Hanno ripetuto i vostri nomi davanti a una buca che non c'era, prima di quel giorno che doveva essere un normale mercoledì di lavoro, di scuola, di malattia e di guarigione, di caffè e dolci a colazione, di vita comune uguale a tanti altri che Dio aveva mandato in terra senza distrarsi.
Già: doveva essere così, o meglio, avrebbe dovuto essere tutto quello e anche di più, celebrandolo e vivendolo e spendendolo ciascuno a modo suo perchè il mondo è un posto tanto grande, c'è posto per tutti, da queste parti i nostri vecchi dicevano c'è più tempo che vita e ognuno se la mena come vuole, la mia libertà finisce dove comincia la tua e mi batterò affinchè tu possa esprimere le tue idee, costruire i tuoi sogni, pregare il tuo Dio.
Evidentemente, Dio in quel periodo era distratto da altre questioni: non si è accorto che qualcuno aveva frainteso il suo messaggio e si era sostituito a Lui decidendo che, quanti più infedeli avrebbe ucciso, quanto più terrore e orrore avrebbe sparso, quanta più distruzione avrebbe portato nel mondo tanto più rapidamente sarebbe asceso al paradiso celeste, avrebbe glorificato il Suo Nome e avrebbe accresciuto la Sua Potenza.
Ma cosa se ne fà Colui che ha creato l'universo e le creature e le forze, visibili e invisibili, che lo animano e lo fanno vivere e crescere e moltiplicarsi di altra forza e altra gloria, quando Lui è già onnipotente e onniscente e unico??
Ma cosa se ne fà di un cimitero cadente e lacero che ha il sapore della morte e della polvere, proprio Lui che è il Signore della Vita, delle voci, dei colori, dei suoni, dei battiti del cuore e che li ha generati insieme al tempo, alla luce e allo spazio e ce li ha regalati perchè ne facessimo buon uso e li condividessimo senza egoismi di sorta perchè Lui, onnipotente, ha creato l'abbondanza affinchè nessuno rimanesse a mani vuote?
Ma cosa se ne fà del vostro laido commercio di paura, terrore e prevaricazione Colui che ci ha creati liberi di amare, di amarci e di amarlo anche quando, in apparenza, ce ne dimentichiamo?
Queste cose mi chiedo e mi rispondo così: ASSOLUTAMENTE NULLA!!
Perchè quando andiamo a cercarlo, Lui è là ad aspettarci; quando stiamo precipitando, arriva a sorreggerci; quando siamo disperati è Lui la forza che ci spinge a sollevare il capo e gli occhi al cielo: infatti Lui non si dimentica di noi, che si abbia fede o non se ne abbia, che si preghi oppure no, che ci si copra o si giri nudi.
Lui, grande e onnipotente essere superiore, guarda e ha guardato e guarderà al cuore delle creature indipendentemente dai loro gesti e dalle loro parole e dai fanatici che arringano le folle: e ricorderà, uno ad uno, pesando e giudicando, ogni momento in cui il cuore si è indurito e siamo stati ciechi e sordi; si ricorderà, altresì, anche di tutti coloro che hanno versato il sangue per colpa di chi disprezza ciò che non vuol capire.
Dicono che il mondo, da quell'undici settembre, non sia più lo stesso: è vero solo perchè voi, che siete morti allora e coloro che sono morti dopo quella data, non siete più fisicamente qui; in realtà, esso è rimasto uguale ed è anche peggiorato, è diventato più cattivo e feroce, forse perchè quel Dio dai tanti nomi ha smesso di bussare al cuore di ghiaccio degli uomini, di toccare e sbriciolare timpani di pietra con una sola parola, di spalmare di fango ristorando la luce delle loro pupille.
Ma noi che ci ostiniamo a non dimenticare, siamo certi che possa tornare e non smetteremo neanche di sperare.
(c) 2015 Testo di Claudio Montini
(c) 2015 Foto da Google Images/ acomearte.blogspot.com
Lo conosco da una vita, ma riesce
sempre a stupirmi tanto per le vette che il suo entusiasmo è capace
di conquistare, quanto per gli oscuri abissi in cui precipita la sua
anima offesa da un torto, da un'errore madornale, da un'assenza di
fortuna.
