sabato 23 maggio 2026

Garlasco cold case? No, grazie: basta così!

 La faccia di bronzo: a ciascuno la sua!

di Claudio Montini

Alla fine di questa triste storia, ci sarà un sacco di gente che dovrà chiedere scusa e che non lo farà per tanti motivi: orgoglio, reputazione professionale, meschinità congenita. 
Resteranno soltanto cadaveri decomposti e sepolcri immacolati, montagne di carte bollate e fiumi di inchiostro, fantasiose ricostruzioni filmate e gli sbadigli di chi aspetta già altri mostri per dare fiato alla bocca senza preoccuparsi, minimamente, di avere avviato o connesso il cervello. 
Il tempo perduto o non speso non verrà restituito a chicchessia, né alla vittima o all'assassino, né al colpevole e tanto meno all'innocente travolto dall'incedere della macchina giudiziaria. 
La verità delle cose è nascosta nei dettagli, nelle pause, tra le righe e nelle sfumature colte durante un battito di ciglia, come una frase banale ma fuori luogo oppure un'ardita allusione, uno sciocco doppio senso oppure un soliloquio intercettato da microfoni nascosti a propria insaputa. 
La verità non è una sola e, meno che mai, è quella giudiziaria: lo sanno bene gli studiosi di giurisprudenza perché viene insegnato loro che in quella intercapedine, strettissima e soffocante e angusta, si muovono le pedine del gioco celebrato in un'aula di tribunale, non sui giornali o alla radio o in televisione, comodamente seduti in poltrona e imbellettati e vestiti a festa, opportunamente imbeccati oppure istruiti su quel che si può o che non si deve dire. 
Alla  fine, la verità delle cose, come sono andate e perché sono andate a quel modo, è fatta così: c'è chi la vede e chi no così come ci sono anche gli altri. 
Quelli che si contentano di frettolose spiegazioni, adottando la versione più comoda, quella più rassicurante, quella moralmente più accettabile, quella certificata dal proprio avvocato di fiducia o dal compagno di bevute e giochi al bar o dal solito amico della parrucchiera bene informata.
Vale a dire che se la verità è brutta, sporca e cattiva tanto da fare paura e ribrezzo, si finisce per costruirne una alternativa, più morbida per certi aspetti, che non atterrisca più di tanto e che si possa dimenticare in fretta una volta messo sotto chiave il presunto colpevole: anche senza prove schiaccianti o la cosiddetta "pistola fumante". 
Tutto il resto, circo mediatico e depistatori dell'ultimo minuto inclusi, è noia: morbosa, scabrosa, maledetta noia anche per le vittime che non possono parlare né ritornare in vita a reclamare giustizia o, almeno, tirare uno sputo, se non addirittura infilare un dito, in un occhio ai propri carnefici. 
Sarebbe bello che potessero farlo davvero e, allora, quanta gente dovrebbe chiedere scusa e andarsi a nascondere vergognandosi della propria faccia di bronzo.

©2026 Testo di Claudio Montini
©2022 Immagine di Orazio Nullo "Three wizards of Oz" - Atelier Des Pixels collection

lunedì 18 maggio 2026

Nell'attesa che lei stessa possa salpare...

 ...vieni a vedere la casa che guarda il mare!

