venerdì 11 settembre 2015

Undici settembre: ricordare, amare, sperare ancora in un mondo migliore.

Obbligati a sperare in un mondo
migliore: undici settembre...




 di Claudio Montini


  
Hanno ripetuto i vostri nomi davanti a una buca che non c'era, prima di quel giorno che doveva essere un normale mercoledì di lavoro, di scuola, di malattia e di guarigione, di caffè e dolci a colazione, di vita comune uguale a tanti altri che Dio aveva mandato in terra senza distrarsi.
Già: doveva essere così, o meglio, avrebbe dovuto essere tutto quello e anche di più, celebrandolo e vivendolo e spendendolo ciascuno a modo suo perchè il mondo è un posto tanto grande, c'è posto per tutti, da queste parti i nostri vecchi dicevano c'è più tempo che vita e ognuno se la mena come vuole, la mia libertà finisce dove comincia la tua e mi batterò affinchè tu possa esprimere le tue idee, costruire i tuoi sogni, pregare il tuo Dio.
Evidentemente, Dio in quel periodo era distratto da altre questioni: non si è accorto che qualcuno aveva frainteso il suo messaggio e si era sostituito a Lui decidendo che, quanti più infedeli avrebbe ucciso, quanto più terrore e orrore avrebbe sparso, quanta più distruzione avrebbe portato nel mondo tanto più rapidamente sarebbe asceso al paradiso celeste, avrebbe glorificato il Suo Nome e avrebbe accresciuto la Sua Potenza.
Ma cosa se ne fà Colui che ha creato l'universo e le creature e le forze, visibili e invisibili, che lo animano e lo fanno vivere e crescere e moltiplicarsi di altra forza e altra gloria, quando Lui è già onnipotente e onniscente e unico??
Ma cosa se ne fà di un cimitero cadente e lacero che ha il sapore della morte e della polvere, proprio Lui che è il Signore della Vita, delle voci, dei colori, dei suoni, dei battiti del cuore e che li ha generati insieme al tempo, alla luce e allo spazio e ce li ha regalati perchè ne facessimo buon uso e li condividessimo senza egoismi di sorta perchè Lui, onnipotente, ha creato l'abbondanza affinchè nessuno rimanesse a mani vuote?
Ma cosa se ne fà del vostro laido commercio di paura, terrore e prevaricazione Colui che ci ha creati liberi di amare, di amarci e di amarlo anche quando, in apparenza, ce ne dimentichiamo?
Queste cose mi chiedo e mi rispondo così: ASSOLUTAMENTE NULLA!!  
Perchè quando andiamo a cercarlo, Lui è là ad aspettarci; quando stiamo precipitando, arriva a sorreggerci; quando siamo disperati è Lui la forza che ci spinge a sollevare il capo e gli occhi al cielo: infatti Lui non si dimentica di noi, che si abbia fede o non se ne abbia, che si preghi oppure no, che ci si copra o si giri nudi.
Lui, grande e onnipotente essere superiore, guarda e ha guardato e guarderà al cuore delle creature indipendentemente dai loro gesti e dalle loro parole e dai fanatici che arringano le folle: e ricorderà, uno ad uno, pesando e giudicando, ogni momento in cui il cuore si è indurito e siamo stati ciechi e sordi; si ricorderà, altresì, anche di tutti coloro che hanno versato il sangue per colpa di chi disprezza ciò che non vuol capire.  
Dicono che il mondo, da quell'undici settembre, non sia più lo stesso: è vero solo perchè voi, che siete morti allora e coloro che sono morti dopo quella data, non siete più fisicamente qui; in realtà, esso è rimasto uguale ed è anche peggiorato, è diventato più cattivo e feroce, forse perchè quel Dio dai tanti nomi ha smesso di bussare al cuore di ghiaccio degli uomini, di toccare e sbriciolare timpani di pietra con una sola parola, di spalmare di fango ristorando la luce delle loro pupille.
Ma noi che ci ostiniamo a non dimenticare, siamo certi che possa tornare e non smetteremo neanche di sperare.


