lunedì 23 ottobre 2017

A Lomello ci sarà una macchina che riavvolge il tempo

La macchina che riavvolge il tempo
di Claudio Montini

Avete ancora pochi giorni per prenotare un posto in prima fila per provare una singolare macchina che, secondo la fisica  generale e quantistica, non esiste e la teoria della relatività generale si limita a postulare assumendo come costante la velocità della luce. Non dovrete imbarcarvi su alcun Trans Europe Express Milano-Frankfurt-Hamburg facendo scalo a Gènève per mettere la testa dentro al CERN; sarà sufficiente contattare la Pro Loco Lomello in Lomello (PV), Italy, ai numeri e agli indirizzi web che vi darò per realizzare una esperienza unica nel suo genere a un costo decisamente abbordabile da qualunque tasca, ovvero trascorrere una serata in compagnia di ospiti illustri che vi lasceranno anche del buono in bocca. Il 28 ottobre 2017 sarà una serata speciale nella parte più antica della località pavese: con tre guide d'eccezione, ovvero la regina Teodolinda, il conte palatino Ottone I (l'appellativo palatino è dovuto alla provenienza diretta dalla sede del Sacro Romano Impero, il Palatinato germanico) e il conte, poi cardinale, Alessandro Crivelli, si potrà visitare il borgo antico di Lomello comprendente Santa Maria Maggiore, il Battistero di San Giovanni ad fontes e il castello Crivelli, in cui si terrà una degustazione di prodotti locali. In particolare, sua maestà la regina Teodolinda guiderà i presenti alla scoperta del Battistero, in cui secondo la leggenda e le fonti storiche pare abbia ricevuto il battesimo cattolico (lei era cristiana, sì, ma seguace dell'eresia di Ario come molti popoli germanici del VI secolo dopo Cristo); il conte palatino e, intorno all'anno 1040 dopo Cristo, di Lomello Ottone farà luce sulle origini della Basilica di Santa Maria Maggiore e anche, perchè no?,
Piazza Castello
sulle vicissitudini successive. Da ultimo, Alessandro Crivelli, conte di Lomello e di Dorno, in compagnia della consorte donna Margherita Scarampi apriranno le porte del castello che, intorno al 1560, fecero costruire in luogo del precedente, ormai diruto e desueto, ma in altro loco e con altro scopo: infatti esso fu concepito come residenza nobiliare e non come struttura difensiva, quindi la vista si sollazzerà degli ameni ed eleganti affreschi con cui fecero adornare le stanze. A seguire, prima di congedarsi da voi e da Lomello e richiudere le porte del tempo aperte solo per sabato 28 ottobre, si svolgerà una degustazione con sorpresa...sicuramente gustosa! Cosa dovete sapere ancora? Eccovi serviti: 
Piazza Teodolinda

  • gli spostamenti si effettueranno a piedi con l'ausilio di lanterne e candele, dopo il tramonto, accompagnati da guide di cui ho detto abbigliate in modo consono all'epoca cui appartengono e sono vissute.
  • Il viaggio nel tempo avrà la durata di circa due ore. Un'ora circa la degustazione.
  • Prenotazione obbligatoria entro giovedì 26 ottobre. 
  • Informazioni e prenotazione prolocolomello@yahoo.it – 3271085241
  • http://prolocolomello.blogspot.it/
  • Punto di accoglienza: sede della Pro Loco Lomello, piazza Repubblica 1, Lomello (PV) (se scrivete l'indirizzo su google Maps vi fa vedere anche se ci sono parcheggi liberi...) 
  • Ritrovo presso il punto di accoglienza ore 16.45
  • Prezzi:  Adulti 20 € (compreso il biglietto d'ingresso alla basilica e la degustazione)                             Ragazzi dagli 11 anni € 12                                                                                                       Bambini fino a 10 anni € 5.
  • Posti limitati. La manifestazione si svolgerà anche in caso di maltempo.

Allora, ricordate di prenotarvi entro giovedì 26 ottobre telefonando al numero che vi ho dato, oppure inviando una e-mail: il presidente Gabriele Prinelli e i suoi collaboratori saranno lieti di esaudire le vostre richieste e ancora più lieti se vorrete venire a trascorrere una serata fuori dal comune in quel di Lomello. 