di Claudio Montini

In fondo a Viale Dei Tigli c'è Via Dei Girasoli: vedrai un vecchio pazzo senza un orecchio che li studia e li ammira e li dipinge lottando con la tela e i colori, per farli sembrare più veri del vero o per liberarsi di immaginari demoni interiori, mentre poco più in là uno più giovane si ostina a disegnare come un bambino.
Non ti curar di loro ma guarda e passa: sono soltanto miraggi disposti ad arte per distrarti dalla tua meta e, allora, gira a sinistra e prosegui fino all'incrocio con Via Delle Rose Canine.
Tranquilla: non abbaiano e non mordono, pungono soltanto se le sfiori, come certi ricordi di amori sfumati, consumati in fretta per pura distrazione, senza convinzione.
Mi troverai lì, con le stesse mani stanche di sempre e la fronte imperlata di pensieri per lo più inutili, con un sorriso finto e dolente tipico di chi non ha da perdere altro se non sé medesimo, con la mia ingombrante figura ad aspettare che la mia casa stessa riprenda il mare.
Sin da Pavia si pensa al mare e sin da Alessandria si sente il mare ma, poi, dietro a una curva o fuori da una galleria oppure sopra a un viadotto, ci appare il mare ed è una sorpresa che sgomenta quelli come me che vivono o sono nati in fondo alla campagna, circondati e assediati e lambiti da quello a quadretti di Lombardia seminato a grano e risone, aggrappati come naufraghi sprovveduti a zattere di cemento e asfalto e mattoni cotti in fornace.
Genova, Livorno, Napoli, Sassari o Palermo tanto quanto Milano, Torino, Verona o Ancona oppure Taranto e Brindisi antiche porte d'Oriente, per tacere di Roma e Venezia e Trieste, ai nostri occhi sono galassie lontanissime, mondi irraggiungibili perfino con la fantasia, deserti mitici e lande misteriose in cui svaniremmo senza lasciare tracce, vagando senza meta e morendo senza alcuna parola umana di conforto: del resto, è un dato di fatto che non nascano più samaritani caritatevoli.
Eppure ci vogliamo andare per il gusto di vedere e di tornare con la soddisfazione dei reduci, con la consapevolezza dei semplici e degli umili e degli onesti per cui tutto il mondo è paese, che ogni giorno ha la sua pena, ogni Cristo ha la propria croce da portare ed è giusto che abbia una casa sana in cui riposare per ricominciare a lottare per la propria felicità.
Se non fosse per i tigli e i roseti che danno i nomi alle vie, la mia potresti vederla anche da quel crocicchio, alzando un poco lo sguardo verso l'orizzonte: ma non temere, sarò puntuale!
E chi si perde la tua camminata strana e l'aria smarrita da italiana in gita, decisa a non sprecare neanche un minuto di serenità?
Io no, di sicuro: sono vent'anni che aspetto questo momento e due volte altrettanti erano quelli che avevo quando ho gettato al vento la seconda opportunità di vivere con te!
Non sono mai stato un cuor di leone ma, più spesso, sono risultato essere una testa di legno e di sasso, una faccia di bronzo senza vergogna e non sono cambiato: ho soltanto smussato alcuni angoli ma non proprio tutti.
Tuttavia non ti abbraccerò, stanne certa, né tanto meno ti bacerò come un Giuda qualsiasi: una stretta di mano asciutta e sicura, come amici di vecchia data, liberi forse da vincoli sociali e altrettanto consapevoli di quelli dell'età, sarà più che sufficiente.
Ci tengo al mio osso del collo e un cappio, visibile o meno, non è tra le mie cravatte preferite tanto quanto i collari da guinzaglio: ho già dato e lo benissimo anche tu.
Un giorno mi dicesti che se lo porta dentro chi nasce al mare, che ci torna tutte le volte che può per ricrearsi, per rigenerarsi, per ricostruirsi quand'anche fosse l'ultima occasione della vita: né io né te siamo nati in un posto simile, siamo nati in due città di pianura da cui non lo si vede, lo si può solo immaginare poiché i nostri orizzonti erano colli e monti oppure terra piatta.
Per questo motivo non ti ho creduto allora e nemmeno quando ci separammo, quando profetizzasti che ci saremmo ritrovati, di nuovo, a sessant'anni lasciando libero quel pensiero di fuggire dal cuore e dal recinto dei denti.
Ora che ci sono arrivato, che sono stanco di dimenticare e di dovermi giustificare, che non ne posso più di aspettare tempi migliori, che vorrei sedermi ad aspettare che la candela si consumi, però, da una parte sola, ho trovato questa casa che guarda il mare.
La vedrai, oh, se la vedrai, quando imboccherai Via Dei Tulipani: ha il tetto rosso come il sangue di chi ne ha posato il colmo e come il vino pagato da soli e bevuto per dimenticare ogni malinconia, le mura bianche come il sale delle lacrime e della fatica di coloro che le hanno tirate su e tenute e difese dai tiri mancini del destino, le finestre e le porte verdi come il basilico che profuma ancora queste vie come poche altre cose, mescolandosi ai sentori di salsedine e di farinata.
Ti accompagnerò fino davanti al cancello del giardino e, poi, lascerò lascerò che sia lei a decidere se sei il tempo delle mele, l'era del cinghiale bianco oppure l'età dell'acquario perché, nonostante le mura non possano parlare, sanno bene come farsi capire e come farsi ricordare.
Un sacco di gente è passata di qua, ha visto il mare in burrasca e il cielo in tempesta, ha trovato riparo e conforto, è stata accarezzata dal sole e dalla brezza serale, ha pestato nel mortaio e cucinato per una brigata di amici o di sconosciuti che, alla fine, hanno imparato a cantare tutti insieme le stesse canzoni in tutte le lingue del mondo e poi, grazie al vino, hanno cantato anche in italiano.
C'è niente da rubare, solo da sedersi ed aspettare che il vento oppure il mare comincino a parlare una lingua senza tempo e senza parole, lasciando le risposte affannosamente cercate nelle bottiglie e nelle conchiglie spiaggiate oppure nelle orme cancellate dalla risacca.