(c) 2015 Testo di Claudio Montini
(c) 2015 Foto da Google Images/ acomearte.blogspot.com 
                   Vassilij Kandinskij   Movement I°  1935 olio su tela 

Lo conosco da una vita - da Briciole di sogni nello sguardo 2013 Youcanprint

Lo conosco da una vita 


di Orazio Nullo

 

Lo conosco da una vita, ma riesce sempre a stupirmi tanto per le vette che il suo entusiasmo è capace di conquistare, quanto per gli oscuri abissi in cui precipita la sua anima offesa da un torto, da un'errore madornale, da un'assenza di fortuna.
Anche quella ci vuole, in questo ballo verticale che si impara un passo al giorno, dove non c'è rimedio ad ogni passo sbagliato ma un biglietto senza ritorno: come quelli che abbiamo dato alle persone sbagliate rimpiangendo, poi, le ore e i giorni in cui non le abbiamo generosamente amate pur avendole vicine così tanto da poterle sfiorare con le labbra, con le dita, coi pensieri.
Lui ha avuto la sua parte di fortuna, giusta appena per cadere in piedi e potere raccontare di persona come è andata, ma non ha mai venduto la dignità per un posto al sole e un nome che si fa ricordare.
E' convinto, ultimo di una stirpe infelice, che ciascuno nasca con capacità specifiche e speciali.
E' certo che, volenti o nolenti, positive o negative che siano, il destino riesca a cavarle fuori facendole fruttare, costingendoti a goderne tutte le conseguenze.
" Affiora sempre la crema nel latte; ci vuole pazienza, ma affiora e con quella ci si fa il burro: il siero che resta è buono solo per il pastone dei maiali. "
Così l'ammonì la vecchia bidella delle medie, dopo l'esame di licenza, mentre aspettava che gli altri compagni finissero la loro prova orale, per tornare in bicicletta tutti insieme al paese.
Al principio, pensò che fosse un pensiero a voce alta sfuggito di bocca a quell'attempata signora, cui la fine dell'estate avrebbe portato la pensione e a lui una lunga carriera di studi in città; poi, quasi subito a dire il vero, intuì la portata di quelle parole e lasciò che prendessero posto in un cantuccio della memoria.
La stessa cosa fece coi rari consigli, asciutti come un proverbio e inesorabili come una sentenza consegnata agli annali della Storia, che suo padre gli lasciò quando il suo cuore si arrese alla malattia.
E' capitato e capiterà ancora che vecchi auspici e secolari proverbi aderiscano alla realtà del tempo che scorre imperterrito.
Tuttavia, talvolta gli è parso di dare la caccia a farfalle immaginarie, sprecandolo nello sforzo lasciare una buona opinione di sè al prossimo suo.
Ma, nel lampo d'uno scongiuro che mette in fuga un pensiero fosco, in una battuta ironica che lo fa ridere da solo, in uno schizzo di fantasia sulle pareti dell'anima che disegna altre quinte e altri fondali per altre storie da raccontare, lui trova canestri colmi di parole per darsi il coraggio, la pazienza e la speranza che non ha.
Lo conosco bene, da una vita: e lui lo sa.
Sono lo specchio alla sua faccia.
Sono l'ombra nascosta nello sguardo.
Sono il sogno frustrato e abortito.
Sono una via di fuga che scarterà,
perchè lo conosco da una vita: e lui lo sa!


(c) 2013 Testo e fotografia di Orazio Nullo

mercoledì 9 settembre 2015

Poeti&poesie di gran classe: Massimo Pistoja+video di Orazio Nullo

Due poeti dal cuore 

nelle risaie:

Massimo Pistoja 

e Orazio Nullo

di Claudio Montini

 


 Due facce della stessa medaglia, forse, oppure due prospettive diverse da cui vedere la natura umana, sebbene illuminate dalla stessa luce intellettuale che, secondo alti pensatori di ogni epoca storica, è stata la caratteristica che ha specializzato il genere umano rispetto al resto del regno animale.
Ognuno a modo suo, catturano e vivono e condividono con tutti noi la meraviglia per la bellezza e l'innocenza dei colori della vita.


