domenica 16 settembre 2018

La nuova stagione del quinto potere

Palinsesto autunnale
di Claudio Montini

L'autunno è alle porte e lentamente tutto ritorna alla normalità; la coda dell'estate, poiché madre natura non fa mai le cose con gesti netti e trancianti ma predilige le sfumature e i moniti, ci regala ancora scampoli d'estate con giornate calde ma ventilate che almeno ci risparmiano, a queste latitudini boreali a metà strada tra equatore e polo nord, l'oppressione dell'umidità e dell'afa con cui va a braccetto nei mesi di Luglio e Agosto ma ci atterrisce con pesanti acquazzoni, tanto improvvisi quanto devastanti sopratutto per nostra colpevole ignoranza storica e incoscienza edilizia. Se avessimo più memoria, umana e personale intendo, non quella dei numerosissimi dispositivi elettronici con cui ci illudiamo di dominare il mondo, non ci stupiremmo di nulla e inviteremmo con maggiore insistenza e decisione i cronisti ad occuparsi di cose ben più serie al fine di fare comprendere anche a noi, uomini e donne della strada, come vanno le cose del mondo e per quale motivo ci si debba ancora sacrificare e quali sono le alternative praticabili ai mali che affliggono questo pianeta. Così ad ogni ripresa dei palinsesti autunnali delle varie televisioni che affollano il regno del quinto potere, così ben descritto nel film di Sidney Lumet del 1976 con William Holden e Faye Dunaway e un magistrale Peter Finch, ci aspettiamo faville e scintillanti novità che allietino lo spazio tra uno spot pubblicitario e l'altro oltre ai soliti lanci d'agenzia giornalistica ispirata dai manovratori in carica nella stanza dei bottoni. Chi crede che la televisione o la radio o i giornali o internet dicano la verità, è meglio che si fermino qui cioè che non proseguano oltre nella lettura di questa nota redatta da un signor Nessuno quale lo scrivente; sarebbe meglio per loro, se avessero ancora una manciata di neuroni da spendere perchè atletici e pimpanti, che si rileggano La fattoria degli animali  e 1984 di George Orwell, un qualsiasi Hemingway, o qualche poliziesco o noir che dir si voglia di produzione italiana recente (Enrico Pandiani, Romano De Marco, Maurizio Blini, Vincenzo Maimone) per rendersi conto di come funzioni davvero il mondo e la politica così come di quanto grande sia la distanza degli addetti ai lavori, manovrati dai padroni del bastimento, e di quanto sia stupefacente la vista lunga di chi troppo spesso viene tacciato di avere troppa fantasia. Eppure i dati sono tutti in bella mostra, sono lì da vedere, i segnali sono palesi e chiari e forti; eppure seguitiamo a dare credito solo a chi alza più forte la voce promettendo miracoli insostenibili, consigliandoci il migliore ferro da stiro, il detersivo che lava più bianco che più bianco non si può, ma rispetta i colori, l'auto più comoda ed economica ed ecologica e veloce e prezzo stracciato con rate bassissime, il divano a metà prezzo e la cucina in cui sentirsi Carlo Cracco mentre nani e ballerine e giocolieri dalla lingua lunga ci stordiscono con le loro piroette, i loro grafici e i loro plastici che sono insulti a chi la vita ce la rimette sul serio.
© 2018 testo di Claudio Montini
© 2015 Google Images Database "Life tree 2015 Expo Milan, Italy"