Anche quella ci vuole, in questo ballo
verticale che si impara un passo al giorno, dove non c'è rimedio ad
ogni passo sbagliato ma un biglietto senza ritorno: come quelli che
abbiamo dato alle persone sbagliate rimpiangendo, poi, le ore e i
giorni in cui non le abbiamo generosamente amate pur avendole vicine
così tanto da poterle sfiorare con le labbra, con le dita, coi
pensieri.
Lui ha avuto la sua parte di fortuna,
giusta appena per cadere in piedi e potere raccontare di persona come
è andata, ma non ha mai venduto la dignità per un posto al sole e
un nome che si fa ricordare.
E' convinto, ultimo di una stirpe
infelice, che ciascuno nasca con capacità specifiche e speciali.
E' certo che, volenti o nolenti,
positive o negative che siano, il destino riesca a cavarle fuori
facendole fruttare, costingendoti a goderne tutte le conseguenze.
" Affiora sempre la crema nel
latte; ci vuole pazienza, ma affiora e con quella ci si fa il burro:
il siero che resta è buono solo per il pastone dei maiali. "
Così l'ammonì la vecchia bidella
delle medie, dopo l'esame di licenza, mentre aspettava che gli altri
compagni finissero la loro prova orale, per tornare in bicicletta
tutti insieme al paese.
Al principio, pensò che fosse un
pensiero a voce alta sfuggito di bocca a quell'attempata signora, cui
la fine dell'estate avrebbe portato la pensione e a lui una lunga
carriera di studi in città; poi, quasi subito a dire il vero, intuì
la portata di quelle parole e lasciò che prendessero posto in un
cantuccio della memoria.
La stessa cosa fece coi rari consigli,
asciutti come un proverbio e inesorabili come una sentenza consegnata
agli annali della Storia, che suo padre gli lasciò quando il suo
cuore si arrese alla malattia.
E' capitato e capiterà ancora che
vecchi auspici e secolari proverbi aderiscano alla realtà del tempo
che scorre imperterrito.
Tuttavia, talvolta gli è parso di
dare la caccia a farfalle immaginarie, sprecandolo nello sforzo
lasciare una buona opinione di sè al prossimo suo.
Ma, nel lampo d'uno scongiuro che
mette in fuga un pensiero fosco, in una battuta ironica che lo fa
ridere da solo, in uno schizzo di fantasia sulle pareti dell'anima
che disegna altre quinte e altri fondali per altre storie da
raccontare, lui trova canestri colmi di parole per darsi il
coraggio, la pazienza e la speranza che non ha.
Due facce della stessa medaglia, forse, oppure due prospettive diverse da cui vedere la natura umana, sebbene illuminate dalla stessa luce intellettuale che, secondo alti pensatori di ogni epoca storica, è stata la caratteristica che ha specializzato il genere umano rispetto al resto del regno animale. Ognuno a modo suo, catturano e vivono e condividono con tutti noi la meraviglia per la bellezza e l'innocenza dei colori della vita.
Acquarello
di Massimo Pistoja
Un
fiore, il cuore
la
luce, l’ amore la
gioia è volare la
tela di un quadro colori
mescolati da racconti rievocati
dai solchi della vita danno
vita a sfumature acquerellate
rivelano
storie perse, di ragazze abbronzate.
Semplicità
di vacanze rapite dal
suono di un flauto, colori
mescolati dal vento si
lasciano ruzzolare sulla carta capolavoro
di aromi, plasmare
un affresco pronto da ammirare. La
corsa di un gabbiano appare
all’ improvviso dal passato un
motoscafo bianco dal nome singolare, la
Rosa dei Venti, trasporta i sogni chiudi
gli occhi e sentirai il profumo dell’ Amore scorgerai
paesaggi sconfinati ,
la
luce dei fiori è calore, gioia di volare
sulle
ali rosse di un biplano Amore
che solo tu hai vissuto la
nostra storia afferrata dalla
forza di un emozione.
Un
fiore, l’ Amore
un
nome, il tuo passeggiare,
volare poco
conta
abbiamo
il cuore tra mani.
(c) 2012 Massimo Pistoja tratto da I COLORI DELLA VITA vol.1 ed. Intermedia
(c) 2015 Orazio Nullo per VideoKlaut66 per il video
(c) 2012 Massimo Pistoja/Intermedia edizioni
(c) 2015 Claudio Montini per le note a margine (c) 2013 Foto di Sara Lugani "Earth gifts"
Se
una mela al giorno toglie il medico di torno, con la torta di mele al
mattino salti le siepi come un cavallino!