Acquarello


di Massimo Pistoja
Un fiore, il cuore
la luce, l’ amore
la gioia è volare
la tela di un quadro
colori mescolati da racconti
rievocati dai solchi della vita
danno vita a sfumature acquerellate
rivelano storie perse, di ragazze abbronzate.
Semplicità di vacanze rapite
dal suono di un flauto,
colori mescolati dal vento
si lasciano ruzzolare sulla carta
capolavoro di aromi,
plasmare un affresco pronto da ammirare.
La corsa di un gabbiano
appare all’ improvviso dal passato
un motoscafo bianco dal nome singolare,
la Rosa dei Venti, trasporta i sogni
chiudi gli occhi e sentirai il profumo dell’ Amore
scorgerai paesaggi sconfinati ,
la luce dei fiori è calore, gioia di volare
sulle ali rosse di un biplano
Amore che solo tu hai vissuto
la nostra storia afferrata
dalla forza di un emozione.
Un fiore, l’ Amore
un nome, il tuo
passeggiare, volare
poco conta
abbiamo il cuore tra mani.


(c) 2012 Massimo Pistoja  tratto da I COLORI DELLA VITA vol.1 ed. Intermedia

(c) 2015 Orazio Nullo per VideoKlaut66 per il video
(c) 2012 Massimo Pistoja/Intermedia edizioni 
(c) 2015 Claudio Montini per le note a margine  
(c) 2013 Foto di Sara Lugani  "Earth gifts"
  
                                             

martedì 8 settembre 2015

Torta del cavallino dalla Jena Sabauda - Radio Patela Magazine

Torta di mele 
del cavallino





di Jena Sabauda




Se una mela al giorno toglie il medico di torno, con la torta di mele al mattino salti le siepi come un cavallino!
Dunque, eccovi la lista della spesa:
  • 150 grammi farina 00
  • 150 grammi burro
  • 150 grammi zucchero semolato bianco
  • 4 o 5 mele gialle (la quinta serve per la decorazione, poi vi spiego...)
  • 4 uova di gallina intere (albume + tuorlo)
  • Un pizzico di sale fino
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 1 limone ( ci serve solo la scorza: è da grattugiare)
  • Zucchero a velo per il gran finale
Sbucciate e private del torsolo (con l'apposito strumento) quattro mele gialle, poi tagliatele a fette: guarda un po' che belle ruote di mela!
In una ciotola montate a spuma le uova, lo zucchero e la scorza grattugiata del limone; intanto sciogliete il burro che unirete alla spuma di uova e zucchero con la farina e il contenuto della bustina di lievito che avrete setacciato insieme: quindi dateci dentro ad amalgamare il tutto fino a ottenere una massa fluida e omogenea.
A questa, incorporate le tonde fette delle quattro mele e versate il tutto in una teglia imburrata o foderata di carta da forno; la quinta mela, sbucciata e detorsolata e affettata, la disporrete sulla superficie calcandola nell'amalgama quasi per dare l'idea di una decorazione floreale, un piccolo campo fiorito visto dall'alto nel quale pascola beato il cavallino...
Mettete in forno a 160° C per 50 minuti circa: vale la prova stuzzicadenti, potrebbe volerci anche meno dipende dal vostro forno; quando è pronta, la lasciate raffreddare e alla fine spolverate con lo zucchero a velo.

Lo capisce anche un bambino
quanto vale la prima colazione.
Con la torta di mele al mattino
e una bevanda calda nel tazzone,
salterai le siepi come un cavallino!


Buon appetito, in rima alternata, dalla vostra Jena Sabauda di fiducia.