giovedì 6 settembre 2018

Dopo che avrà pianto tutte le sue lacrime

UNA CROCE TROPPO PESANTE
di Claudio Montini

Se penso a quante volte io l'abbia sfidata a pigliarmi la morte, liberandomi dal suo abbraccio per un capriccio del destino o per un soffio di Colui che presiede a questo genere di cose, così come a tutto il resto dell'universo, mi domando quale sia la ragione che mi impone di rilanciare ogni volta il cuore oltre l'ostacolo, andare incontro alla tempesta o, semplicemente, attendere nel sonno buio e senza immagini che si accenda una nuova alba. Marco è, ora e purtroppo, un uomo senz'alba, senza più stagioni da collezionare, senza più chilometri da macinare e ore di guida da contare e non sforare. L'ultimo viaggio l'ha fatto oggi e non guidava lui, infagottato nel vestito di legno che, prima o poi, tocca a tutti; il cordoglio di un paese intero, Lomello, le lacrime di una madre cui non dovrebbe mai toccare di vivere una cosa così grossa, lo sbigottimento e lo smarrimento di quanti l'hanno conosciuto e di quelli che non sanno nemmeno chi sia ma che hanno saputo, dalla televisione o dal giornale, che un ragazzo di trentadue anni è morto lavorando al principio di un giorno d'estate, buono come un'altro per portare a casa il pane quotidiano. L'inchiesta degli organi competenti chiarirà, forse, la dinamica dell'incidente per cui Marco è stato urtato e schiacciato da una pala meccanica nei pressi dell'autocarro che conduceva e doveva da essa essere scaricato o caricato; una operazione abituale, con una liturgia ben precisa e reiterata, sulla carta dovrebbe rendere impossibile che accadano eventi di questa tragica portata: ma siamo esseri umani, soggetti difettosi per natura e passibili di distrazioni o disattenzione temporanea anche negli elementi più coscienziosi, prudenti e dai nervi d'acciaio. Abbiamo un bel dire che la vita è preziosa e fragile e delicata: la vita è anche ingiusta, pesante come una mucca da portare in braccio e velenosa come ricordare un figlio che parte per andare a lavorare e non torna più; come vedere spegnersi una vita e non riuscire ad evitarlo perchè la macchina è più forte dell'uomo, ma immensamente più stupida tanto da necessitare della sua guida. L'abbiamo accompagnato in tanti, anche solo con il pensiero e con la preghiera (per chi crede che Colui che lassù risiede sia tanto bravo...allora perchè fa morire solo tanta brava gente?): ora dobbiamo accompagnare e stringerci alla mamma di Marco e a quelli che gli hanno voluto bene perchè gli è toccata una croce troppo pesante da portare. D'accordo che ognuno ha la propria, ma di spalle ce ne hanno date due: perciò, spostiamo la nostra sull'altra e, un centimetro ciascuno, troviamo il modo di appoggiare un pezzetto di quella croce sulla nostra spalla libera, sopratutto dopo che avrà smesso di piangere tutte le sue lacrime.
© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2016 Immagine di Orazio Nullo "Job and service victims memorial monument" - Atelier des pixels collection

domenica 2 settembre 2018

Non so fare altrimenti

Artistica incoscienza

di Claudio Montini
