venerdì 17 marzo 2017

"Ci vediamo per San Patrizio" - da CAMERE AMMOBILIATE PER VIAGGIATORI OCCASIONALI - 2015 - Youcanprint Selfpublishing

Ci vediamo per san Patrizio


di Claudio Montini

Il bollitore fischiò la fine del suo lavoro come un'arbitro di linea, di solito, fa con gli americani che mettono un'ombra di piede sulla riga di bordo campo oppure si lanciano a canestro dopo un'infrazione di passi, immaginando di avere tra le mani la testa dell'arbitro stesso e non la gonfia a spicchi arancioni da schiacciare nell'anello perpendicolare al tabellone. Naturalmente senza appendersi perchè questi ultimi hanno la spiacevole tendenza ad andare in frantumi, come i cristalli delle automobili presi a sassate. Sollevò a malincuore lo sguardo dalla pagina di SuperBasket che stava leggendo, anzi, mandando a memoria e chiuse il gas; prese la tazza e il filtro con il the, cavò dalla dispensa un barattolo nuovo di miele e la scatola dei biscotti di riso; doveva solo aspettare che suonassero alla porta e si accomodassero, ciascuno al suo posto, per poter portare in tavola tutto il necessario per il loro rito ultradecennale. «Finchè andiamo e veniamo, nessuna paura..» «...con la democrazia!» Aggiungeva prendendo i loro giubbotti, cappelli o giacche a vento. Erano le loro parole d'ordine ed erano le sole cose che li legassero ancora al paese da dove erano scappati per la disperazione tanti anni prima: in cerca di fortuna, dissero a chi restava, in cerca di un'altra vita, di benessere e amore senza paraocchi, pensarono indipendentemente gli uni dagli altri. L'Europa era zeppa di soldati e macerie e fantasmi viventi che, liberati dai reticolati spinati ed elettrificati, non avevano più una casa o una famiglia dove tornare perchè l'una era stata centrata da una bomba piovuta dal cielo, l'altra vi era salita nascosta dalle volute del fumo soffiato da una ciminiera. Loro erano stati più fortunati, ne erano divenuti consapevoli solo durante il viaggio verso il nuovo mondo; la nave carica di straccioni ottimisti riportava a casa anche i soldati che li avevano liberati dalla fabbrica sotterranea, dove erano stati internati dopo il rastrellamento alla stazione ferroviaria. Niente più versioni di greco o problemi di ragioneria o estimi di fabbricati per i due anni successivi a quel giorno, ma ore e ore di forgia, fucina, pressa e trapano o miscelatori e reattori di sostanze aspre e nauseabonde e irritanti, valvole e tubi e serbatoi da controllare, da montare, da riparare. Riposando pochissimo, mangiando peggio e finendo spesso bersaglio delle paturnie dei carcerieri; poi erano arrivati quegli americani taciturni e curiosi allo spasimo, con il loro plotone di traduttori, prolungando la prigionia ma rendendola meno disagevole: dalla fraternizzazione con quei soldati dal cognome italiano, ma che pensavano in inglese, cui avevano ripetuto fino alla nausea i passaggi del lavoro che si faceva lì dentro, nacque l'idea di cambiare aria se in Italia le cose non fossero ripartite col piede giusto. Le giornate avevano assunto un ritmo più umano e i pasti erano regolari e abbondanti, anche se ogni occasione era buona per sentirsi rivolgere domandi incalzanti; possibile che nessuno, fuori nel resto del mondo, sapesse nulla di quanto era accaduto lì e che loro, i liberatori, fossero capitati lì per caso? Poi, un giorno d'estate forse, li portarono tutti fuori sul prato davanti all'ingresso della grotta che ospitava la fabbrica: l'erba era rigogliosa e se ne era andata anche un po' a spasso per i binari della ferrovia che, partendo dal ventre della montagna, si perdeva nella pianura fino alla linea dell'orizzonte; di là si vide un pennacchio di fumo bianco avvicinarsi e farsi, via via, più palese la sagoma di una vaporiera: un brivido di commossa felicità attraversò le schiene di molti perchè, forse, era la volta buona che si tornava a casa. Vennero scaricati nuovi soldati e gru