Due facce della stessa medaglia, forse, oppure due prospettive diverse da cui vedere la natura umana, sebbene illuminate dalla stessa luce intellettuale che, secondo alti pensatori di ogni epoca storica, è stata la caratteristica che ha specializzato il genere umano rispetto al resto del regno animale. Ognuno a modo suo, catturano e vivono e condividono con tutti noi la meraviglia per la bellezza e l'innocenza dei colori della vita.
Acquarello
di Massimo Pistoja
Un
fiore, il cuore
la
luce, l’ amore la
gioia è volare la
tela di un quadro colori
mescolati da racconti rievocati
dai solchi della vita danno
vita a sfumature acquerellate
rivelano
storie perse, di ragazze abbronzate.
Semplicità
di vacanze rapite dal
suono di un flauto, colori
mescolati dal vento si
lasciano ruzzolare sulla carta capolavoro
di aromi, plasmare
un affresco pronto da ammirare. La
corsa di un gabbiano appare
all’ improvviso dal passato un
motoscafo bianco dal nome singolare, la
Rosa dei Venti, trasporta i sogni chiudi
gli occhi e sentirai il profumo dell’ Amore scorgerai
paesaggi sconfinati ,
la
luce dei fiori è calore, gioia di volare
sulle
ali rosse di un biplano Amore
che solo tu hai vissuto la
nostra storia afferrata dalla
forza di un emozione.
Un
fiore, l’ Amore
un
nome, il tuo passeggiare,
volare poco
conta
abbiamo
il cuore tra mani.
(c) 2012 Massimo Pistoja tratto da I COLORI DELLA VITA vol.1 ed. Intermedia
(c) 2015 Orazio Nullo per VideoKlaut66 per il video
(c) 2012 Massimo Pistoja/Intermedia edizioni
(c) 2015 Claudio Montini per le note a margine (c) 2013 Foto di Sara Lugani "Earth gifts"
Se
una mela al giorno toglie il medico di torno, con la torta di mele al
mattino salti le siepi come un cavallino!
Dunque,
eccovi la lista della spesa:
150
grammi farina 00
150
grammi burro
150
grammi zucchero semolato bianco
4
o 5 mele gialle (la quinta serve per la decorazione, poi vi
spiego...)
4
uova di gallina intere (albume + tuorlo)
Un
pizzico di sale fino
1
bustina di lievito per dolci
1
limone ( ci serve solo la scorza: è da grattugiare)
Zucchero
a velo per il gran finale
Sbucciate
e private del torsolo (con l'apposito strumento) quattro mele gialle,
poi tagliatele a fette: guarda un po' che belle ruote di mela!
In
una ciotola montate a spuma le uova, lo zucchero e la scorza
grattugiata del limone; intanto sciogliete il burro che unirete alla
spuma di uova e zucchero con la farina e il contenuto della bustina
di lievito che avrete setacciato insieme: quindi dateci dentro ad
amalgamare il tutto fino a ottenere una massa fluida e omogenea.
A
questa, incorporate le tonde fette delle quattro mele e versate il
tutto in una teglia imburrata o foderata di carta da forno; la quinta
mela, sbucciata e detorsolata e affettata, la disporrete sulla
superficie calcandola nell'amalgama quasi per dare l'idea di una
decorazione floreale, un piccolo campo fiorito visto dall'alto nel
quale pascola beato il cavallino...
Mettete
in forno a 160° C per 50 minuti circa: vale la prova stuzzicadenti,
potrebbe volerci anche meno dipende dal vostro forno; quando è
pronta, la lasciate raffreddare e alla fine spolverate con lo
zucchero a velo.
Lo
capisce anche un bambino
quanto
vale la prima colazione.
Con
la torta di mele al mattino
e
una bevanda calda nel tazzone,
salterai
le siepi come un cavallino!
Buon
appetito, in rima alternata, dalla vostra Jena Sabauda di fiducia.
Salve
forestiero: la fortuna cieca e il fato baro ti hanno portato sin qui
a incontrare il mio cuore di mattoni cotti dal sole e dal vento,
sferzati di pioggia e di vento e di neve.
Il
Tempo e la Storia sono scivolati sulla loro superficie impregnando
anche gli intonaci di memorie tramandate e conservate dai vincitori e
dai sopravvissuti, perchè l'imponenza del manufatto, da sola, dura
poco più di chi l'ha creata e non ha facoltà di parola: se viene
fagocitata dall'oblio del silenzio, se rimane senza testimoni, essa
si perde nella polvere da cui è sorta e in cui sono dispersi, ben
prima di lei, i suoi artefici.