Settembre è sempre stato il mese dei rimorsi e della malinconia, come certi sorrisi di circostanza e le promesse di rivedersi a breve in un altra occasione scambiate ai funerali oppure appena fuori dalla stanza di un moribondo. Dovrei prenderla con maggiore filosofia e provare a pensare che si tratta della necessaria crisi dovuta ai prodromi di una nuova stagione della vita, che lasciare i panni dell'uomo vecchio per indossare quelli dell'uomo nuovo (secondo quanto sosteneva l'apostolo delle genti, Saul di Tarso poi Paulus perchè foneticamente vicino al "parvulus" latino, poichè egli si riteneva minuscolo di fronte al Dio Padre del Cristo che l'aveva folgorato sulla via di Damasco) comporti comunque un doveroso lavacro di sofferenza (idea, quella del lavacro, figlia non solo del battesimo nel Giordano ma anche della professione di famiglia dell'apostolo stesso...I suoi erano lavandai di buon livello e di medio spessore industriale, col che si erano acquistati la cittadinanza romana: infatti non venne martirizzato per crocefissione, come Pietro da Cafarnao giudeo ebraico a capo di una setta religiosa giudicata perniciosa per l'Impero dei nipoti di Giulio Cesare, bensì decapitato poichè ai cives romanorum era preclusa la condanna capitale destinata a ribelli e malfattori e barbari e sottomessi in genere). Invece, non ci riesco: istintivamente apprezzo il clima più temperato e i profumi più delicati che si spandono nell'aria, dopo le prime piogge sembra che l'aria si faccia addirittura più trasparente e leggera e variegata come una primavera a rovescio, ma nello stesso tempo cresce nell'anima la consapevolezza dell'occasione perduta, del tempo scaduto, del ciclo finito e dei conti che non tornano come avremmo voluto allo sbocciare della primavera o, al limite, dell'estate sempre così carica di promesse eccitanti. Settembre mi è sempre apparso come una bella ragazza, una delle più carine e piacenti del gruppo, che mi sorride e mi rivolge volentieri la parola, sorridendo ai miei motti di spirito, mi blandisce finemente e mi affascina fino a farmi immaginare chissà quali acrobazie dentro a un letto (o su un divano, o sui sedili di un'automobile...nonostante la mia stazza, in certi frangenti, ritrovo una insospettabile agilità), per poi vederla andarsene via sottobraccio a un altro il quale otterrà, quasi certamente, il libero accesso al giardino delle delizie proibite e private il cui sogno ha mandato in orbita i miei ormoni sessuali. Con buona pace di tutte le mie aspettative, ogni anno mi lascio coinvolgere in questa ruota di valzer dallo sconosciuto con cui sto ballando pur sapendo che comincia già ora la compilazione del bilancio relativo a questa tappa del cammino, ormai in discesa: vorrei essere contento d'essere ancora qui a scrivere ma, come tanti altri temi ed elementi della mia vita, mi sono già reso conto che ho soltanto sprecato altro tempo e che seguiterò a farlo con eleganza (forse), ironia (chissà...) e artistica incoscienza perchè non so fare altrimenti.
© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine di Orazio Nullo "Looking for mushrooms" Atelier des pixels collection