La Jena Sabauda


© 2015 Ideazione ricetta e testo di La Jena Sabauda
© 2015 Filastrocca inedita di Claudio Montini
© 2015 Grafica e fotografie di Orazio Nullo

sabato 5 settembre 2015

Lomello - Piccola Grande Italia: Video + racconto originale da Radio Patela Magazine




Da   CAMERE AMMOBILIATE  PER VIAGGIATORI IMMAGINARI

di Claudio Montini

Voce di antichi mattoni: io sono Lomello


Salve forestiero: la fortuna cieca e il fato baro ti hanno portato sin qui a incontrare il mio cuore di mattoni cotti dal sole e dal vento, sferzati di pioggia e di vento e di neve.
Il Tempo e la Storia sono scivolati sulla loro superficie impregnando anche gli intonaci di memorie tramandate e conservate dai vincitori e dai sopravvissuti, perchè l'imponenza del manufatto, da sola, dura poco più di chi l'ha creata e non ha facoltà di parola: se viene fagocitata dall'oblio del silenzio, se rimane senza testimoni, essa si perde nella polvere da cui è sorta e in cui sono dispersi, ben prima di lei, i suoi artefici.
La natura si riprende sempre ciò che le è stato sottratto, per restituirlo sotto altre spoglie destinate a un'altra vita.
I re comandano le guerre che i popoli, per lealtà o per dovere, pagano con tributi di sangue e di gioventù portandole a termine: i vincitori si affannano a scrivere la Storia per compiacersi e giustificarsi delle loro imprese, tacendo e mistificando a propria convenienza; chi sopravvive alla tragedia, si secca la gola per raccontare mille storie di eroi e d'infami, mescolando dolore e pietà con verità e leggenda, a beneficio e istruzione delle generazioni successive che abbiano ancora voglia di ascoltare.
A suffragio della verità delle proprie parole, entrambe le schiere di narratori additano e descrivono case e templi, simulacri e reliquie, lande e borghi che sono stati teatro o semplice quinta o fondale di scena degli eventi che vanno narrando, purchè siano ancora lì in piedi da vedere.
Quel che manca, come sempre, lo aggiunge la fantasia di chi ascolta e di colui che racconta.
Quel che resta è ciò che il Tempo, un galantuomo che sa fare il suo mestiere, lascia levigando gli spigoli dei ricordi e distillando il tutto in quella materia impalpabile e altamente malleabile che gli umili chiamano memoria e i signori, scaltri e potenti, indicano col nome di Storia seppellendo la verità sotto una montagna di carte, di codici e pareri autorevoli.
Raggiungermi non è difficile, sebbene io non sia da secoli nelle prime posizioni delle tabelle di marcia dei pellegrini per fede o per diletto: del resto, non ho mai fatto molto per mettermi in mostra, amo la placida tranquillità della campagna che mi circonda.
Però, oggigiorno, non è nemmeno difficile sapere delle piccole gemme antiche che custodisco e che sono la ragione per cui vale la pena venirmi a trovare: pensa che se digiti il mio nome in bocca al ficcanaso globale elettronico, è capace di farti vedere anche se c'è qualcuno che, davanti al mio castello, aspetta che apra la farmacia e butta un'occhiata distratta al monumento all'unico soldato italiano che abbia mai vinto una guerra: il milite ignoto vestito da fante della prima Guerra Mondiale.
Ma tu sei già qui e stai anche dando un'occhiata ai tanti nomi di quelli che non sono tornati: troppa gioventù sprecata, altro che Lomello riconoscente ai suoi figli caduti per la patria.
Come tanti altri miei colleghi, ne avrei fatto volentieri a meno di vederli partire giovani, vivi e forti e tornare in una cassa da morto o storpi o malati.
Scusami, sto parlando come un vecchio patetico...