semoventi, oltre a vestiti e cibo, dal treno che ripartì con quelli che non avevano accettato di fermarsi, ancora qualche mese forse meno, a smontare e impacchettare quella fabbrica che interessava tanto gli americani: ciò che li spinse a restare era la possibilità di tornarsene da quella disavventura con qualche soldo in tasca. Questa era la spiegazione che lui, in particolare, aveva sempre dato a chiunque l'avesse interrogato: dal primo passo compiuto sul suolo patrio erano stati troppi, per i suoi gusti, a farlo e a guardarlo con sospetto, come se fosse stato in villeggiatura e non in un campo di lavoro coatto durante la guerra che aveva martoriato e diviso lo stivale italico. La colpa, se saper far da mangiare anche con niente può esserlo, era stata di Saverio e Michele che convinsero il primo sergente O'Malley a lasciarli lavorare alla cucina da campo che preparava i pasti per truppa e civili aggregati: con le scatolette del suo zaino e di alcuni uomini del suo plotone, il calabrese e il campano imbandirono un pranzo di nozze per il generale che era capitato lì per un'ispezione a sorpresa. Franklyn Pertusi, il traduttore canadese, fece da mediatore e da garante per loro due, a dire il vero, perchè a Boston gli italiani erano fumo negli occhi per gli irlandesi e il sergente, da civile, aveva preso più di una fregatura dai figli della terra di Dante e Virgilio e anche qualche legnata: salomonicamente, Franklyn decretò che O'Malley avrebbe controllato la cambusa e gli approvvigionamenti, mentre i Dioscuri italici avrebbero avuto sovranità su pentole e padelle, con la promessa di non avvelenarsi reciprocamente l'esistenza. Saverio e Michele sapevano farsi voler bene e, a poco a poco, penetrarono la corazza e conquistarono il cuore di "zio Jimmy", come presero a chiamarlo, fino al punto di insegnarli quelle quattro parole di italiano che conoscevano in cambio dell'inglese necessario a farsi capire dagli altri soldati, quando Pertusi non era a portata di mano. Si mangiava bene e si lavorava sodo, su due turni perchè la notte è fatta per dormire, secondo l'opinione del colonnello Beardsley, così come il the agevola la digestione, dopo pranzo e un buon wishky concilia il sonno dopo cena. Se le portatono da lì, quelle abitudini, per tutta la vita ed esse non fecero altro che aumentare la nostalgia per quei giorni: gli americani furono di parola, pagarono il dovuto e li portarono in treno fino a Milano da dove si sarebbero poi dispersi per le rispettive regioni, nelle contrade e nei borghi natali, mentre il convoglio avrebbe proseguito per Genova a imbarcarsi tutto intero per l'America. Questa era quello che aveva ipotizzato lo stato maggiore del colonnello Beardsley, ma non era quello che avevano in mente Michele e Saverio: erano scappati dalla miseria e dalla fame già prima della guerra e del rastrellamento che li aveva portati fin lassù in Germania, mancavano da troppo tempo perchè non li pensassero periti lontano da casa e, comunque, si erano ripromessi di non tornare per morire da poveri. Ne parlarono a lungo con Franklyn Pertusi, perchè lui non faceva altro che decantare la magnificenza e la nobiltà del Canada rispetto alle "colonie ribelli", giusto per stuzzicare il sergente O'Malley che faceva spallucce e rispondeva alle provocazioni affermando che, se fosse campato a lungo, le sue ossa le avrebbe fatte sotterrare nella contea di Cork, nella verde Irlanda da cui erano andati via i suoi vecchi. Franklyn fece quello che avrebbe fatto anche in seguito, da politico: promise loro che ci avrebbe pensato su, disse di non preoccuparsi che la soluzione c'era senz'altro ma che doveva vedere delle cose e delle persone, distribuì sorrisi e pacche sulle spalle rassicuranti ma non strinse mai mani. Chi fece davvero il lavoro sporco e si dannò l'anima per tutti loro, anche negli anni successivi, fu il sergente Seamus Patrick O'Malley; Dio solo sa quanto ci tenesse