giovedì 30 agosto 2018

Dalla cambusa di Zio Propano: rosso, antico e vegetariano!

IL SUGO MEGANO
di Zio Propano

Gli artisti, anche i presunti tali come il sottoscritto, sono inguaribili superstiziosi e coltivano piccoli riti propiziatori che alcuni chiamano manie e altri abitudini; io, per esempio, preferisco fare la spesa per rifornire la cambusa il venerdì, giusto per tenermi il sabato libero per altre incombenze o per lo svago. Capita, a volte, di acquistare prodotti che vicini di casa appassionati orticoltori, poi, ti regalino, non tanto per fare sfoggio della propria abilità quanto per liberarsi di un'eccesso di produzione: ho avuto anche io l'orto ed è entusiasmante vedere l'esuberanza dei frutti delle attenzioni e della fatica dedicate a quelle piantine da pochi spiccioli acquistate al mercato, così come è imbarazzante non sapere come trasformarli in alimenti di lunga durata e risolversi a gettarli nella pattumiera o nella compostiera. Non si può, tanto per dire, mangiare tutti i giorni pomodori o zucchine oppure riempire bancali interi di vasetti di salsa e conserve e confetture: a conti fatti, tra materiale ed energia e materia prima, il gioco non vale la candela per tacere di ciò che rimane sepolto nel congelatore... Insomma, i pomodori li avevo già presi al supermercato e, un paio di giorni dopo, un'amica alla quale confido i miei pasticci ai fornelli (prima di trascriverli, giusto per avere un parere terzo...) mi ha portato una borsa contenente notevoli esemplari di sua produzione, accompagnati da un paio di rametti di basilico dal momento che a casa mia esso si rifiuta di mettere radici (per anni, la Jena Sabauda ed io lo abbiamo preso, piantato pensando di farci un casalingo pesto alla genovese e puntualmente abbiamo viste frustrate le nostre aspettative: l'anticoagulante orale che assume dopo l'intervento al cuore ci ha fatto desistere). Li ho messi a riposo in frigorifero e la sera, quasi alle soglie della notte, non riuscendo a risolvermi a portare lo scheletro e il resto della cospicua polpa nel letto ad attendere la nuova alba, mi sono messo a pasticciare con questi ingredienti:
  • 4 pomodori costoluti grandi (quelli che mi avevano regalato: ma potete usare anche quelli oblunghi, almeno otto, o tondi; coi ciliegini ce ne vogliono troppi: scappa la voglia...)
  • 1 cipolla dorata
  • 1 gamba di sedano (bianco o verde è uguale, ma io preferisco quello verde)
  • 1 carota
  • 1 spicchio d'aglio
  • 6 cucchiai da tavola di olio extravergine di oliva
  • 1 cucchiaio da tavola scarso di sale grosso da cucina
Riducete a cubetti o a pezzi grossolani i pomodori e sminuzzateli col tritatutto, o col mixer a lame o col passaverdura a manovella (se non vi fa difetto fare sfoggio di forza fisica) raccogliendo in una ciotola il fluido denso che ne deriva. Ripetete la stessa operazione con sedano, cipolla, carota e aglio per ottenere una sorta di pasta da unire al fluido rosso, mescolando come se fosse quello di una torta, giusto qualche minuto; spargete a pioggia il cucchiaio scarso di sale grosso e seguitate a mescolare fino a che vi sembrerà sparito. Versate il contenuto della ciotola in una pentola col fondo bagnato da due cucchiai da tavola di olio extravergine di oliva che abbia appena iniziato a scaldarsi, grazie al fuoco più piccolo del fornello tenuto a fiamma media, o meglio ancora, bassa. Date un paio di giri con il cucchiaio di legno al rosso amalgama, mettete il coperchio e lasciatelo in pace a sobbollire dai 30 ai 45 minuti; in pace, per modo di dire: tormentatelo solo un'altro paio di volte col cucchiaio di legno soltanto per evitare che bruci attaccandosi alle pareti o al fondo della pentola. Trascorsi quei minuti, spegnete il gas e lasciate che perda naturalmente il calore accumulato: voi avete altro da fare, cioè recuperare due (o più) vasetti di vetro con tappo a vite (sì, proprio come quelli della nota azienda emiliana, di vetrai in Parma dal millenovecento e zufola!); in ciascuno, già risciacquato e e asciugato, versate due cucchiai da tavola di olio extravergine di oliva e poi riempiteli col sugo megano (diciamo oltre il 90%) ancora tiepido, ricoprite con altri due cucchiai da tavola di olio e serrate bene il tappo a vite. Se ben lasciate scorrere un'ora tra le due operazioni (ricerca e riempimento vasetti) non c'è nulla di male, anzi: eviterete danni ai vostri polpastrelli, ai vasetti, ai loro tappi e al frigorifero (o alla dispensa). Infatti, vanno lasciate raffreddare completamente all'aria poggiati su un tagliere di legno o su una graticola, altrimenti a bagno nel lavello di cucina con acqua fresca di rubinetto: si sigilleranno da soli...provare per credere! Qualora foste sprovvisti dei vasetti di cui sopra, potete ricorrere ad altri recipienti purché siano di vetro ed ermeticamente richiudibili: in frigorifero un posto si trova sempre, anche nel congelatore; ma se avete messo a scaldare la pastaiola con l'acqua salata...beh, buttate la pasta che il sugo megano, condimento rosso antico vegetariano di base, è già pronto e caldo: ad arricchirlo ci penserà la vostra fantasia perchè, dai funghi al pesce e dal maiale al manzo o ai tesori dell'ortolano, esso abbraccerà tutti e a nessuno farà torto.