Allora, prima di parlarti della chiesa prepositurale di Santa Maria e del battistero di San Giovanni ad Fontes che sono le mie parti più antiche (considera un'arco di tempo tra il X e il XII secolo dopo Cristo) mentre la chiesa di San Michele e il castello sono tra le più giovani (hanno tre o quattro secoli di meno), vorrei spendere ancora altre parole su di me che ti mostreranno un'immagine della mia anima che le pietre, i mattoni, le guide e le altre enciclopedie non ti daranno mai.
Sono nato in una terra ricca d'acqua e un tempo, ormai distante alcuni secoli, anche ricca di boschi fitti e affollati di selvaggina, trapuntata di fontanili e prati e marcite, con piccoli dossi argillosi e sabbiosi.
Tutti questi dettagli insieme all'assenza di grossi ostacoli orografici, ha fatto in modo che questa porzione di Pianura Padana diventasse un posto ideale tanto per scorribande di esaltati di ogni genere quanto per dimore del buon ritiro, dove stare alla larga dai veleni e dagli intrighi delle segrete stanze del potere temporale, così come culla di bontà e prelibatezze
Da me, la Storia si è fermata poche volte e solo per abbeverare i cavalli, rifocillarsi e curarsi graffi e ferite, stringere patti anche matrimoniali ( di cui ti dirò in seguito ) e ripartire più forte e più sana verso altre terre e verso più memorabili imprese e rocambolesche avventure; tuttavia non ha mancato di lasciare segni del suo passaggio, a volte per caso ma più spesso per necessità: un castello, una via o un ponte, un tempio o solo un'edicola votiva.
Altrove, per molto meno, ci si gonfierebbe il petto facendo la ruota come pavoni con ogni forestiero che si presentasse curioso di cimeli, reliquie e antiche mura ostinate nello sfidare i secoli: qui la memoria dura un giorno, al massimo due o tre, come le rose, paragonata alla lunga catena dei secoli che ti hanno portato qui oggi.
Se tornasse Cicerone a dirmi che " Historia magistra vitae est " gli riderei in faccia, anche se all'epoca del suo consolato ero già un satellite nell'orbita di Roma, da almeno un secolo.
In fondo, le tribù dei Levi che erano scese dai Giovi e dalle morene monferrine, non avendo alcuna nostalgia del mare con cui litigavano per il pesce e per la terra su cui piantare capanne, ma da cui avevano imparato a cavare il sale da scambiare con le genti di pianura, erano desiderose di vivere senza doversi sempre guardare le spalle, capaci di adattarsi a ciò che trovavano e fare scambi proficui.
Ai Romani piaceva la campagna boscosa e ricca di fontanili e fiumi limpidi e pescosi: chissà perchè, acqua e terra da lavorare, con le mani e con gli aratri, li rilassava e smettevano di pensare solo a menar le mani con gladi e lance; ai Levi, piacevano quei prodi operosi con cui si facevano spesso buoni scambi e, sebbene avessero preso a comandare a destra e a manca, avevano pensato da subito alla sicurezza e all'ordine per tutti cingendomi con una palizzata e un fortino in cui anche chi pensava ai commerci e agli stomaci potesse trovare conforto e scampo dai predatori randagi.
Gli uni pensavano alle armi, gli altri al benessere senza stare a cavillare sul fatto di doversi romanizzare: conveniva ai traffici di entrambe le parti; gli dei, anche se cambiavano nome, continuavano a stare oltre le nuvole e sotto la terra che calpestavano mentre tutti quanti dovevano mangiare, mettere su casa, prosperare e fare figlioli che li avrebbero sostenuti nella vecchiaia: finchè il cielo non fosse caduto sulla testa, c'era rimedio ad ogni cosa.
Allora vennero le strade che ricongiunsero il mare con le montagne e con le terre che vi stendono oltre, fino ai confini del continente in faccia ad altro mare.