La
natura si riprende sempre ciò che le è stato sottratto, per
restituirlo sotto altre spoglie destinate a un'altra vita.
I
re comandano le guerre che i popoli, per lealtà o per dovere, pagano
con tributi di sangue e di gioventù portandole a termine: i
vincitori si affannano a scrivere la Storia per compiacersi e
giustificarsi delle loro imprese, tacendo e mistificando a propria
convenienza; chi sopravvive alla tragedia, si secca la gola per
raccontare mille storie di eroi e d'infami, mescolando dolore e pietà
con verità e leggenda, a beneficio e istruzione delle generazioni
successive che abbiano ancora voglia di ascoltare.
A
suffragio della verità delle proprie parole, entrambe le schiere di
narratori additano e descrivono case e templi, simulacri e reliquie,
lande e borghi che sono stati teatro o semplice quinta o fondale di
scena degli eventi che vanno narrando, purchè siano ancora lì in
piedi da vedere.
Quel
che manca, come sempre, lo aggiunge la fantasia di chi ascolta e di
colui che racconta.
Quel
che resta è ciò che il Tempo, un galantuomo che sa fare il suo
mestiere, lascia levigando gli spigoli dei ricordi e distillando il
tutto in quella materia impalpabile e altamente malleabile che gli
umili chiamano memoria e i signori, scaltri e potenti, indicano col
nome di Storia seppellendo la verità sotto una montagna di carte, di
codici e pareri autorevoli.
Raggiungermi
non è difficile, sebbene io non sia da secoli nelle prime posizioni
delle tabelle di marcia dei pellegrini per fede o per diletto: del
resto, non ho mai fatto molto per mettermi in mostra, amo la placida
tranquillità della campagna che mi circonda.
Però,
oggigiorno, non è nemmeno difficile sapere delle piccole gemme
antiche che custodisco e che sono la ragione per cui vale la pena
venirmi a trovare: pensa che se digiti il mio nome in bocca al
ficcanaso globale elettronico, è capace di farti vedere anche se c'è
qualcuno che, davanti al mio castello, aspetta che apra la farmacia e
butta un'occhiata distratta al monumento all'unico soldato italiano
che abbia mai vinto una guerra: il milite ignoto vestito da fante
della prima Guerra Mondiale.
Ma
tu sei già qui e stai anche dando un'occhiata ai tanti nomi di
quelli che non sono tornati: troppa gioventù sprecata, altro che
Lomello riconoscente ai suoi figli caduti per la patria.
Come
tanti altri miei colleghi, ne avrei fatto volentieri a meno di
vederli partire giovani, vivi e forti e tornare in una cassa da morto
o storpi o malati.
Scusami,
sto parlando come un vecchio patetico...
Allora,
prima di parlarti della chiesa prepositurale di Santa Maria e del
battistero di San Giovanni ad Fontes che sono le mie parti più
antiche (considera un'arco di tempo tra il X e il XII secolo dopo
Cristo) mentre la chiesa di San Michele e il castello sono tra le più
giovani (hanno tre o quattro secoli di meno), vorrei spendere ancora
altre parole su di me che ti mostreranno un'immagine della mia anima
che le pietre, i mattoni, le guide e le altre enciclopedie non ti
daranno mai.
Sono
nato in una terra ricca d'acqua e un tempo, ormai distante alcuni
secoli, anche ricca di boschi fitti e affollati di selvaggina,
trapuntata di fontanili e prati e marcite, con piccoli dossi
argillosi e sabbiosi.
Tutti
questi dettagli insieme all'assenza di grossi ostacoli orografici, ha
fatto in modo che questa porzione di Pianura Padana diventasse un
posto ideale tanto per scorribande di esaltati di ogni genere quanto
per dimore del buon ritiro, dove stare alla larga dai veleni e dagli
intrighi delle segrete stanze del potere temporale, così come culla
di bontà e prelibatezze
Da
me, la Storia si è fermata poche volte e solo per abbeverare i
cavalli, rifocillarsi e curarsi graffi e ferite, stringere patti
anche matrimoniali ( di cui ti dirò in seguito ) e ripartire più
forte e più sana verso altre terre e verso più memorabili imprese e
rocambolesche avventure; tuttavia non ha mancato di lasciare segni
del suo passaggio, a volte per caso ma più spesso per necessità: un
castello, una via o un ponte, un tempio o solo un'edicola votiva.