© 2018 Testo e ricetta di Claudio Montini
© 2018 Immagine di Orazio Nullo

venerdì 24 agosto 2018

Un gustoso e curioso rimedio all'insonnia

La forchetta al centro del piatto
di Claudio Montini

Si rese conto di soffrire di insonnia, quando provò piacere nell'attardarsi in cucina a preparare un sugo al pomodoro da conservare sotto vetro. Quanto era dolce ridurre a bocconi grossolani quei grossi e succosi ortaggi, rossi più della brace di rovere buona per il camino e per la stufa d'inverno, gonfi e tesi e pieni di sè e di polpa e succo vermiglio e acqua tanto quanto certi gaglioffi che si divertivano a fare i forti con deboli malcapitati, salvo poi finire puntualmente crivellati o maciullati o disciolti dal piombo o dall'esplosivo o dall'acido di coloro i quali erano superiori a loro per grado o per potere o per maggior e carenza di scrupoli. Era una vendetta virtuale, nemmeno una nemesi seppure tardiva per sua natura stessa, un 'ingenuo inganno alla coscienza ferita, all'orgoglio leso, alla dignità quotidianamente calpestata non solo sua ma comune a tutta l'umanità che pativa la mancanza di giustizia, di uguaglianza, di rispetto: sminuzzare a filo di coltello in una ciotola l'attore o, persino, l'autore del male patito per mescolarlo a essenze o aromi  o materie ritenuti salutari, benefici, lenitivi o ammendanti scaldando quel magma a fuoco medio e senza fretta ma in modo costante e prolungato, come un bradisismo flegreo o il vulcanismo minore della solfatare etnee, affinché esso si liberasse della maggior parte del suo umore acqueo, sembrava essere il solo espediente in grado recare pace e benessere ai suoi nervi tesi, sfibrati, sfiniti da ansie e timori e paure circa i giorni e i mesi e gli anni che gli sarebbe ancora toccato di vivere in quella valle di lacrime. Il vetro pulito e trasparente, il sigillo del tappo a vite in alluminio colorato d'ottone, era una eccellente prigione per quella miscela di vita e di estate che avrebbe nobilitato un'altra generosa e gustosa invenzione dei figli della terra che, imitando il proprio creatore, avevano impastato elementi diversi del creato per sostenere la vita della specie che si era arrogata il diritto e il dovere di esserne il custode, salvo scordarsi dei propri compiti quando lasciavano briglia sciolta alla cupidigia e altri bassi istinti. A mezzanotte era spirato il vecchio giorno, si era accomodato senza dire nulla nel passato, mentre il nuovo non dava segni di vita degni di nota se non gli scatti delle lancette degli orologi; non entrava un brusio di veicoli o di foglie, non un vociare di ubriachi o di ragazzi ebbri di libertà incosciente, non una sirena che rincorresse moribondi o malviventi, non un cane che abbaiasse alle ombre che scivolavano sui sospiri o sui rantoli delle case e dei cortili spenti dal sonno e dalla paura del buio; sollevò il coperchio alla caldera del suo piccolo vulcano domestico, si riempì narici e polmoni del profumo che gonfiava e lacerava l'incerta superficie rustica e rossa, quindi stabilì che poteva bastare così, sì, proprio come il cucchiaio di legno suggeriva ostentando la resistenza della densa massa che fendeva e ribaltava: sbarrò gradualmente la strada al gas che abbassò la sua cresta blu fino ad estinguersi, era giunto il tempo del riposo e della perdita del calore, l'attesa di una sorta di rigor mortis necessario all'ultima fase del rimedio all'insonnia conclamata. Si sbarazzò degli strumenti ormai inutili, pulendoli e sciacquandoli e riponendoli con metodo scientifico nel colatoio delle stoviglie sopra il lavello della cucina avendo, tuttavia cura di conservarsi acqua e detersivo sufficienti per quelle poche stoviglie ancora impegnate. La fresca brezza della notte fonda compì sino in fondo il suo dovere, la pentola si poteva manovrare a mani nude, i vasetti non avrebbero sofferto troppo l'esuberanza termica del loro ospite, complici un paio di cucchiai d'olio d'oliva fatti scorrere con abile gioco di polso sulle loro pareti interne; sfiorò dunque l'orlo di ciascuno, pareggiando il livello con altro olio e serrando sino in fondo la porta metallica della prigione trasparente: li lasciò allineati sul tagliere bruno di rovere o di noce (o di chissà quale altro tronco d'albero a lui ignoto e privo della benché minima importanza) sino al mattino che attese, finalmente esausto e soddisfatto, per poche ore nel suo letto russando allegramente solo dopo aver rigovernato l'ultima stoviglia e fatto sparire le prove del suo passaggio in cucina. Soltanto a mezzogiorno, con la forchetta al centro del piatto, si sarebbe udita l'ardua sentenza.   
© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2014 Immagine di Orazio Nullo

giovedì 16 agosto 2018

Genova per me, che sto in fondo alla campagna...