Dunque,
eccovi la lista della spesa:
150
grammi farina 00
150
grammi burro
150
grammi zucchero semolato bianco
4
o 5 mele gialle (la quinta serve per la decorazione, poi vi
spiego...)
4
uova di gallina intere (albume + tuorlo)
Un
pizzico di sale fino
1
bustina di lievito per dolci
1
limone ( ci serve solo la scorza: è da grattugiare)
Zucchero
a velo per il gran finale
Sbucciate
e private del torsolo (con l'apposito strumento) quattro mele gialle,
poi tagliatele a fette: guarda un po' che belle ruote di mela!
In
una ciotola montate a spuma le uova, lo zucchero e la scorza
grattugiata del limone; intanto sciogliete il burro che unirete alla
spuma di uova e zucchero con la farina e il contenuto della bustina
di lievito che avrete setacciato insieme: quindi dateci dentro ad
amalgamare il tutto fino a ottenere una massa fluida e omogenea.
A
questa, incorporate le tonde fette delle quattro mele e versate il
tutto in una teglia imburrata o foderata di carta da forno; la quinta
mela, sbucciata e detorsolata e affettata, la disporrete sulla
superficie calcandola nell'amalgama quasi per dare l'idea di una
decorazione floreale, un piccolo campo fiorito visto dall'alto nel
quale pascola beato il cavallino...
Mettete
in forno a 160° C per 50 minuti circa: vale la prova stuzzicadenti,
potrebbe volerci anche meno dipende dal vostro forno; quando è
pronta, la lasciate raffreddare e alla fine spolverate con lo
zucchero a velo.
Lo
capisce anche un bambino
quanto
vale la prima colazione.
Con
la torta di mele al mattino
e
una bevanda calda nel tazzone,
salterai
le siepi come un cavallino!
Buon
appetito, in rima alternata, dalla vostra Jena Sabauda di fiducia.
Salve
forestiero: la fortuna cieca e il fato baro ti hanno portato sin qui
a incontrare il mio cuore di mattoni cotti dal sole e dal vento,
sferzati di pioggia e di vento e di neve.
Il
Tempo e la Storia sono scivolati sulla loro superficie impregnando
anche gli intonaci di memorie tramandate e conservate dai vincitori e
dai sopravvissuti, perchè l'imponenza del manufatto, da sola, dura
poco più di chi l'ha creata e non ha facoltà di parola: se viene
fagocitata dall'oblio del silenzio, se rimane senza testimoni, essa
si perde nella polvere da cui è sorta e in cui sono dispersi, ben
prima di lei, i suoi artefici.
La
natura si riprende sempre ciò che le è stato sottratto, per
restituirlo sotto altre spoglie destinate a un'altra vita.
I
re comandano le guerre che i popoli, per lealtà o per dovere, pagano
con tributi di sangue e di gioventù portandole a termine: i
vincitori si affannano a scrivere la Storia per compiacersi e
giustificarsi delle loro imprese, tacendo e mistificando a propria
convenienza; chi sopravvive alla tragedia, si secca la gola per
raccontare mille storie di eroi e d'infami, mescolando dolore e pietà
con verità e leggenda, a beneficio e istruzione delle generazioni
successive che abbiano ancora voglia di ascoltare.
A
suffragio della verità delle proprie parole, entrambe le schiere di
narratori additano e descrivono case e templi, simulacri e reliquie,
lande e borghi che sono stati teatro o semplice quinta o fondale di
scena degli eventi che vanno narrando, purchè siano ancora lì in
piedi da vedere.
Quel
che manca, come sempre, lo aggiunge la fantasia di chi ascolta e di
colui che racconta.
Quel
che resta è ciò che il Tempo, un galantuomo che sa fare il suo
mestiere, lascia levigando gli spigoli dei ricordi e distillando il
tutto in quella materia impalpabile e altamente malleabile che gli
umili chiamano memoria e i signori, scaltri e potenti, indicano col
nome di Storia seppellendo la verità sotto una montagna di carte, di
codici e pareri autorevoli.