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagini di Orazio Nullo ("Peculiar Time Machine" 2017 accanto al titolo)

sabato 21 ottobre 2017

Dalla cambusa di zio Propano: Melanzane in foglie alla greca

MELANZANE IN FOGLIE ALLA GRECA
di Zio Propano


Sgombriamo il campo da eventuali equivoci: la Grecia in questa ricetta non c'entra se non per il fatto che uno degli ingredienti è un formaggio a base di latte ovino, prodotto nella terra di Omero e di Vangelis, che risponde al nome di feta. Anche se somiglia alla parmigiana di melanzane più classica, risulterà più leggera e più rapida da confezionare: ma questo è solo un mio parere: diamoci da fare e procuriamoci:
  • 2 melanzane grandi (700 grammi circa in tutto: al supermercato ci sono appositi vassoi confezionati e ciò significa che, grazie ai produttori di verdure di quarta gamma, li potete trovare tutto l'anno)
  • 1 confezione di feta greca (200 grammi, nel banco frigo, zona formaggi freschi porzionati)
  • prezzemolo o foglie di rosmarino tritate q.b.
  • Doppio concentrato di pomodoro (quanto ne esce dal tubetto di volta in volta...poi vi spiego)
  • 1 bulbo d'aglio (tutti gli spicchi che si possono cavarne...)
  • 50 grammi di burro
  • Olio extravergine di oliva (un paio di cucchiai da tavola, più o meno...)
  • Sale fino q.b.
Sciacquate le melanzane, private delle estremità, tagliatele a fette sottili ma non troppo come se foste alle prese con un salame crudo e disponete i dischi ottenuti su di un piatto, avendo cura di cospargere ogni strato con un generoso pizzico di sale fino. Quindi affettate sottilmente tutti gli spicchi che il bulbo d'aglio potrà offrirvi; se disponete di prezzemolo tritato, surgelato o essiccato, non dovete fare nient'altro: in caso contrario, con le foglie di un paio di rametti di rosmarino e uno degli spicchi che avete già potete preparare, con una mezzaluna o un coltello affilato, un trito di aglio e rosmarino. Il burro che avete tirato fuori dal frigorifero adesso vi servirà per imburrare una teglia da forno (che possa andare anche nel microonde) con i bordi alti, invece la feta greca va tagliata a fette sottili come se fossero listelli da parquet: insomma, il formaggio si presenta come un parallelepipedo e voi affettatelo per il lato corto! Le fatiche son finite ora comincia il divertimento: pavimentate il fondo della teglia imburrata con le fette di melanzane, copritele con qualche listello di feta, tre o quattro riccioli di concentrato di pomodoro, una spolverata di prezzemolo e alcune fette d'aglio (in alternativa, distribuite il triturato di rosmarino che avevate preparato). Coprite il primo strato con un altro giro di melanzane, premete con le mani tutta la superficie, e ripetete le operazioni di farcitura e posa e pressione delle "foglie" di melanzana fino a che queste non finiscono. Un filo d'olio all'ultimo strato, qualche briciola di feta residua (per non buttare via niente...), qualche ricciolo di concentrato di pomodoro (facoltativo: solo per dare una nota di colore) e via in forno a microonde per 15 minuti più 2 minuti senza coperchio per gratinare (in forno da cucina possono bastare venti, massimo trenta minuti, a 150 °C...fino a che la foglia non si appassisce fino a parer cotta: vale sempre l'occhio e l'istinto del cuoco che è in voi). Il burro agevolerà la cottura, la feta non si squaglierà ma cederà sapidità e carattere alla melanzana che assorbirà le qualità benefiche dell'aglio e ne neutralizzerà i lati meno nobili del temperamento, grazie anche ai buoni uffici del pomodoro concentrato; il profumo e il gusto che impatteranno sui vostri palati, se chiuderete gli occhi, vi trasporteranno su rustiche oasi affioranti dal Mediterraneo centro-orientale.
Buon vento ai naviganti e buon appetito a voi!