Genova, dicevo, a reti unificate...
di Claudio Montini

Le reazioni isteriche sono inutili e controproducenti in ogni frangente della vita; talvolta potrebbero essere comprensibili, sul piano umano: ma non sono ammissibili su quello dirigenziale, amministrativo, governativo. I morti non tornano in vita, il vuoto che essi lasciano nelle vite di coloro che li hanno amati, attesi, cercati e, purtroppo, riconosciuti in una asettica sala d'ospedale non sarà mai riempito da nessuna carriola di denari o di rimborsi; nemmeno la promessa di potenziare gli organici di quegli eroi con l'elmetto e gli stivali e la divisa verde che, anche a mani nude e a rischi della propria incolumità, lottano (sì, signore e signori, essi lottano: non lavorano soltanto) a favore della vita altrui affinchè non sia in pericolo nemmeno per incuria, errore, colpevole o colposa distrazione o cupidigia o fretta, potrà ripagarli dell'orrore e della paura e della pena che provano nel cercare brandelli di vite spezzate o ragioni di disastri, troppo spesso, annunciati. Il governo dei triumviri del nuovo che avanza (non nel senso primario di un moto di progresso, bensì in quello di fondo raschiato del barile già rancido) hanno dimostrato con le continue e petulanti e stucchevoli manifestazioni di rappresaglie contro i gestori della rete autostradale di essere giganti, non già dai piedi d'argilla, ma di marmellata malriuscita: sono, a mio avviso, stati in grado di superare, in una corsa al ribasso superiore solo alla discesa del titolo azionario Atlantia nella Borsa di Milano, il livello di sbruffonate e scempiaggini messe insieme nell'ultimo quarto di secolo dalle bande di scriteriati laureati guidati dal satrapo priapista di Arcore, prima, e dal Burlone Gigliato fiorentino, poi (Gentiloni, nato extraparlamentare di sinistra, come si nasce incendiari da giovani, e maturato democristiano azzimato ed elegante, come quando si muore pompieri, ha fatto quel che ha potuto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, tirando brillantemente a campare senza tirare le cuoia...: vero, presidente Andreotti? Un ottimo allievo, non c'è che dire...). La totale incompetenza dei tre vertici, sommata a quella del burattino messo alle Infrastrutture per stretta osservanza delle equazioni del Manuale Cencelli relativo alle spartizioni di potere, la pagheranno e la pagano sulla propria pelle i genovesi che si sono ritrovati senza casa (e pare siano seicento persone), i parenti delle vittime che non avranno altro che un funerale di stato pagato anche coi loro soldi e con quelli di coloro che non torneranno a casa, così come rischiamo di pagarla anche noi che abitiamo lontano da lì, perchè il contratto di servizio prevede una clausola rescissoria pari a una manovra finanziaria di aggiustamento e i vari gradi di giudizio, in cui sarà calcolato il danno economico e finanziario coi relativi risarcimenti, saranno pari a una cospicua legge di bilancio. Intanto, in silenzio, come e più dei carabinieri, i vigili del fuoco seguiteranno a tenerci lontani dai guai o fare in modo che ci si caschi in numero sempre minore, politici senza scrupoli a cavalcare proteste e a parlare a sproposito per spigolare voti, blogger e opinionisti improvvisati a imperversare su tutti i canali a reti unificate. 
© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2016 Immagine di Orazio Nullo "Night flight over Giovi Pass" Atelier des Pixels collection

mercoledì 8 agosto 2018

Anteprima da "Ai nostri paesi ce ne son delle più belle"