Raggiungermi
non è difficile, sebbene io non sia da secoli nelle prime posizioni
delle tabelle di marcia dei pellegrini per fede o per diletto: del
resto, non ho mai fatto molto per mettermi in mostra, amo la placida
tranquillità della campagna che mi circonda.
Però,
oggigiorno, non è nemmeno difficile sapere delle piccole gemme
antiche che custodisco e che sono la ragione per cui vale la pena
venirmi a trovare: pensa che se digiti il mio nome in bocca al
ficcanaso globale elettronico, è capace di farti vedere anche se c'è
qualcuno che, davanti al mio castello, aspetta che apra la farmacia e
butta un'occhiata distratta al monumento all'unico soldato italiano
che abbia mai vinto una guerra: il milite ignoto vestito da fante
della prima Guerra Mondiale.
Ma
tu sei già qui e stai anche dando un'occhiata ai tanti nomi di
quelli che non sono tornati: troppa gioventù sprecata, altro che
Lomello riconoscente ai suoi figli caduti per la patria.
Come
tanti altri miei colleghi, ne avrei fatto volentieri a meno di
vederli partire giovani, vivi e forti e tornare in una cassa da morto
o storpi o malati.
Scusami,
sto parlando come un vecchio patetico...
Allora,
prima di parlarti della chiesa prepositurale di Santa Maria e del
battistero di San Giovanni ad Fontes che sono le mie parti più
antiche (considera un'arco di tempo tra il X e il XII secolo dopo
Cristo) mentre la chiesa di San Michele e il castello sono tra le più
giovani (hanno tre o quattro secoli di meno), vorrei spendere ancora
altre parole su di me che ti mostreranno un'immagine della mia anima
che le pietre, i mattoni, le guide e le altre enciclopedie non ti
daranno mai.
Sono
nato in una terra ricca d'acqua e un tempo, ormai distante alcuni
secoli, anche ricca di boschi fitti e affollati di selvaggina,
trapuntata di fontanili e prati e marcite, con piccoli dossi
argillosi e sabbiosi.
Tutti
questi dettagli insieme all'assenza di grossi ostacoli orografici, ha
fatto in modo che questa porzione di Pianura Padana diventasse un
posto ideale tanto per scorribande di esaltati di ogni genere quanto
per dimore del buon ritiro, dove stare alla larga dai veleni e dagli
intrighi delle segrete stanze del potere temporale, così come culla
di bontà e prelibatezze
Da
me, la Storia si è fermata poche volte e solo per abbeverare i
cavalli, rifocillarsi e curarsi graffi e ferite, stringere patti
anche matrimoniali ( di cui ti dirò in seguito ) e ripartire più
forte e più sana verso altre terre e verso più memorabili imprese e
rocambolesche avventure; tuttavia non ha mancato di lasciare segni
del suo passaggio, a volte per caso ma più spesso per necessità: un
castello, una via o un ponte, un tempio o solo un'edicola votiva.
Altrove,
per molto meno, ci si gonfierebbe il petto facendo la ruota come
pavoni con ogni forestiero che si presentasse curioso di cimeli,
reliquie e antiche mura ostinate nello sfidare i secoli: qui la
memoria dura un giorno, al massimo due o tre, come le rose,
paragonata alla lunga catena dei secoli che ti hanno portato qui
oggi.
Se
tornasse Cicerone a dirmi che " Historia magistra vitae est "
gli riderei in faccia, anche se all'epoca del suo consolato ero già
un satellite nell'orbita di Roma, da almeno un secolo.
In
fondo, le tribù dei Levi che erano scese dai Giovi e dalle morene
monferrine, non avendo alcuna nostalgia del mare con cui litigavano
per il pesce e per la terra su cui piantare capanne, ma da cui
avevano imparato a cavare il sale da scambiare con le genti di
pianura, erano desiderose di vivere senza doversi sempre guardare le
spalle, capaci di adattarsi a ciò che trovavano e fare scambi
proficui.
Ai
Romani piaceva la campagna boscosa e ricca di fontanili e fiumi
limpidi e pescosi: chissà perchè, acqua e terra da lavorare, con le
mani e con gli aratri, li rilassava e smettevano di pensare solo a
menar le mani con gladi e lance; ai Levi, piacevano quei prodi
operosi con cui si facevano spesso buoni scambi e, sebbene avessero
preso a comandare a destra e a manca, avevano pensato da subito alla
sicurezza e all'ordine per tutti cingendomi con una palizzata e un
fortino in cui anche chi pensava ai commerci e agli stomaci potesse
trovare conforto e scampo dai predatori randagi.