Altrove,
per molto meno, ci si gonfierebbe il petto facendo la ruota come
pavoni con ogni forestiero che si presentasse curioso di cimeli,
reliquie e antiche mura ostinate nello sfidare i secoli: qui la
memoria dura un giorno, al massimo due o tre, come le rose,
paragonata alla lunga catena dei secoli che ti hanno portato qui
oggi.
Se
tornasse Cicerone a dirmi che " Historia magistra vitae est "
gli riderei in faccia, anche se all'epoca del suo consolato ero già
un satellite nell'orbita di Roma, da almeno un secolo.
In
fondo, le tribù dei Levi che erano scese dai Giovi e dalle morene
monferrine, non avendo alcuna nostalgia del mare con cui litigavano
per il pesce e per la terra su cui piantare capanne, ma da cui
avevano imparato a cavare il sale da scambiare con le genti di
pianura, erano desiderose di vivere senza doversi sempre guardare le
spalle, capaci di adattarsi a ciò che trovavano e fare scambi
proficui.
Ai
Romani piaceva la campagna boscosa e ricca di fontanili e fiumi
limpidi e pescosi: chissà perchè, acqua e terra da lavorare, con le
mani e con gli aratri, li rilassava e smettevano di pensare solo a
menar le mani con gladi e lance; ai Levi, piacevano quei prodi
operosi con cui si facevano spesso buoni scambi e, sebbene avessero
preso a comandare a destra e a manca, avevano pensato da subito alla
sicurezza e all'ordine per tutti cingendomi con una palizzata e un
fortino in cui anche chi pensava ai commerci e agli stomaci potesse
trovare conforto e scampo dai predatori randagi.
Gli
uni pensavano alle armi, gli altri al benessere senza stare a
cavillare sul fatto di doversi romanizzare: conveniva ai traffici di
entrambe le parti; gli dei, anche se cambiavano nome, continuavano a
stare oltre le nuvole e sotto la terra che calpestavano mentre tutti
quanti dovevano mangiare, mettere su casa, prosperare e fare figlioli
che li avrebbero sostenuti nella vecchiaia: finchè il cielo non
fosse caduto sulla testa, c'era rimedio ad ogni cosa.
Allora
vennero le strade che ricongiunsero il mare con le montagne e con le
terre che vi stendono oltre, fino ai confini del continente in faccia
ad altro mare.
Su
questi tracciati selciati son passati secoli di Storia e di storie,
di risa, pianti, congiure e atti di valore e coraggio; orde di
vandali e bruti, bande di soldataglia e squadroni di cavalleria sono
passati come la tempesta, arraffando quel che potevano e andandosene
senza voltarsi a gettare uno sguardo pietoso a macerie fumanti e
vedove e orfani; stuoli di millantatori venuti a promettere castelli
sulle nuvole e fiumi d'oro e di latte e miele, hanno preteso in
cambio giovani vite e frutti della fatica nei campi per foraggiare le
loro ambizioni o quelle di sovrani lontani come le montagne, ancora
innevate, che si vedono nei giorni sereni e tersi di primavera.
La
Storia e la vita non si fermano mai, si rincorrono da un capo
all'altro dell'infinito, dal primo istante dell'universo al grande
botto finale che lo farà ripartire in tutt'altro modo.
Per
questa ragione ti risparmio la lunga teoria di generali e teste
coronate che mi hanno usato come pedina per i loro disegni ed eviterò
di raccontarti rappresaglie e altre feroci loro meschinità di cui
sono stato teatro: cambiano impresari e orchestrali ma la musica che
il popolo ascolta è sempre la medesima, se vuole sopravvivere.
La
fortuna degli uomini è una linea ondulata disegnata sulla trama e
sull'ordito del Tempo: sale e scende senza tregua e senza rispetto
per sudditi, sovrani o eroi.
Non
si è mai fermata nemmeno la regina Teodolinda, che è passata di qua
per scampare alle congiure di palazzo che, a Pavia, le avevano ucciso
il marito e che qui ne ha trovato un altro dandogli una figlia e un
figlio; che qui ha abbracciato la fede cattolica abbandonando
l'arianesimo cristiano per farsi battezzare in quello che sarebbe
diventato il battistero di San Giovanni ad Fontes, in tal modo
riunendo il suo popolo alla comunione con la chiesa cattolica romana.
Senza
dire nulla delle chiese e dei conventi e degli ospizi che ha fondato
per tenere fede al suo nome di battesimo, tanto nella fede ariana che
in quella cattolica: in celtico, dal momento che lei proveniva da una
tribù che si muoveva tra la Baviera e la Foresta Nera, il suo nome
si compone di due radici verbali che significano amica, o scudo o
protettrice, del popolo.
