era il minimo che le potesse accadere: avrebbe potuto anche vomitare tutto e soffocarsi come una vecchia baldracca ubriacona, abbandonata chissà dove e ritrovata quando era ormai troppo tardi. Un po' baldracca lo era stata, è vero; ma non sarebbe mai diventata vecchia: l'aveva deciso prima di partire con Valkowskij, appena uscita dallo studio del notaio Carcangiu, no, appena Giustina aveva apposto l'ultima firma sui documenti.
Ecco, doveva rimanere sobria e lucida fino al termine del funerale di Amedeo, cioè quando i muratori avrebbero cominciato a posare la malta e poi una fila di mattoni forati e poi ancora malta e ancora altri forati, fino a chiudere il loculo mentre spremute di falangi e abbracci condivano la successione di condoglianze, lacrime e occhi arrossati o pronti a esondare sulle guance. Ogni cosa a suo tempo, disse a se stessa coprendosi il viso con le mani e lasciandole cadere sul petto: c'era una coperta leggera tra i palmi e i suoi vestiti e una serie di domande che frullavano per la testa in cerca di risposta. Avrebbe voluto alzarsi e spogliarsi, magari farsi una lunga doccia calda e infilarsi di nuovo a letto, ma dentro le lenzuola per scrollarsi di dosso quella stanchezza che appesantiva e indolenziva ogni centimetro cubo della sua carne: ma quel pensiero, quel desiderio una volta tanto logico, rimase un lampo muto e senza bersaglio. Inutile indovinare dove fosse finito Valkowskij, perchè l'avesse depositata lì e, quel che è peggio, che diamine di posto fosse quello. Troppe domande tutte insieme: le palpebre si erano già richiuse, la testa reclinata e il respiro s'era fatto regolare.
Era mattino o giorno pieno? Era primavera oppure estate? L'aria era tiepida, profumata di fiori e di frutta e di erbe della sua terra, il cielo non aveva nuvole e il mare si intuiva dagli scrosci delle onde che si infrangevano sugli scogli; l'odore del mare, il sentore di alghe e salsedine, si insinuava tra gli altri aromi invitandola a scendere il viale di ghiaietta bianca, limitato da lavanda e rosmarino che si alternavano senza soluzione di continuità, fino alle sbarre di un cancello di ferro nero che si stagliava contro la coda bianca di un pianoforte da cui saliva una flebile melodia. Alle spalle lasciava un viale di platani con fiori finti legati ai fusti e qualche foglia ingiallita sull'asfalto: automobili di varia foggia e colore sfrecciavano nelle due direzioni, ma ormai non la interessavano più. Era attratta dalla musica, sebbene non capisse ancora dove fosse capitata e neppure come: stringeva in cuore solo l'intima certezza di dover scendere fino alla terrazza su cui stava quel pianoforte che stava suonando; una volta lì, appoggiata alla balaustra sicuramente a picco sul mare, ad occhi chiusi, avrebbe goduto della sapiente danza delle dita del suonatore sul tappeto d'ebano e d'avorio mentre l'alito del mare avrebbe gonfiato la sua veste di lino e scompigliato i suoi capelli. Nonostante fosse scalza, corse fino al cancello come se camminasse sul pavimento in cotto di Villa Gelsomina: le parve addirittura di volare. Varcata la soglia, però, avrebbe voluto scappare, tornare indietro, chiudere gli occhi con forza e riaprirli di scatto sul buio che avrebbe dovuto circondare il suo letto. Lo fece più volte ma non ottenne nulla; provò persino a ritornare sui suoi passi, ma il cancello si allontanò da lei e si chiuse saldamente davanti al suo naso. Era in trappola, era sola, aveva paura e non era la prima volta che accadeva; ma qui e ora, accidenti, stava sicuramente sognando e non avrebbe voluto vedere Amedeo seduto al pianoforte che suonava Gershwin con tanto di smoking e cravattino a farfalla, come se fosse sul palcoscenico del Radio City Music Hall o in qualche locale elegante a Las Vegas. Lui le sorrise inclinando la testa di lato e dondolandola, per sottolineare la linea sincopata della melodia; poi, parlò seguitando a suonare.