LO SPIRITO DI SAIRANO
di Claudio Montini
Avere un posto in cui tornare, oppure uno da cui partire senza la certezza di rivederlo e, in fondo, nemmeno il rimpianto vuol dire essere ancora vivi: così sosteneva Cesare Pavese in un passaggio de La luna e i falò. Rispetto al maestro piemontese e langhigiano (già professore di letteratura inglese presso l'università di Torino, relatore della tesi di laurea di Fernanda Pivano, redattore e collaboratore della casa editrice Einaudi), io non sono che un granello di sabbia in riva al mare; tuttavia ho conservato un buon ricordo delle persone e dei luoghi che hanno caratterizzato e, devo ammetterlo, in parte forgiato la mia infanzia, l'adolescenza e la gioventù: rispetto a lui, ho questo vantaggio e, probabilmente, esso mi salverà dal peso del senso di estraniamento e dalla sensazione di estraneità crescente che hanno condotto il professor Pavese a togliersi la vita. Per fortuna, io ho Sairano che non è un paese come gli altri, anzi, è smemorato come tutti gli altri; ma li batte e sta in vantaggio su di loro perchè insegna a condividere e ricordare la gioia delle piccole cose, delle abitudini, della gente che si guarda in faccia, che si rinfaccia le peggio cose ma che, quando c'è una lacrima da asciugare o un dispiacere da consolare o un morto da accompagnare e far vivere nel ricordo di tutti, non è secondo a nessuno. A chi mi chiede di descrivere i sairanesi, dico che loro sono come i giapponesi con la macchina fotografica al collo: lo dico perchè di tutti i pavesi, loro sono gli unici che cercano sempre di cavarsela meglio che possono e a testa alta in qualsiasi frangente, sanno annusare l'aria e cercano di andare d'accordo con tutti per cavarne il massimo profitto in questa vita, che è una sola ed è inutile perdere tempo ad avvelenarla al prossimo. Badano al sodo, ma non dimenticano gli amici e la buona tavola: per marcare le distanze da antipatici e arroganti, li apostrofano ricordando loro che non hanno mai mangiato il risotto insieme; rispettano l'impegno e la generosità, ma non amano gli eccessi. Sairano è un posto da cui si smania di partire per far fortuna e si spera di tornare vincitori, ma anche un posto dove si torna volentieri, foss'anche solo con la memoria, giusto per riassaporare le cose buone di una volta. Lo sapeva bene anche il conte Carena che ristrutturò il castello (fondato da un capitano di ventura della guerra dei Trent'anni, così ricompensato dalla corona di Spagna per i suoi servigi) nel XX secolo, elevandolo a casa di campagna dove coltivare l'otium inteso alla latina: infatti, all'ingresso degli appartamenti privati pose una scritta emblematica nella lingua di Cicerone "Civiles curae procul hinc abite", andate lontano da qui preoccupazioni civili ovvero state alla larga da questo posto tribolazioni del lavoro e della vita pubblica. Del resto, il conte era un notaio che aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale, come i tanti che sono scritti sul monumento ai caduti (inaugurato nel 1929 proprio davanti all'ingresso carraio del maniero, sul quale tutti i coscritti hanno scattato una foto ricordo dell'avvenuta visita di leva); come tanti notabili che, in qualche modo, avevano partecipato all'ultima guerra risorgimentale o alla prima del secolo breve, anch'egli aveva caro il tenere distinta la vita professionale e pubblica da quella privata e rustica, legata al blasone conquistato o acquistato (sostengono le malelingue) e basato sul censo o sulla proprietà terriera. Lo spirito di Sairano, che si era già manifestato ai primi coloni eredi di Caio Giulio Cesare e a quelli Ottaviano Augusto, credo lo abbia ripagato e altrettanto abbia fatto con i suoi eredi concedendo a tutti dosi generose di buon senso pratico, sarcasmo e scetticismo uniti a istinto di sopravvivenza e curiosità che hanno fatto sì che echi e boati del mondo, tanto incalzanti e contraddittori quando non perniciosi per la salute, giungessero ben distinguibili sino a lì ma fossero anche interpretati (ma non copiati), distillati (ma non mutuati), metabolizzati (ma non approvati) o, infine, marginalizzati e dimenticati. Non ho mai sentito il bisogno di tornare a Sairano perchè il suo spirito, in fondo all'anima, mi ha sempre fatto compagnia come una coscienza implacabile, spietata, che vive di vita propria ma che ha saputo consigliarmi e, lo devo ammettere a denti stretti, consolarmi nei momenti difficili della vita e della scrittura, due mestieri faticosissimi e due passioni cui non voglio rinunciare. Ai nostri paesi ce ne son delle più belle non è una antologia di racconti e non è un monumento alla memoria, o per meglio dire, non è soltanto queste cose: è un prodotto nuovo di quel coacervato di idee, sensazioni, sogni e riflessioni che per qualche misteriosa ragione prende domicilio nella mia testa, si tuffa nel cuore ed esce dalle dita componendosi sulla pagina. E' la maturazione di materiale già scritto e pubblicato, ma dotato di potenzialità inespresse che fremevano e urlavano tra le righe per essere liberate, messe in luce e armonizzate al flusso narrativo. E' la specialità dello spirito di Sairano e dei sairanesi: quella di traformare cose vecchie in sogni nuovi da sognare, in ogni dannato posto del mondo essi si trovino a viaggiare.

© 2018 testo di Claudio Montini
© 2018 Immagine creata da Orazio Nullo