Anche
io ho potuti annoverare molti suoi doni; su tutti, quelli che sono
ancora evidenti sono la basilica di Santa Maria Maggiore e il
Battistero di San Giovanni ad Fontes: sebbene quello che vedi sono
manufatti sorti parecchi secoli dopo di lei, la loro fondazione le è
sicuramente dovuta.
Mentre
segui il mio discorso, fai scorrere il tuo sguardo sui mattoni rossi,
sui ciottoli di fiume e sulle lastre lapidee di questa piazza,
intitolata a quell'antica regina per l'ipocrisia di un regime che
piegava la storia e la schiena dei giusti per la propria gloria
ingrassando solo i proseliti e gli accoliti.
Percorrila
con calma, misurando i passi, sali o scendi la via che gira intorno
al complesso monumentale che comprende il battistero e la basilica e
l'oratorio femminile, che un tempo era anche casa parrocchiale.
Non
una sola volta, mi raccomando; entra in loro e, se trovi una guida,
ascolta quanto ha da dirti: poi lascia che siano le pietre, i mattoni
gli intonaci a parlarti.
Non
temere: lo faranno e ti renderai conto che il tempo e la frenesia
contemporanea svaniranno per attestarsi più in là, verso il
castello e la chiesa sconsacrata di San Rocco.
Soltanto
i mattoni e le pietre dei manufatti posati ed eretti dagli avi di
coloro che animano questo paese, paradigma a modo suo di questa
nazione fatta a stivale, sfidano la miopia e l'oblio per parlare con
pazienza a te, forestiero giunto a Lomello per vedere il mio cuore
antico e sentirlo ancora pulsare.
(c) 2015 testo del racconto tratto da CAMERE AMMOBILIATE PER VIAGGIATORI IMMAGINARI
di Claudio Montini edito in selfpublishing da YOUCANPRINT 2015
Video condiviso dal canale youtube di family.tv - serie Piccola Grande Italia
Per eventuali visite a Lomello, contattate la Proloco di Lomello (PV) prololocolomello.blogspot.com
Settembre ha già speso la sua prima settimana, ma io non ho ancora girato la pagina del calendario: sono fermo ad Agosto ma solo per pigrizia.
Formalmente, siamo ancora in estate e fino al 21 del mese nessuno può dire il contrario: tanto è vero che da una settimana addietro e per le prossime due, in Lomellina cioè la parte della provincia di Pavia che confina con il Piemonte a ovest e a sud e a nord-nordovest, è un susseguirsi e accavallarsi di sagre e feste e fiere; tanto per dire, quest'anno contemporaneamente, a Sartirana Lomellina andrà in onda la ultraquarantennale Sagra della Rana cucinata in vari modi (fritta, in umido, con il risotto) mentre a Valle Lomellina, negli stessi giorni dal 4 al 6 settembre, si risponderà con la sagra della lumaca preparata in vari modi con la novità della lumaca fritta da passeggio (lumaca take away pareva troppo esterofilo...).
Ci sono state la sagra della cozza e dei frutti di mare a Castelnovetto, un posto che il mare se lo sognano di notte e di girno lo vedrebbero se spianassero il Turchino e soffiasse il mistral a spazzare l'orizzonte dalla foschia e dallo smog di Genova che, comunque, da lì dista un duecento chilometri sani....
Non più pervenute, dall'estinzione del partito e del giornale, le feste de l'Unità e dell'amicizia, in compenso sono spuntate feste della birra e sagre dello stufato d'asino, della cipolla o rossa o bionda o a strisce, dell'aglio (a Castelnuovo Scrivia, ma qui siamo in Piemonte provincia di Alessandria: però tanto vicini da sembrare vogheresi o lomellini a seconda degli umori degli uni e degli altri, comunque ottimi produttori di generi ortofrutticoli), feste del raviolo e trionfi di polentate e, udite udite, festa del gorgonzola (a Lomello, l'ultimo fine settimana di agosto; per la precisione festa dal strachìn che, per il resto del mondo è il formaggio superfresco altrimenti detto crescenza): tutte rigorosamente innaffiate da generose libagioni di vini rossi e bianchi e a strisce quando non boccali di birra "perchè tanto non è alcolicamente forte, è fresca, va giù bene e favorisce la gara dell'eruttazione rumorosa.