Su questi tracciati selciati son passati secoli di Storia e di storie, di risa, pianti, congiure e atti di valore e coraggio; orde di vandali e bruti, bande di soldataglia e squadroni di cavalleria sono passati come la tempesta, arraffando quel che potevano e andandosene senza voltarsi a gettare uno sguardo pietoso a macerie fumanti e vedove e orfani; stuoli di millantatori venuti a promettere castelli sulle nuvole e fiumi d'oro e di latte e miele, hanno preteso in cambio giovani vite e frutti della fatica nei campi per foraggiare le loro ambizioni o quelle di sovrani lontani come le montagne, ancora innevate, che si vedono nei giorni sereni e tersi di primavera.
La Storia e la vita non si fermano mai, si rincorrono da un capo all'altro dell'infinito, dal primo istante dell'universo al grande botto finale che lo farà ripartire in tutt'altro modo.
Per questa ragione ti risparmio la lunga teoria di generali e teste coronate che mi hanno usato come pedina per i loro disegni ed eviterò di raccontarti rappresaglie e altre feroci loro meschinità di cui sono stato teatro: cambiano impresari e orchestrali ma la musica che il popolo ascolta è sempre la medesima, se vuole sopravvivere.
La fortuna degli uomini è una linea ondulata disegnata sulla trama e sull'ordito del Tempo: sale e scende senza tregua e senza rispetto per sudditi, sovrani o eroi.
Non si è mai fermata nemmeno la regina Teodolinda, che è passata di qua per scampare alle congiure di palazzo che, a Pavia, le avevano ucciso il marito e che qui ne ha trovato un altro dandogli una figlia e un figlio; che qui ha abbracciato la fede cattolica abbandonando l'arianesimo cristiano per farsi battezzare in quello che sarebbe diventato il battistero di San Giovanni ad Fontes, in tal modo riunendo il suo popolo alla comunione con la chiesa cattolica romana.
Senza dire nulla delle chiese e dei conventi e degli ospizi che ha fondato per tenere fede al suo nome di battesimo, tanto nella fede ariana che in quella cattolica: in celtico, dal momento che lei proveniva da una tribù che si muoveva tra la Baviera e la Foresta Nera, il suo nome si compone di due radici verbali che significano amica, o scudo o protettrice, del popolo.
Anche io ho potuti annoverare molti suoi doni; su tutti, quelli che sono ancora evidenti sono la basilica di Santa Maria Maggiore e il Battistero di San Giovanni ad Fontes: sebbene quello che vedi sono manufatti sorti parecchi secoli dopo di lei, la loro fondazione le è sicuramente dovuta.
Mentre segui il mio discorso, fai scorrere il tuo sguardo sui mattoni rossi, sui ciottoli di fiume e sulle lastre lapidee di questa piazza, intitolata a quell'antica regina per l'ipocrisia di un regime che piegava la storia e la schiena dei giusti per la propria gloria ingrassando solo i proseliti e gli accoliti.
Percorrila con calma, misurando i passi, sali o scendi la via che gira intorno al complesso monumentale che comprende il battistero e la basilica e l'oratorio femminile, che un tempo era anche casa parrocchiale.
Non una sola volta, mi raccomando; entra in loro e, se trovi una guida, ascolta quanto ha da dirti: poi lascia che siano le pietre, i mattoni gli intonaci a parlarti.
Non temere: lo faranno e ti renderai conto che il tempo e la frenesia contemporanea svaniranno per attestarsi più in là, verso il castello e la chiesa sconsacrata di San Rocco.
Soltanto i mattoni e le pietre dei manufatti posati ed eretti dagli avi di coloro che animano questo paese, paradigma a modo suo di questa nazione fatta a stivale, sfidano la miopia e l'oblio per parlare con pazienza a te, forestiero giunto a Lomello per vedere il mio cuore antico e sentirlo ancora pulsare.