ad essere chiamato così da irlandese vero e fiero e non James come compariva sui documenti, che spesso si dimenticavano del secondo nome: perchè se la pelle era a stelle e strisce, il cuore era trifoglio di san Patrizio e tricolore di Dublino, ostinato e generoso ma sempre pronto a rispettare la dignità e a riconoscere il valore. Era per lui che, ogni anno da quel maledetto giorno, da qualunque parte dell'America o del mondo fossero andati a sbattere, si ritrovavano tutti lì a casa sua a bere un the nel pomeriggio, poi andare al cimitero a trovarlo e a prendersi una sbronza al circolo dei reduci in fondo a Main Street, prima del porto, dopo aver cenato. Un uomo è fortunato quando, nel bisogno e nella tribolazione, trova un'amico che tende la mano e lo cava dai guai, senza che lui lo abbia mai cercato e senza chiederti nulla: in tempi diversi per ciascuno, loro avevano trovato O'Malley. Poi aveva accompagnato anche i loro momenti belli, stando sempre in seconda fila, sebbene loro lo considerassero uno di famiglia: mancava a tutti e gli occhi si facevano lucidi lucidi quando, furtivamente, guardavano in direzione del posto vuoto a tavola, quello dove mettevano sempre la fotografia in cui sorrideva pregustando i giorni della pensione. Fece in tempo a goderne troppo pochi e non importa se, come seppero tempo dopo dalla moglie, il cancro se lo sarebbe divorato in tre mesi: non era giusto morire per mano di uno sbarbatello in crisi di astinenza, dovevano lasciare che Saverio facesse a pezzi a suon di schiaffoni quel cretinetti e Michele lo passasse al tritatutto per il pastone che regalava al canile muncipale o ai gatti del quartiere. Ma quella sera, a festeggiare il pensionamento di "zio Jimmy", c'era anche Franklyn Pertusi che festeggiava la nomina ad amabsciatore presso le Nazioni Unite per il Canada: non aveva perso il vizio di andare in fuga per mettere alla prova i suoi apparati di sicurezza; fu lui a chiamare la polizia, a fermare Saverio e a costringerlo a salutare, come tutti gli altri senza piangere di rabbia e di dispiacere, Seamus Patrick O'Malley che boccheggiava tra le braccia della sua Rosalia Cadesana, per cui aveva preso legnate dai fratelli di lei che non volevano un irlandese in famiglia ma, tutt'al più, un'altro paisà. Prima della tragedia, stava raccontando che lei lo aspettò per tutti gli anni della guerra e, per evitare equivoci e ripensamenti delle famiglie, durante una licenza dall'addestramento trascorsero due giorni in un motel poco lontano dalla base, mentre Little Italy era in subbuglio per la ragazza sparita nel nulla: una fuitina in piena regola, spiegò il tenente canadese che lo difese davanti all'improvvisata corte marziale, aggiungendo che avrebbe parlato lui con la famiglia della ragazza, date le comuni origini italiane, per concordare le nozze riparatrici. A questo punto, imitando la voce e la postura del colonnello Beardsley, Franklyn stava per ripetere la scena della sentenza ma la porta del locale che andò in frantumi e la comparsa del ragazzo agitato che brandiva una quarantacinque automatica, l'interruppero; O'Malley portò isitintivamente la mano alla cintura, sul fianco dove aveva sempre portato la sua trentotto a canna corta ma lei non c'era più: era in pensione da una settimana e allora si alzò per far da scudo a Rosalia e a Franklyn, giusto per trattare con l'invasore e prendere tempo. Quello gridò qualcosa mentre Saverio balzava da dietro il bancone del bar per afferrargli il braccio armato e riempirlo di schiaffoni, ma lo fece con pochi secondi di ritardo sugli spari che l'esagitato esplose: due proiettili centrarono le bottiglie da collezione sulla mensola che pendeva dal soffitto, ma uno entrò nello stomaco di Seamus che accusò il colpo e si piego sulle ginocchia mentre Rosalia lo abbracciava disperata. Pertusi e il suo autista respinsero l'assalto dei complici del cretino fermandoli sulla soglia e al