© 2017 Testo e ricetta di Claudio Montini
© 2017 Immagini di Orazio Nullo  

mercoledì 18 ottobre 2017

Una piccola storia pavese

Ticino, il treno e il vecchio assente
di Claudio Montini


Il treno passò ma lui non c'era; forse sarebbe venuto il giorno dopo o quello appresso, se il tempo si fosse mantenuto, se il cielo o chi per esso si fosse dimenticato dell'inverno per un'altro giorno. Già, ma quanti inverni e primavere e treni e barcè avevano visto quei vecchi occhi? Era lì da sempre, secondo me; l'unica volta che mi ero portato la macchina fotografica per fare lo scatto della vita, la foto che fa il giro del mondo e mi avrebbe proiettato nell'olimpo dei daguerrotipisti con Henri Cartier-Bresson ad accogliermi...invece, lui non c'era! Oh bella: c'era la sedia vuota e il treno che passava: basta, punto, fine. Avevano mica cominciato uno scavo al Ticinello e, allora, era andato a vedere il buco fatto con la ruspa, con tutti gli altri della bocciofila del Borgo, anziani Neca o Necchi o badilografi che avevano tirato su la città delle cento torri con secchio e cazzuola, voltando col badile montagne di sabbia e cemento, dopo le bombe degli americani? La risposta la trovai una volta ritornato sull'argine, quando mi imbattei in un pannello per le pubblicità e per gli annunci dei funerali; adesso non mettevano più soltanto nome e cognome e l'età: no, siamo diventati moderni, ci mettiamo anche una foto! Magari segnaletica come quella che aveva messo sul libretto della pensione o sulla carta d'identità che teneva nel portafoglio di cuoio, tanto per metterci dentro qualcosa. La buca stavolta l'avevano fatta quelli del Comune, ma a San Giovannino: dove si prende l'ultimo treno col vestito della festa e il soprabito di legno e di zinco! Il cielo o chi per Lui gli avevano portato, forse prima di colazione o la notte nel primo sonno, il resto degli anni spesi in questa valle di lacrime, tutto in una volta, mandandolo a riscuotere direttamente a casa di Dio e senza passare da canale a ritirare la sua sedia. Volevo portargliela là, al camposanto, per lasciarci sopra la fotografia perchè la vedesse anche lui; mi ero segnato il nome, caso mai non riconoscessi la foto sulla lapide: ma non l'ho più trovata, giù a Ticino, drera canal come avrebbe detto lui, e a momenti non trovavo nemmeno la tomba... Muore tanta gente a Pavia che lei, la città, manco se ne accorge più perchè, se non li bruciano e i parenti si tengono le ceneri dove gli pare, i morti li mettono sotto terra vicini vicini e magari uno sopra l'altro: così ci stanno più lapidi e si fanno sentieri più facili da tenere in ordine. Il marmista aveva appena finito la posa, mi disse che in cinque minuti il mastice avrebbe fatto presa e avrei potuto anche camminarci sopra senza far danni: pensava che fossi un parente... No, grazie... cioè, sono un conoscente... di passaggio... come tutti, del resto. Aspettai che se ne andasse e poi poggiai il vasetto di peonie preso per beneficenza fuori dalla Coop, facendo in modo che tenesse ferma la fotografia che avevo plastificato; sulla lapide definitiva c'era anche la foto in ceramica, con la stessa grimula cioè con la stessa faccia che avevo visto sul manifesto del funerale. Però, quando la guardai l'ultima volta prima di andarmene a casa, mi parve che il vecchio sorridesse: ma doveva esserci in giro qualche polvere sottile cui ero allergico a mia insaputa, perchè avevo gli occhi bagnati.

© 2016 Testo di Claudio Montini  - inedito
© 2016 Immagine di Orazio Nullo "From bridge to bridge"