(c) 2015 testo del racconto tratto da 
      CAMERE AMMOBILIATE PER VIAGGIATORI IMMAGINARI  
             di Claudio Montini    
             edito in selfpublishing da YOUCANPRINT 2015

Video condiviso dal canale youtube di family.tv - serie Piccola Grande Italia

Per eventuali visite a Lomello, contattate la Proloco di Lomello (PV)  prololocolomello.blogspot.com


venerdì 4 settembre 2015

Impressioni di settembre volate via in una settimana

Scampoli di felicità a buon mercato



 di Claudio Montini


Settembre ha già speso la sua prima settimana, ma io non ho ancora girato la pagina del calendario: sono fermo ad Agosto ma solo per pigrizia.
Formalmente, siamo ancora in estate e fino al 21 del mese nessuno può dire il contrario: tanto è vero che da una settimana addietro e per le prossime due, in Lomellina cioè la parte della provincia di Pavia che confina con il Piemonte a ovest e a sud e a nord-nordovest, è un susseguirsi e accavallarsi di sagre e feste e fiere; tanto per dire, quest'anno contemporaneamente, a Sartirana Lomellina andrà in onda la ultraquarantennale Sagra della Rana cucinata in vari modi (fritta, in umido, con il risotto) mentre a Valle Lomellina, negli stessi giorni dal 4 al 6 settembre, si risponderà con la sagra della lumaca preparata in vari modi con la novità della lumaca fritta da passeggio (lumaca take away pareva troppo esterofilo...).
Ci sono state la sagra della cozza e dei frutti di mare a Castelnovetto, un posto che il mare se lo sognano di notte e di girno lo vedrebbero se spianassero il Turchino e soffiasse il mistral a spazzare l'orizzonte dalla foschia e dallo smog di Genova che, comunque, da lì dista un duecento chilometri sani....
Non più pervenute, dall'estinzione del partito e del giornale, le feste de l'Unità e dell'amicizia, in compenso sono spuntate feste della birra e sagre dello stufato d'asino, della cipolla o rossa o bionda o a strisce, dell'aglio (a Castelnuovo Scrivia, ma qui siamo in Piemonte provincia di Alessandria: però tanto vicini da sembrare vogheresi o lomellini a seconda degli umori degli uni e degli altri, comunque ottimi produttori di generi ortofrutticoli), feste del raviolo e trionfi di polentate e, udite udite, festa del gorgonzola (a Lomello, l'ultimo fine settimana di agosto; per la precisione festa dal strachìn che, per il resto del mondo è il formaggio superfresco altrimenti detto crescenza): tutte rigorosamente innaffiate da generose libagioni di vini rossi e bianchi e a strisce quando non boccali di birra "perchè tanto non è alcolicamente forte, è fresca, va giù bene e favorisce la gara dell'eruttazione rumorosa.
Curiosamente, si cucina anche molto riso in tutte le sue varianti: anzi sembra che ci sia una vera e propria riscoperta dei risotti fatti come una volta, con conseguente calo di richieste di pastasciutta: forse perchè il riso, comunque cucinato, conserva le sue qualità igroscopiche e mantiene la sbroza entro limiti accettabili mentre lo spaghetto e il maccherone tendono a galleggiare....leggenda metropolitana di (poco) santi bevitori padani!
L'ultima nota, è proprio il caso di dirlo, tutte le feste basate sul servizio ristorante non possono esimersi dal corredarsi di apposita colonna sonora a base di musica agricola ovvero una miscela di brani di liscio tradizionale e da sala, ballabili revival anni '60 italiani e internazionali, ritmi caraibici e sudamericani per accompagnare il desco e far sudare, quanto basta a far calare il tenore etilico, arzilli vecchietti e giovani alternativi.
Scampoli di allegria a buon mercato per salutare l'estate e prepararsi al sonno della mente, poichè subito dopo la metà di settembre ripartono tutte le trasmissioni e le serie televisive di successo; iniziano le brume autunnali e la sarabanda di scadenze fiscali che si mangeranno, ancora prima di incassarla (sempre che non si sia nell'inferno della disoccupazione e nel limbo degli ammortizzatori sociali), la cosiddetta gratifica natalizia o tredicesima.
Io comincio a già sperare nel nuovo anno: no, non quello che parte a gennaio 2016....ma quello che comincerà nel 2018, se sarò ancora qui a raccontarlo...ma, questa è un'altra storia.