volante del'auto con cui avrebbero voluto fuggire: nessun testimone, sentenza eseguita come ai vecchi tempi, così dissero al vice direttore del Bureau che si era messo in persona a rintracciare il console di un paese straniero che girava armato e senza scorta. La polizia metropolitana non fece storie, anzi, era ben contenta di lasciare tutto in mano ai federali, nonostante lo sceriffo in pensione destinato alle grandi praterie del cielo fosse stato per un quarto di secolo una delle sue colonne: si limitarono a presenziare in alta uniforme al funerale. Ipocriti: era la cosa più gentile che gli si affacciava nel cervello ogni volta che ricordava quei momenti, oppure cerchiava sul calendario il giorno di san Patrizio con un pennarello rosso. "Ci vediamo per san Patrizio, darling: e non portarmi lacrime, ma fiori freschi e un bacio di quelli che solo tu sai dare, ok Rosie?" Seamus Patrick O'Malley mise tutte quelle parole nell'ultimo fiato che riuscì ad esalare prima di abbracciare tutti con lo sguardo, persino il paramedico che cercava di tamponare la ferita, per spegnerlo con un'espressione che fece smettere di piangere e ammutolì Saverio: era come se gli avesse detto che non era colpa sua, che doveva andare così e che la smettesse di fare l'italiano dal cuore di burro e panna. Rosalia Cadesana O'Malley, Rosie, fece del suo meglio per mettere in pratica l'ultimo desiderio del suo uomo: fiori freschi tutte le settimane, portati e sistemati di persona, ma nemmeno una lacrima quando era coi figli o coi nipoti o con gli amici a ricordare questo o quell'episodio vissuto insieme; bagnava il cuscino col suo dolore solo quando calava il silenzio della notte, nel buio della camera da letto, orgogliosamente sola. Ma il suo cuore resistette solo per trecentosessantacinque giorni: la trovarono, prima i custodi del cimitero e poi Douglas, suo figlio, abbracciata alla lapide la cui foto era imbrattata di rossetto, coi fiori ancora stretti in mano. Doug e Eileen non capirono molto, lì per lì, ma per lui fu tutto chiaro: chiese loro solo due cose, se ci fossero tracce di rossetto sul marmo o sulla fotografia e che giorno fosse; poi, spense il bollitore, mise via il the e il miele, fece un paio di telefonate e si precipitò al cimitero, precedendo di un soffio l'ambulanza. Eileen O'Malley assistette all'autopsia e controfirmò il rapporto che sanciva la morte di sua madre per crepacuore, un'anno dopo suo padre nel giorno di san Patrizio. Franklyn Pertusi apparve silenzioso come un fantasma e si offrì di dare una mano nel sistemare tutto quel che c'era da fare in quei casi: per la prima volta, lo vide stringere mani per trasmettere cordoglio o qualcosa che gli assomigliasse. Erano passati ormai vent'anni, ma il rito non era mai cambiato e nemmeno i partecipanti: tenevano duro i vecchietti temprati dall'ultima guerra mondiale del secolo breve. Quella sera, dopo cena e la regolare sbronza, nella hall dell'albergo dove era sceso dal suo immenso Canada, Franklyn Pertusi strinse le mani a tutti loro facendosi promettere che si sarebbero rivisti a san Patrizio. Molti di loro pensarono che si fosse sbronzato troppo, alcuni sfregarono ripetutamente il cornino rosso che tenevano da sempre in tasca, lui sorrise come sembrava che facesse anche il santino del vescovo d'Irlanda che teneva accanto alla foto dei figli e dei signori O'Malley, in un portafoglio distinto da quello delle carte di credito. Tra tutti, lui per primo, aveva capito il messaggio di Pertusi: siamo prossimi al traguardo e, se proprio dobbiamo scendere dal carrozzone, lasciamo un buon ricordo dietro di noi e in chi resta, così non moriremo mai. Proprio come sosteneva Cicerone.

(c) 2015 Testo di Claudio Montini da CAMERE AMMOBILIATE PER VIAGGIATORI IMMAGINARI - Youcanprint selfpublishing 
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Irish feast day" 

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