Curiosamente, si cucina anche molto riso in tutte le sue varianti: anzi sembra che ci sia una vera e propria riscoperta dei risotti fatti come una volta, con conseguente calo di richieste di pastasciutta: forse perchè il riso, comunque cucinato, conserva le sue qualità igroscopiche e mantiene la sbroza entro limiti accettabili mentre lo spaghetto e il maccherone tendono a galleggiare....leggenda metropolitana di (poco) santi bevitori padani!
L'ultima nota, è proprio il caso di dirlo, tutte le feste basate sul servizio ristorante non possono esimersi dal corredarsi di apposita colonna sonora a base di musica agricola ovvero una miscela di brani di liscio tradizionale e da sala, ballabili revival anni '60 italiani e internazionali, ritmi caraibici e sudamericani per accompagnare il desco e far sudare, quanto basta a far calare il tenore etilico, arzilli vecchietti e giovani alternativi.
Scampoli di allegria a buon mercato per salutare l'estate e prepararsi al sonno della mente, poichè subito dopo la metà di settembre ripartono tutte le trasmissioni e le serie televisive di successo; iniziano le brume autunnali e la sarabanda di scadenze fiscali che si mangeranno, ancora prima di incassarla (sempre che non si sia nell'inferno della disoccupazione e nel limbo degli ammortizzatori sociali), la cosiddetta gratifica natalizia o tredicesima.
Io comincio a già sperare nel nuovo anno: no, non quello che parte a gennaio 2016....ma quello che comincerà nel 2018, se sarò ancora qui a raccontarlo...ma, questa è un'altra storia.
Claudio Montini
(c) 2015 testo: Claudio Montini
(c) 2015 Foto di Orazio Nullo - Cantina di Casa Roncalli - Sotto Il Monte Roncalli (BG)
La stagione
Autunno-Inverno 2015 de La Jena Sabauda si apre con un dolce, per
indorare la pillola dell'addio all'estate e alla vita all'aria aperta
tipiche dell'estate e della primavera inoltrata.
In fondo, a quelle
stagioni rimandano i colori, i sapori e gli aromi necessari alla
preparazione che ora vi vado ad elencare:
1 litro di latte di
mucca (intero o parzialmente scremato, come volete: io preferisco il
primo)
40 grammi di burro
250 grammi di semola
di grano duro ( il cosiddetto semolino...)
4 uova di gallina
intere (no, il guscio, no! Ma il tuorlo e l'albume insieme, sì)
250 grammi di
zucchero semolato bianco
500 grammi di ricotta
di latte vaccino
opzionale:
cioè se vi piace, 1 busta di vanillina
opzionale:
100 grammi di uva sultanina ammollata
opzionale:
un bicchiere di liquore o marsala secco per fare rinvenire l'uva
sultanina
Abbiamo
tutto? Alura, duma c'anduma! (esortazione piemontese per cominciare
qualcosa con entusiasmo e buona lena: Suvvia,
andiamo!)
Pronti ai fuochi? Avanti, mie pentole sabaude!
Mettete a bollire il latte e, quando è caldo, cominciate ad
aggiungervi tutto il burro e la scorza di limone grattugiato (se vi
garba, anche la bustina di vanillina ma non è indispensabile);
raggiunta l'ebollizione del latte, tuffateci dentro a pioggia tutto
il semolino e cominciate a mescolare affinché sia un fluido omogeneo
e senza grumi: cuocete per qualche minuto e poi lasciate intiepidire.
Nel frattempo che il semolino cuoce e riposa e raffredda, in una
ciotola montate insieme lo zucchero (250 grammi), le uova di gallina
intere (quattro tuorli e relativo albume) cui unirete la ricotta
vaccina (500 grammi) fino ad ottenere un composto omogeneo: siete
pronti per unirvi il semolino cotto che avevate lasciato in disparte
e per mescolare tutti gli ingredienti con passione, energia e cura.
A questo punto, chi lo volesse, può unire al composto ottenuto 100
grammi di uvetta sultanina fatta rinvenire con un bicchiere (o anche
mezzo bicchiere) di liquore o vino liquoroso, come il marsala secco o
il liquore Strega per esempio: è un vezzo stilistico in più che non
fa nè bene nè male.
Versate il tutto in una pirofila o in una teglia a bordo
adeguatamente alto, livellando in modo uniforme e cuocendo a 180° C
per 50/60 minuti; il tempo varia a seconda del forno che avete a
disposizione: pertanto occhio alla doratura della superficie e ai
sondaggi che farete con lo stuzzicadenti, come si è sempre fatto per
qualsiasi torta....