Accomodata sopra uno sgabello di roccia, dotato di un cuscino ben imbottito terra grassa e umida al punto giusto, né troppa torba né troppa argilla e la giusta sabbia, questa dimora di mare al momento provvisoriamente e temporaneamente mi ha regalato il silenzio, nonostante il lavorio indefesso di Eolo e Poseidone nel rosicchiare l'arco di crosta terrestre emerso dal Mediterraneo settentrionale, in cui è compreso lo sperone sul quale conto di aggiungere altri anni ai tre volte venti già consumati.
Di quel che c'è, indispensabile e necessario, manca niente e qualcosa di pronto c'è sempre: dunque, vieni quando vuoi e, se avrai fatto tanta strada o sarà scesa la sera, avrai una stanza tutta tua in cui riposare lo scheletro con la polpa tutta intorno e un posto a tavola, senza obbligo né scadenza.
Le cose tra noi sono andate come dovevano andare, indietro non si può tornare senza dimenticare ciò che sappiamo adesso: la vita non è un'equazione lineare, né un romanzo di fantascienza oppure d'amore con tanto di morale o lieto fine come le favole (che, poi, credimi, sono la medesima cosa a leggerli come si deve) e nemmeno un'orecchiabile brano di musica leggera molto popolare.
Che piova, ci sia il sole o tiri vento, il mare e la casa che lo guarda tutti i giorni e tutte le notti, prima e dopo di noi, lo sanno e non ci faranno sconti sulla malinconia: allora, dovremo fare del nostro meglio per cogliere tutto il bello che c'è in ogni minuto, in ogni ora, in ogni giorno che ci verrà concesso tra le mura e la spiaggia.
Se avessi una macchina capace di riavvolgere il tempo, tornerei indietro ma non da noi o dalla prima volta che ci siamo incontrati a una festa campagnola: farei arrotolare il nastro fino al momento in cui non mi trovassi di fronte un ragazzino goffo e sovrappeso ma curioso e inquieto, facile all'entusiasmo per le cose nuove così come preda della disperazione per le cose non avverate o nate malamente e finite storte.
Si tratterebbe di un viaggetto di appena cinquant'anni scarsi, poca roba, giusto per vederlo ancora tutto preso dal sogno di vivere e lavorare sulla Luna, di diventare finalmente astronauta perché la NASA ha iniziato a costruire navi spaziali della sua misura e razzi adatti alla bisogna, però anche capace di accontentarsi di andare in televisione a leggere le notizie del telegiornale, col sogno segreto di presentare un programma a tema astronomico.
Andrei a dirgliene quattro a questo soggetto che mi ha preceduto e mi ha condizionato: sì, gli vorrei proprio spiattellare senza mezzi termini come sarebbe diventato il mediocre fallito che sono io, ora a metà della discesa verso il bivio tra le porte del sole e i confini del mare.
Lo farei soltanto perché, in fondo, gli voglio bene come al figlio o alla figlia che non ho mai avuto il coraggio di pretendere di mettere al mondo, illudendomi che riversando amore su chiunque avessi intorno bastasse a placare l'anima, oltre ad assecondarne aspettative e prerogative.
Sono quasi sicuro, anzi, ne sono certo, che mi ascolterebbe con l'attenzione e il rispetto che un tempo si doveva agli adulti, butterebbe qua e là qualche battuta di spirito o qualche frase ad effetto ma poi se ne infischierebbe seguitando a fare come gli pare, come più gli piace e come gli sembra più giusto ed opportuno per tirare a campare fino al giorno successivo o, almeno, fino a che non mi fossi levato di torno.
Questa casa che guarda il mare, anche quando brontola e si ingrossa che sembra volersi inghiottire tutto, probabilmente è parte di quella macchina e mi piacerebbe che tu fossi qui a smentirla perché sei stata una delle poche persone che hanno visto e scovato e apprezzato quel poco di buono che ho dentro di me, aprendomi gli occhi e il cuore, liberando i pensieri e le parole per volare di nuovo, per sognare nuovi mondi, per immaginare nuove scene per noi e per chi si vuole davvero bene.
Sei stata la cosa più bella e più importante che mi sia accaduta nella vita, anche se non ho potuto gridare al mondo la mia felicità: mi è bastato sapere che c'eri, che mi leggevi, che mi scrivevi e che guardavi lo stesso cielo sotto al quale vivevo e al quale chiedevo di restituirti la medesima felicità.
Sono sceso dalle mie amate montagne e sono tornato al mare, ora che sento più vicino il momento di andare là dove non è dato di tornare: vorrei poterlo fare avendo te negli occhi mentre il sole va a dormire sul filo dell'orizzonte, senza rimpianti soltanto perché mi tieni la mano e mi siedi accanto, nonostante tu debba trascurare per qualche istante chi ti ha reso più felice di me.
Mi piace pensare che questa casa sopra il mare, apparentemente pronta a salpare e riprendere il largo, sia la porta che ogni essere vivente a suo tempo finisce per attraversare: proprio come un vascello fantasma che sa dove andare seguendo una rotta che nessuno ha mai tracciato.
Del resto, la missione degli artisti è quella di rendere visibile l'impossibile, di dare corpo e voce ai sogni e alle ombre vestendoli di luce, di mettere in scena tutto ciò nella commedia che ogni giorno si recita a soggetto, parlando a braccio, improvvisando e adattandosi a raggiungere uno scopo.
Ho fatto questo per tutta la vita, per accettarla così com'è, per renderla più digeribile: non so fare altro che sognarci sopra e ridere il giusto, né poco né troppo, dei miei guai.
Seguiterò a farlo finché io e la casa non molleremo gli ormeggi e seguiremo l'abbrivio della deriva: se mai passassi di qua con un fazzoletto di lino candido, adatto per salutare e non per asciugare lacrime, ti divertirai, ne varrà la pena e non te ne pentirai mai.