Claudio Montini


(c) 2015 testo: Claudio Montini 
(c) 2015  Foto di Orazio Nullo - Cantina di Casa Roncalli - Sotto Il Monte Roncalli (BG) 

mercoledì 2 settembre 2015

Salutiamo l'estate con un dolce dalla Jena Sabauda! - Radio Patela Magazine

Con la ricotta e il semolino,
fai contenti il nonno e il bambino
...e pure il cagnolino!






di La Jena Sabauda


La stagione Autunno-Inverno 2015 de La Jena Sabauda si apre con un dolce, per indorare la pillola dell'addio all'estate e alla vita all'aria aperta tipiche dell'estate e della primavera inoltrata.
In fondo, a quelle stagioni rimandano i colori, i sapori e gli aromi necessari alla preparazione che ora vi vado ad elencare:
  • 1 litro di latte di mucca (intero o parzialmente scremato, come volete: io preferisco il primo)
  • 40 grammi di burro
  • 250 grammi di semola di grano duro ( il cosiddetto semolino...)
  • 4 uova di gallina intere (no, il guscio, no! Ma il tuorlo e l'albume insieme, sì)
  • 250 grammi di zucchero semolato bianco
  • 500 grammi di ricotta di latte vaccino
  • opzionale: cioè se vi piace, 1 busta di vanillina
  • opzionale: 100 grammi di uva sultanina ammollata
  • opzionale: un bicchiere di liquore o marsala secco per fare rinvenire l'uva sultanina
Abbiamo tutto? Alura, duma c'anduma! (esortazione piemontese per cominciare qualcosa con entusiasmo e buona lena: Suvvia, andiamo!) Pronti ai fuochi? Avanti, mie pentole sabaude!
Mettete a bollire il latte e, quando è caldo, cominciate ad aggiungervi tutto il burro e la scorza di limone grattugiato (se vi garba, anche la bustina di vanillina ma non è indispensabile); raggiunta l'ebollizione del latte, tuffateci dentro a pioggia tutto il semolino e cominciate a mescolare affinché sia un fluido omogeneo e senza grumi: cuocete per qualche minuto e poi lasciate intiepidire.
Nel frattempo che il semolino cuoce e riposa e raffredda, in una ciotola montate insieme lo zucchero (250 grammi), le uova di gallina intere (quattro tuorli e relativo albume) cui unirete la ricotta vaccina (500 grammi) fino ad ottenere un composto omogeneo: siete pronti per unirvi il semolino cotto che avevate lasciato in disparte e per mescolare tutti gli ingredienti con passione, energia e cura.
A questo punto, chi lo volesse, può unire al composto ottenuto 100 grammi di uvetta sultanina fatta rinvenire con un bicchiere (o anche mezzo bicchiere) di liquore o vino liquoroso, come il marsala secco o il liquore Strega per esempio: è un vezzo stilistico in più che non fa nè bene nè male.
Versate il tutto in una pirofila o in una teglia a bordo adeguatamente alto, livellando in modo uniforme e cuocendo a 180° C per 50/60 minuti; il tempo varia a seconda del forno che avete a disposizione: pertanto occhio alla doratura della superficie e ai sondaggi che farete con lo stuzzicadenti, come si è sempre fatto per qualsiasi torta....
Una volta terminata la cottura, questo dolce va assolutamente servito freddo: infatti, è il tipico dolce che le nonne preparano per i nipotini, quando il tempo è incerto e bigio e la natura cambia i suoi colori; si fa in un attimo e, il giorno dopo, sarebbe anche più buono se ne rimanesse....perchè in un attimo sparisce! Nemmeno il tempo di una foto ricordo: perciò, buon appetito!!!


La Jena Sabauda



(c)2015 testo e ricetta La Jena Sabauda (revisione Claudio Montini)
(c)2015 foto di Orazio Nullo "Stregati dalla torta"