Una volta terminata la cottura, questo dolce va assolutamente servito
freddo: infatti, è il tipico dolce che le nonne preparano per i
nipotini, quando il tempo è incerto e bigio e la natura cambia i
suoi colori; si fa in un attimo e, il giorno dopo, sarebbe anche più
buono se ne rimanesse....perchè in un attimo sparisce! Nemmeno il
tempo di una foto ricordo: perciò, buon appetito!!!
La Jena Sabauda
(c)2015
testo e ricetta La Jena Sabauda (revisione Claudio Montini)
(c)2015
foto di Orazio Nullo "Stregati dalla torta"
Il
coccodrillo se ne stava acquattato nella melma tra le canne buone per
le stuoie e le capanne dei bipedi umani, sul limitare tra la palude e
le acque veloci e ansiose di invadere il delta e la laguna.
Osservava
l'airone e l'ibis che, presi da fili trasparenti e da essi sospesi
tra il sole e l'acqua e la terra dell'altra riva, ora cavalcavano
lasciandosi portare ora contrastavano gran fremito d'ali scivolando,
sconfitti ma non domi, il vento che saliva dal mare a modellare le
dune sabbiose e a baciare, scolpendole con la delicatezza di un
paziente cesellatore, le misteriose montagne con cui avrebbe generato
gonfie e pesanti nubi per celare la sorgente del grande fiume e
rinvigorirne la forza.
Questo
vento era buon segno per i bipedi umani che dovevano la fortuna della
loro sopravvivenza a quella forza che copriva i loro campi e le loro
case, a volte cancellandoli ma più spesso nutrendo la terra così
bene da ricompensare dei danni subiti e accumulare beni anche per le
generazioni successive.
Per
il coccodrillo tutto ciò non rappresentava nè un miracolo ne un
gesto di generosità di un padre misterioso e soprannaturale per i
suoi figli adoranti, convinti di essere anche i suoi prediletti; lui
sapeva bene che non era altro che il cerchio della vita che,
imperterrito e immutabile, compiva il suo percorso come il buio della
notte lascia posto alla luce del giorno: si nasce da chi sta per
morire, si cresce e si mangia o si viene mangiati e, se accade la
prima delle cose, si generano altri individui prima di morire per
fare posto a quelli nuovi che faranno altrettanto.
A
meno che non piombi un sasso dal cielo, alzi un gran polverone e
cambi le carte in tavola, come era capitato ai suoi antenati che
erano morti quasi tutti e, così facendo, avevano lasciato il dominio
della terra ai bipedi ( a detta loro ) pensanti , scesi dagli alberi perchè stanchi di mangiar banane....
Ebbene,
a pensare come complicarsi la vita e ammazzarsi di fatica, sono
bravissimi: poco più in là da lui, in mezzo al grande Nilo,
solcava i flutti e i gorghi opposti alla sua rotta vincendoli grazie
ai muscoli dei vogatori e al vento che tendeva timidamente la vela,
il vascello del giovane faraone e della sua bella sposa, scortato da
navigli più piccoli ma carichi di arcieri agguerriti.
Tutti
remavano con vigore, come se avessero i loro dei degli inferi alle
calcagna, sudando come fontane e dandosi cambi regolari: remavano e
sudavano senza ritegno, ma anche cantavano con gioia come se
andassero a fondare una nuova città.
Ne
avrebbe fatto volentieri a meno d'ascoltarli, perchè si sa che il
coccodrillo è un tipo riservato, non proprio abbottonato ma che da
poca confidenza ai bipedi umani: basta un salamelecco qualunque per
farti la pelle e in un amen ritrovarti borsetta o scarpa o cintura se
non su magliette e mutande sportive.
Però,
poveretto, cos'altro poteva fare se doveva ancora digerire l'ennesimo
impiccione che s'era incaponito a scoprire “ il coccodrillo come fa
se non c'è nessuno che lo sa?”
Si
dice non usi mai il cappotto: bella forza, vive in Africa, sulle rive
di un fiume stretto tra due deserti e un mare salato che più salato
non si può, il Mar Morto appunto...
Si
dice mangi troppo...eh no! A questo punto avrebbe voluto dare ai
rematori canterini notizie di prima mano, nel senso che prima avrebbe
assaggiato una loro mano e, se di suo gusto, con calma si sarebbe
sgranocchiato il resto impanandolo con le sabbie del letto del fiume:
ma ai remi sono tutti etiopi e nubiani e il veterinario ha detto che
alla sua età doveva prediligere le carni bianche.