Gli
uni pensavano alle armi, gli altri al benessere senza stare a
cavillare sul fatto di doversi romanizzare: conveniva ai traffici di
entrambe le parti; gli dei, anche se cambiavano nome, continuavano a
stare oltre le nuvole e sotto la terra che calpestavano mentre tutti
quanti dovevano mangiare, mettere su casa, prosperare e fare figlioli
che li avrebbero sostenuti nella vecchiaia: finchè il cielo non
fosse caduto sulla testa, c'era rimedio ad ogni cosa.
Allora
vennero le strade che ricongiunsero il mare con le montagne e con le
terre che vi stendono oltre, fino ai confini del continente in faccia
ad altro mare.
Su
questi tracciati selciati son passati secoli di Storia e di storie,
di risa, pianti, congiure e atti di valore e coraggio; orde di
vandali e bruti, bande di soldataglia e squadroni di cavalleria sono
passati come la tempesta, arraffando quel che potevano e andandosene
senza voltarsi a gettare uno sguardo pietoso a macerie fumanti e
vedove e orfani; stuoli di millantatori venuti a promettere castelli
sulle nuvole e fiumi d'oro e di latte e miele, hanno preteso in
cambio giovani vite e frutti della fatica nei campi per foraggiare le
loro ambizioni o quelle di sovrani lontani come le montagne, ancora
innevate, che si vedono nei giorni sereni e tersi di primavera.
La
Storia e la vita non si fermano mai, si rincorrono da un capo
all'altro dell'infinito, dal primo istante dell'universo al grande
botto finale che lo farà ripartire in tutt'altro modo.
Per
questa ragione ti risparmio la lunga teoria di generali e teste
coronate che mi hanno usato come pedina per i loro disegni ed eviterò
di raccontarti rappresaglie e altre feroci loro meschinità di cui
sono stato teatro: cambiano impresari e orchestrali ma la musica che
il popolo ascolta è sempre la medesima, se vuole sopravvivere.
La
fortuna degli uomini è una linea ondulata disegnata sulla trama e
sull'ordito del Tempo: sale e scende senza tregua e senza rispetto
per sudditi, sovrani o eroi.
Non
si è mai fermata nemmeno la regina Teodolinda, che è passata di qua
per scampare alle congiure di palazzo che, a Pavia, le avevano ucciso
il marito e che qui ne ha trovato un altro dandogli una figlia e un
figlio; che qui ha abbracciato la fede cattolica abbandonando
l'arianesimo cristiano per farsi battezzare in quello che sarebbe
diventato il battistero di San Giovanni ad Fontes, in tal modo
riunendo il suo popolo alla comunione con la chiesa cattolica romana.
Senza
dire nulla delle chiese e dei conventi e degli ospizi che ha fondato
per tenere fede al suo nome di battesimo, tanto nella fede ariana che
in quella cattolica: in celtico, dal momento che lei proveniva da una
tribù che si muoveva tra la Baviera e la Foresta Nera, il suo nome
si compone di due radici verbali che significano amica, o scudo o
protettrice, del popolo.
Anche
io ho potuti annoverare molti suoi doni; su tutti, quelli che sono
ancora evidenti sono la basilica di Santa Maria Maggiore e il
Battistero di San Giovanni ad Fontes: sebbene quello che vedi sono
manufatti sorti parecchi secoli dopo di lei, la loro fondazione le è
sicuramente dovuta.
Mentre
segui il mio discorso, fai scorrere il tuo sguardo sui mattoni rossi,
sui ciottoli di fiume e sulle lastre lapidee di questa piazza,
intitolata a quell'antica regina per l'ipocrisia di un regime che
piegava la storia e la schiena dei giusti per la propria gloria
ingrassando solo i proseliti e gli accoliti.
Percorrila
con calma, misurando i passi, sali o scendi la via che gira intorno
al complesso monumentale che comprende il battistero e la basilica e
l'oratorio femminile, che un tempo era anche casa parrocchiale.