« Benvenuta nella terra di nessuno, l'ultima stanza dove i due mondi si intrecciano, si toccano e si parlano; l'ultima spiaggia dove passeggia la giustizia mentre aspetta la verità: questo è lo scoglio su cui naufragano le buone intenzioni e ogni ingenua illusione. Bada che in pochissimi hanno questa opportunità: è data solo a chi ha tanto amato o tanto sofferto. Questa sarà l'ultima volta che ci vediamo; il mio bilancio è già stato chiuso e approvato: sono in cammino per la nuova meta: incontrarti qui e in questo modo, ne è la prima tappa. »
La Signora si era avvicinata al pianoforte, senza staccare gli occhi da Amedeo, fermandosi alla punta arrotondata come se volesse sottolineare quanto fossero l'uno agli antipodi dell'altra: lui morto che parla e lei vittima di un brutto sogno ma, in fondo, viva; il coperchio era chiuso e il piano candido era come un bizzarro tavolo su cui erano disposti altrettanto curiosi oggetti: due volumi ponderosi, due proiettili, varie fotografie e una pistola che riconobbe immediatamente; non prestò molta attenzione ai due libri o alle fotografie, perchè pensò che avessero attinenza col bilancio cui faceva riferimento Amedeo che, quasi avesse letto i suoi pensieri, accennò alla pistola semiautomatica lasciando che le sue dita danzassero imperterrite sui tasti bianchi e neri.
«Quella la stanno ancora cercando, Del Bosco e Campoporzio; si augurano di trovartela addosso, così resterebbe loro soltanto il compito di ammanettarti, tradurti nelle patrie galere per farti comparire davanti a un giudice: ma i loro auspici saranno soddisfatti solo a metà... Valkowskij sa bene che te la porti appresso ma ignora lo scopo per ilqualete lasei portata appresso anche questa volta: del resto, ti ha insegnato a usarla, fin troppo bene a mio parere, e mantenerla efficiente e il suo compito ha sempre pensato che fosse finito lì...» aggiunse il pianista ultraterreno avviandosi alla conclusione del brano.
Quando smise di suonare, la fissò puntando lo sguardo dritto nelle sue pupille e assumendo un'aria seria.
« Quelli, invece...Sì, quei due proiettili sono proprio quelli che tu hai regalato a me, tre giorni fa, in treno: dato che a me non servono più, te li restituisco e, mi raccomando, fanne buon uso... »
C'era amarezza e non sarcasmo, nella sua voce, ma la Signora non apprezzò né l'una né l'altro e puntò l'arma a braccia tese contro colui che sapeva troppo e poteva ancora romperle le uova nel paniere: Amedeo sapeva già come si sarebbe conclusa l'intera vicenda e assunse un'aria mesta, rassegnata alla cecità e alla miopia dei viventi. Le voleva ancora bene, nonostante tutto, così come ne voleva a chi aveva incrociato la sua rotta e ne aveva condiviso un tratto scambiando affetto, attenzione, sostegno reciproco ma che sarebbe rimasto a ricordarlo nella valle di lacrime. Se avesse potuto, l'avrebbe dissuasa dal mettere in atto il suo piano ma, nella terra di nessuno, quella cosa non era stata concessa nemmeno al figlio di Colui che Lassù Risiede quando aveva rinegoziato i patti fra i figli dell'uomo e il Padre suo.
«Ehi! Non li leggi i cartelli?» protestò Amedeo.
«Quali cartelli?!?!?» replicò stupita la Signora.
«Da qualche parte ne hanno messo uno grosso così che dice NON SPARATE SUL PIANISTA! TANTO E' GIA' MORTO!!»
Spalancò la giacca e mise in mostra la camicia con i due fori d'entrata ancora lordi di sangue, sul petto all'altezza dello sterno: tanto bastò perchè il terrore puro si impadronisse della donna che scaricò mezzo caricatore sulla serratura del cancello. Quest'ultimo non si fece un graffio ma si aprì ugualmente e la vide correre senza voltarsi lungo il vialetto, barcollare e incespicare sulla ghiaia, rialzarsi e seguitare a correre verso la strada trafficata. All'ultimo metro, cadde di nuovo e perse la pistola che volò tra una lavanda e un rosmarino mentre tentava di ammorbidire l'atterraggio sulla ghiaia, istintivamente, coi palmi aperti e le braccia pronte all'impatto. Si risvegliò sudata, ammaccata, stropicciata e bocconi sulla moquette della stanza di motel dove l'aveva deposta Dimitrij Nikolaevič dopo la bisboccia da Oscar e l'addio a Pavia.


(c) 2016 Testo di Claudio Montini tratto da IL DESTINO E' UN'AMANTE SENZA PIETA' StreetLib Selfpublishing 
(c) 2016 Immagine di Orazio Nullo per VideoKlaut66 

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