Tra
i musici che davano il ritmo e accompagnavano i cori, c'era
qualche viso pallido, smorto da far paura come le bende che avvolsero
il padre del faraone attuale: ma non erano sufficienti nemmeno per
l'aperitivo, troppo secchi e bassotti; tuttavia avevano insegnato dei
bei motivetti alle ciurme, con dei ritmi allegri e sincopati che
facevano battere la zampa anche a lui e agli altri colleghi che si
erano radunati ad ammirare la festosa parata, dopo essersi divertiti
a provare le dentiere nuove con i vari esploratori da salotto con
telecamera a spalla.
I
bipedi canottieri e i bipedi suonatori remavano, sudavano e
soffiavano nelle loro trombe con un entusiasmo contagioso: persino
Tutankhamon e Nefertiti battevano le mani a tempo e seguivano la
musica con la testa.
Un
airone che seguiva il corteo riferì che aveva udito il faraone
esprimere il proposito di cambiare nome in Akenhaton delle Piramidi,
per fare come Mal dei Primitives; il moretto coi baffi e i dentoni e
il biondino spennacchiato gli avevano promesso un provino, nella loro
isola molto più a nord di lì: lassù Iside e Osiride non erano
granché popolari, ma se era raccomandato da Freddy Mercury e Phil
Collins avrebbe sfondato sicuramente, sebbene il primo fosse sembrato
più attratto dall'approfondire la conoscenza di ogni singolo membro
dell'equipaggio e il secondo adorasse la faraona, con o senza
patate...
Il
coccodrillo sembrava perplesso, ma quando i fiati degli Earth, Wind &
Fire punteggiarono e contrappuntarono i cori di Al Cairo, al
Cairo, Suez on my mind, Sitting on the dock on the Red
Sea, dopo aver eseguito Papyruslate e We are the
Aegyptians, gli scese ben più d'una lacrimuccia: la digestione
era quasi alla fine.
Infatti,
quando partì il coro di Etiopia, Etiopia mia, ebbe un sussulto
di dignità e ritornò presente a se stesso: cavò dalla corazza
dorsale il cellulare e alla signorina della PyramidFone dettò un
numero che, per malasorte delle doghe in faggio della rete, fece
sobbalzare dal sonno alla veglia l'elefante il quale, invece di
essere solo il marchio del materasso, ci russava beatamente sopra
come una motosega con l'acceleratore inceppato.
- Guagliò...ma che vi siete bevuto, mangiato, fatto stasera, prima
d'annavve a curcà, per mescolare l'antico Egitto, io coccodrillo e
'o faraone con Freddy Mercury, Phil Collins e gli Earth Wind &
Fire che si cambiano pure le parole di Romagna Mia ...che poi
Casadei s'infusca e lo chiammeno “'o ventilatore” tanto che si
rivolta nella tomba??? - **
- Boja faus d'un boja faus...!! Devo smettere di farmi la bagna cauda e
la peperonata in umido come spuntino di mezzanotte e poi fare i
gargarismi col dolcetto. - **
Rispose
l'elefante senza proboscide, tutto sudato e seduto sul letto;
ciabattò, al buio per non svegliare la jena sabauda che gli dormiva
accanto, fino al frigorifero per ingollarsi una generosa razione di
americanata liquida dalla ricetta segreta che, giunta a destinazione,
scatenò l'urlo della valvola pilorica e l'apertura di quella
duodenale: il cane abbaiò come se avesse sentito il tuono del
diluvio universale.
Ma
non piovve e fu, per il resto, una nottata tranquilla.
Traduzione delle parti in vernacolo:
** Ragazzo...cosa vi siete bevuto, mangiato o fatto stasera prima di andarvi a coricare per mescolare l'Antico Egitto, io coccodrillo e il faraone con Freddy Mercury, Phil Collins e gli EW&F che cambiano le parole di "Romagna Mia" tanto che poi Casadei si arrabbia e lo chiamano il ventilatore dal rigirarsi nella tomba??