©2026 Testo di Claudio Montini
©2017 Immagine di Orazio Nullo "How deep is the sea?" - Atelier Des Pixels collection

venerdì 8 maggio 2026

In esclusiva per voi lettori, una scheggia fuggita dal laboratorio...

Più in fretta della gioventù


di Claudio Montini

O santa fantasia aiutaci a sognare!
Non lasciare che ci rubino i pensieri,
che ci impongano mode e ambizioni,
che ci ubriachino, di nuovo, di bugie.
O beata gioventù bruciata col tabacco,
annegata in un bicchiere da Bacco,
mentre in uno spasmo di piacere o di dolore
Venere soffiava via tutta la cenere,
non tornare mai più e rimani dove sei:
questo non è uno spettacolo per te.
Siamo obbligati a ricominciare
dai lividi , dalle remore e dai rimpianti,
come spettatori di cantieri e macerie.
Teatri, vie e piazze, vicoli e palazzi
dove abbiamo consumato suole e fiato,
sono alle nostre spalle ma senza di noi:
aspettano la fine di ogni giorno
come la fine di una pena accessoria.

La geografia dell'anima non è del tutto tanto complicata oppure opaca o ancora imperscrutabile, aleatoria, volatile così come dalla notte dei tempi vorrebbero farci credere.
Se hai una manciata di materia grigia dietro agli occhi e tra gli orecchi, te ne rendi subito conto: altrimenti ci metti soltanto poco tempo in più ma ci arrivi comunque.
Infatti, l'anima la trovi proprio lì, tra la punta del cuore e la bocca dello stomaco: non hai affatto bisogno di pensare che si sia nascosta chissà dove.
La fortuna, invece, no: è esattamente là, in fondo alla schiena, col suo nome breve ma gretto, due consonanti e due vocali indispensabili anche ad altre faccende che fanno inorridire schizzinosi e benpensanti, sebbene questi siano loro debitori per le rispettive buone sorti.
La memoria vaga nei labirinti, nei cassetti, negli angoli e negli scaffali della scatola cranica ammucchiandosi alla rinfusa oppure svanendo per inerzia o per malattia.
Lascia perdere il fegato: da lì non caverai una goccia di coraggio, mentre il piacere, che non si può dire senza arrossire, proromperà sbocciando una spanna sotto alla cintura ogni volta che la pelle ne sfiorerà dell'altra.
Sarà una stagione brevissima e intensa che riempirà di ricordi e di pentimenti, di rimorsi e ripensamenti, di progetti strampalati e di fallimenti la storia della tua vita.
Questa è la geografia della tua anima, quella che stai andando a disegnare, quella che stai costruendo istante per istante, quella che stai allenando ad accettare che tutto il resto non è noia, ma neppure soltanto gioia da succhiare, da condividere da accantonare per tempi duri di là da venire.
Ad ogni passo di questo ballo verticale, c'è sangue da perdere o da sputare, sudore o lacrime da grondare, fatica e fame e paura da morire per poter dire, anche un giorno soltanto, d'avercela fatta o d'aver vinto o risolto una questione spinosa come se fosse l'ultima cosa da fare prima di arrendersi, prima di cedere il passo ad altri essendo giunto il tempo di prendere congedo da questo universo tridimensionale.
Qualunque cosa tu pensi di fare, comincia.
Qualunque sogno tu riesca a immaginare, comincia.
L'audacia di pensare, immaginare, sognare reca in sé genialità e magia e forza.
Dunque, comincia ora e senza porre tempo in mezzo: i sogni, si sa, svaniscono all'alba più in fretta della gioventù.

©2026 Testi, in prosa e poesia, di Claudio Montini - diritti riservati all'autore 
©2021 Immagine di Orazio Nullo per Atelier Des Pixels "Tourists facilities"