Non
una sola volta, mi raccomando; entra in loro e, se trovi una guida,
ascolta quanto ha da dirti: poi lascia che siano le pietre, i mattoni
gli intonaci a parlarti.
Non
temere: lo faranno e ti renderai conto che il tempo e la frenesia
contemporanea svaniranno per attestarsi più in là, verso il
castello e la chiesa sconsacrata di San Rocco.
Soltanto
i mattoni e le pietre dei manufatti posati ed eretti dagli avi di
coloro che animano questo paese, paradigma a modo suo di questa
nazione fatta a stivale, sfidano la miopia e l'oblio per parlare con
pazienza a te, forestiero giunto a Lomello per vedere il mio cuore
antico e sentirlo ancora pulsare.
(c) 2015 testo del racconto tratto da CAMERE AMMOBILIATE PER VIAGGIATORI IMMAGINARI
di Claudio Montini edito in selfpublishing da YOUCANPRINT 2015
Video condiviso dal canale youtube di family.tv - serie Piccola Grande Italia
Per eventuali visite a Lomello, contattate la Proloco di Lomello (PV) prololocolomello.blogspot.com
Settembre ha già speso la sua prima settimana, ma io non ho ancora girato la pagina del calendario: sono fermo ad Agosto ma solo per pigrizia.
Formalmente, siamo ancora in estate e fino al 21 del mese nessuno può dire il contrario: tanto è vero che da una settimana addietro e per le prossime due, in Lomellina cioè la parte della provincia di Pavia che confina con il Piemonte a ovest e a sud e a nord-nordovest, è un susseguirsi e accavallarsi di sagre e feste e fiere; tanto per dire, quest'anno contemporaneamente, a Sartirana Lomellina andrà in onda la ultraquarantennale Sagra della Rana cucinata in vari modi (fritta, in umido, con il risotto) mentre a Valle Lomellina, negli stessi giorni dal 4 al 6 settembre, si risponderà con la sagra della lumaca preparata in vari modi con la novità della lumaca fritta da passeggio (lumaca take away pareva troppo esterofilo...).
Ci sono state la sagra della cozza e dei frutti di mare a Castelnovetto, un posto che il mare se lo sognano di notte e di girno lo vedrebbero se spianassero il Turchino e soffiasse il mistral a spazzare l'orizzonte dalla foschia e dallo smog di Genova che, comunque, da lì dista un duecento chilometri sani....
Non più pervenute, dall'estinzione del partito e del giornale, le feste de l'Unità e dell'amicizia, in compenso sono spuntate feste della birra e sagre dello stufato d'asino, della cipolla o rossa o bionda o a strisce, dell'aglio (a Castelnuovo Scrivia, ma qui siamo in Piemonte provincia di Alessandria: però tanto vicini da sembrare vogheresi o lomellini a seconda degli umori degli uni e degli altri, comunque ottimi produttori di generi ortofrutticoli), feste del raviolo e trionfi di polentate e, udite udite, festa del gorgonzola (a Lomello, l'ultimo fine settimana di agosto; per la precisione festa dal strachìn che, per il resto del mondo è il formaggio superfresco altrimenti detto crescenza): tutte rigorosamente innaffiate da generose libagioni di vini rossi e bianchi e a strisce quando non boccali di birra "perchè tanto non è alcolicamente forte, è fresca, va giù bene e favorisce la gara dell'eruttazione rumorosa.
Curiosamente, si cucina anche molto riso in tutte le sue varianti: anzi sembra che ci sia una vera e propria riscoperta dei risotti fatti come una volta, con conseguente calo di richieste di pastasciutta: forse perchè il riso, comunque cucinato, conserva le sue qualità igroscopiche e mantiene la sbroza entro limiti accettabili mentre lo spaghetto e il maccherone tendono a galleggiare....leggenda metropolitana di (poco) santi bevitori padani!
L'ultima nota, è proprio il caso di dirlo, tutte le feste basate sul servizio ristorante non possono esimersi dal corredarsi di apposita colonna sonora a base di musica agricola ovvero una miscela di brani di liscio tradizionale e da sala, ballabili revival anni '60 italiani e internazionali, ritmi caraibici e sudamericani per accompagnare il desco e far sudare, quanto basta a far calare il tenore etilico, arzilli vecchietti e giovani alternativi.