**Boia falso d'un boia falso (espressione tipica piemontese) Devo smettere di fare lo spuntino di mezzanotte con la peperonata e la bagna cauda (piatti tipici piemontesi a base di peperoni in umido e acciughe, aglio, burro e,opzionale, panna cotte lentamente e amntenute calde anche in consumazione) e poi fare i gargarismi con il dolcetto (vino tipico piemontese da tavola corposo, forte e ad alta gradazione)
Madre Teresa di Calcutta, in un flm che aveva le migliori intenzioni di raccontare la sua vita e le sue opere, all'europeo scettico che le domandava se credeva di poter cambiare il mondo sola e fragile come pareva ai suoi occhi, rispose che, dal momento che ne parlavano faccia a faccia, lei non era affatto sola ma loro erano gia in due; all'obiezione che le sue fatiche erano come una goccia nel mare della sofferenza, replicò che, il fatto che loro fossero in due a parlarne e a pensare di fare qualcosa, significava che le gocce erano già due; a sua volta domandò al suo interlocutore se avesse moglie: sì? Allora siamo già in tre! E con i figli si saliva a sei, se poi si fossero interessati anche gli amici si sarebbe incrementato il numero delle gocce, fino a diventare un ruscello che sarebbe sceso a valle incontrando altri ruscelli e sarebbero diventati un fiume; fino alla pianura, dove avrebbero sì rallentato la corsa ma per incontrare altri fiumi e correre insieme fino al mare, come accade da millenni a Dio piacendo...."Dunque", concluse la piccola grande suora albanese, che aveva insegnato geografia nel collegio in India dove era stata mandata in missione, dopo aver preso i voti perpetui, "anche lei converrà che il mare sia fatto di gocce e non si è fatto da solo".
Dobbiamo ripartire da questa insolita parabola, forse vera e forse inventata dagli sceneggiatori, se vogliamo risollevarci dalla apatia morale e dalla meschinità che ci opprime in Occidente, in generale, e in Italia in particolare.
So perfettamente che quello che sto per scrivere per molti lettori avrà il sapore dell'aria fritta, come si usava dire un tempo a Milano: non mi importa!
E' troppo facile criticare stando alla finestra o in poltrona o davanti a un caffè o un bicchiere di vino e, poi, applaudire osannando il primo che grida più forte di tutti, promette ruspe e meno tasse per tutti, oppure manganello e olio di ricino per chi la pensa diversamente, dimissioni forzate e licenziamenti in tronco e rotture di trattati internazionali come se piovesse dal momento che, ignorandone l'esistenza e le implicazioni e i contenuti, in un delirio di onnipotenza, si possono riscrivere succintamente eliminando le ingombranti procedure democratiche allo stesso modo con cui Robespierre, Stalin, Hitler, Mussolini, Milosevic, Ceausescu, Pinochet, Videla, Pol pot, Mao si sono liberati di coloro che non erano della taglia giusta, dell'idea giusta, della salute giusta, dalla parte giusta.
Non servono più gulag o konzentrazionkamp (forse l'ho scritto male, ma il tedesco non lo conosco), nei Balcani e nel Sud Est asiatico ne hanno fatto a meno; quegli scarti lì, quando non si ha una foresta o una fossa profonda scavata dagli scarti stessi, basta farli arrivare su una spiaggia e farli salire su di un barcone fatiscente pigiandoli come sardine: il mare e la provvidenza divina, ammesso che esista e che non abbia smesso di assistere il genere umano che si è dimenticato in fretta di madre Teresa di Calcutta, faranno il resto del lavoro sporco che imbratta solo a parole la coscienza degli uomini di buona volontà.
Può pure capitare di guadagnarci qualcosa, anche se sopravvivono: è storia contemporanea, anzi è cronaca di questi tempi odierni.
Ecco perchè dobbiamo tornare ad essere quelle gocce, noi che vogliamo distinguerci dalla massa: il torrente Ayasse che bagna Champorcher in Valle d'Aosta, che vedete ritratto nella foto, esce goccia a goccia dal Lac Misèrin a 2700 metri sul livello del mare, dove c'è il santuario della Madonna della Neve (leggenda vuole fondato dal legionario romano convertito al cristianesimo Porzio che ha poi dato il nome al paese: erail suo eremo) e si presenta così a 1300 metri s.l.m. nel capoluogo e a valle, a Bard, si unirà alla Dora Baltea e lei farà altrettanto con il Po e tutti arriveranno all'Adriatico.
A noi basta poco: basta ritornare a pensare con la nostra testa, dire no e dire sì tutte le volte che è necessario dire no o dire sì, spegnere la televisione o la radio quando non c'è nulla per cui valga la pena starle a sentire, ricominciare a leggere, immaginare, sognare e scrivere il nostro dissenso, il nostro plauso o anche il nostro disprezzo perchè le parole volano, scivolano sull'aria e il vento se le porta via: ma le parole che scrivi restano e insegnano e trascinano verso la costruzione di un mondo migliore.
(c) 2015 testo di Claudio Montini
(c) 2010 foto di Orazio Nullo "Panta rei" in Champorcher (AO)