Scampoli di allegria a buon mercato per salutare l'estate e prepararsi al sonno della mente, poichè subito dopo la metà di settembre ripartono tutte le trasmissioni e le serie televisive di successo; iniziano le brume autunnali e la sarabanda di scadenze fiscali che si mangeranno, ancora prima di incassarla (sempre che non si sia nell'inferno della disoccupazione e nel limbo degli ammortizzatori sociali), la cosiddetta gratifica natalizia o tredicesima.
Io comincio a già sperare nel nuovo anno: no, non quello che parte a gennaio 2016....ma quello che comincerà nel 2018, se sarò ancora qui a raccontarlo...ma, questa è un'altra storia.
Claudio Montini
(c) 2015 testo: Claudio Montini
(c) 2015 Foto di Orazio Nullo - Cantina di Casa Roncalli - Sotto Il Monte Roncalli (BG)
La stagione
Autunno-Inverno 2015 de La Jena Sabauda si apre con un dolce, per
indorare la pillola dell'addio all'estate e alla vita all'aria aperta
tipiche dell'estate e della primavera inoltrata.
In fondo, a quelle
stagioni rimandano i colori, i sapori e gli aromi necessari alla
preparazione che ora vi vado ad elencare:
1 litro di latte di
mucca (intero o parzialmente scremato, come volete: io preferisco il
primo)
40 grammi di burro
250 grammi di semola
di grano duro ( il cosiddetto semolino...)
4 uova di gallina
intere (no, il guscio, no! Ma il tuorlo e l'albume insieme, sì)
250 grammi di
zucchero semolato bianco
500 grammi di ricotta
di latte vaccino
opzionale:
cioè se vi piace, 1 busta di vanillina
opzionale:
100 grammi di uva sultanina ammollata
opzionale:
un bicchiere di liquore o marsala secco per fare rinvenire l'uva
sultanina
Abbiamo
tutto? Alura, duma c'anduma! (esortazione piemontese per cominciare
qualcosa con entusiasmo e buona lena: Suvvia,
andiamo!)
Pronti ai fuochi? Avanti, mie pentole sabaude!
Mettete a bollire il latte e, quando è caldo, cominciate ad
aggiungervi tutto il burro e la scorza di limone grattugiato (se vi
garba, anche la bustina di vanillina ma non è indispensabile);
raggiunta l'ebollizione del latte, tuffateci dentro a pioggia tutto
il semolino e cominciate a mescolare affinché sia un fluido omogeneo
e senza grumi: cuocete per qualche minuto e poi lasciate intiepidire.
Nel frattempo che il semolino cuoce e riposa e raffredda, in una
ciotola montate insieme lo zucchero (250 grammi), le uova di gallina
intere (quattro tuorli e relativo albume) cui unirete la ricotta
vaccina (500 grammi) fino ad ottenere un composto omogeneo: siete
pronti per unirvi il semolino cotto che avevate lasciato in disparte
e per mescolare tutti gli ingredienti con passione, energia e cura.
A questo punto, chi lo volesse, può unire al composto ottenuto 100
grammi di uvetta sultanina fatta rinvenire con un bicchiere (o anche
mezzo bicchiere) di liquore o vino liquoroso, come il marsala secco o
il liquore Strega per esempio: è un vezzo stilistico in più che non
fa nè bene nè male.
Versate il tutto in una pirofila o in una teglia a bordo
adeguatamente alto, livellando in modo uniforme e cuocendo a 180° C
per 50/60 minuti; il tempo varia a seconda del forno che avete a
disposizione: pertanto occhio alla doratura della superficie e ai
sondaggi che farete con lo stuzzicadenti, come si è sempre fatto per
qualsiasi torta....
Una volta terminata la cottura, questo dolce va assolutamente servito
freddo: infatti, è il tipico dolce che le nonne preparano per i
nipotini, quando il tempo è incerto e bigio e la natura cambia i
suoi colori; si fa in un attimo e, il giorno dopo, sarebbe anche più
buono se ne rimanesse....perchè in un attimo sparisce! Nemmeno il
tempo di una foto ricordo: perciò, buon appetito!!!
La Jena Sabauda
(c)2015
testo e ricetta La Jena Sabauda (revisione Claudio Montini)
(c)2015
foto di Orazio Nullo "Stregati dalla torta"