martedì 17 ottobre 2017

Scampoli di fine stagione: ma la colpa è anche nostra

Avete voglia ad aspettare che piova...
di Claudio Montini

Siamo alla fine di una legislatura, in Italia, che è stata caratterizzata dalla più assurda delle logiche conseguenze del parlamentarismo scientifico adottato dai costituenti nel biennio 1946-1947 come antidoto alle derive autoritarie che, sospettavano e temevano con giusta ragione, avrebbero affascinato di nuovo la maggioranza silenziosa dei cittadini italiani. Il mito dell'uomo forte per tutte le stagioni, il capo supremo tutto d'un pezzo cui giurare eterna fedeltà, onde riceverne prebende e compensi, è una parte integrante nel corredo genetico ed etico dell'abitante della terra dove il "si" suona; altrimenti non si spiegherebbe il successo di mafia, camorra, 'ndrangheta e loro declinazioni varie ed eventuali, non si spiegherebbe il sistema appena rivelato ma non debellato che comodamente etichettiamo come "Tangentopoli", non si spiegherebbe il ricorso sistematico alla raccomandazione per entrare anche in un circolo o un'associazione ricreativa, culturale o sportiva di coloro che, da Cavour e S.A.R. Vittorio Emanuele II in poi, si illudono e si credono e si ostinano a chiamarsi italiani specialmente quando incitano undici giovanotti in maglietta azzurra e calzoncini bianchi che rincorrono un pallone, contendendolo ad altrettanti giovanotti con una maglia dal colore diverso sopra un prato verde. Purtroppo o per fortuna, la politica non è riducibile ad una partita di calcio e alla fine presenta sempre il conto di di quel che si è fatto o che si è detto sottratto delle promesse mancate: la libertà è in una matita e un foglio di carta con tanti disegni colorati e tante caselle tra cui scegliere quella da barrare, in una scatola di latta con una tenda che impedisce a chiunque di guardare dove si traccia il segno, in un'altra scatola dove depositare quel foglio piegato in modo che non si veda la scelta compiuta fino a che non si proceda allo spoglio di tutti gli altri fogli, quando tutti quelli che potevano farlo abbiano votato. Già, la libertà. Siamo alla fine di una legislatura, o meglio abbiamo iniziato il suo ultimo tratto, in cui si è assistito a un ulteriore separazione tra paese reale e paese legale con buona pace di quella libertà di cui parlavo poche righe più sopra: la politica ha preso in ostaggio il paese reale sfruttando la sua capacità di superare le crisi, di adattarsi e piegarsi alla piena come il giunco del proverbio siciliano, per foraggiare se stessa e pavoneggiarsi nel teatrino europeo e compiere comodamente i propri regolamenti di conti. Lo dimostrano i discorsi programmatici dei politici di questi giorni in cui si sta per varare una nuova legge elettorale, tutti tesi ad ottenere le più vantaggiose condizioni che consentano di raggranellare il maggior numero di seggi: sul fronte dei problemi dell'Italia, come lavoro e infrastrutture da manutenzionare e famiglie da sostenere e villaggi da ricostruire con annessi e connessi, come malati da curare e medici e tecnici da istruire a dovere e invogliare a restare a lavorare dove sono nati, come forze di polizia e di primo intervento da corroborare e incentivare con ricompense tangibili e non vacue promesse, come carceri da umanizzare e giustizia rapida e sicura affinchè smetta di essere conveniente la disonestà, il malaffare, la prevaricazione...ebbene, riguardo a tutto ciò si registra un silenzio che nessuno ha mai sentito, un vuoto senza neppure l'eco (si sono rubati pure quello, oltre alla nostra speranza), un deserto immobile di pietre dove nemmeno il vento solleva granelli di polvere tanto non ne vale la pena. La cosa peggiore è che nessuno di noi sente il bisogno di ribellarsi, di alzare la voce, di scendere in piazza o di andare alla sezione del proprio partito e chiedere spiegazioni: ci si indigna per gli espulsi dal Grande Fratello, si trepida per la Ferrari che non ne imbrocca una in ogni gran premio, si smania per l'ultimo modello di telefono cellulare quando ancora non si è finito di pagare il divano o il frigorifero o il conto dal salumiere. Non è più tempo di "Piove, governo ladro": se l'Italia va male la colpa è anche di noi italiani...oltretutto, con questo anticiclone africano (figlio anche del riscaldamento globale dovuto all'inquinamento), hai voglia ad aspettare che piova....

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Show must go on"

domenica 15 ottobre 2017

Le vie del Signore sono infinite: pace e bene!

Era già stato scritto...credeteci!

di Claudio Montini

Le domeniche non cadono mai a caso: oggi, per esempio, si festeggia santa Teresa d'Avila vergine (era una monaca di clausura, se non ricordo male) dottore della Chiesa (quella cattolico romana) per via del filo diretto che aveva con Colui che lassù risiede, il quale la omaggiava di frequenti visioni mistiche: il che le dava la forza di ammonire teste coronate e semplici contadini affinchè si convertissero al Vangelo. Credo che sia stata in predicato di essere nominata anche patrona d'Europa, con san Benedetto e santa Scolastica: se non lo è ufficialmente, sicuramente lo è nei cuori dei credenti di ogni latitudine e longitudine del Vecchio Continente poichè il nome "Teresa", con lievi variazioni nella grafia, funziona bene e si mantiene altrettanto in tutti gli idiomi parlati nelle terre che si considerano culla della cosiddetta cultura occidentale. La stessa cosa vale per lo stuolo di nuovi santi e beati proclamati oggi da papa Francesco, trentacinque pare, conosciuti in punti ben specifici del globo terracqueo e dunque non esattamente popolari, ma invocati con fervore tale da far palesare i necessari miracoli atti ad ottenere la certificazione papale: loro erano già santi nei cuori di chi li aveva conosciuti o li aveva incontrati per altre ragioni. Come siamo meschini! Siamo così intossicati dalla malfidenza che abbiamo bisogno di certificati, carte bollate, dichiarazioni d'autenticità autorevoli anche per qualcosa di impalpabile ma connaturato alla natura dell'essere umano, quella parte irrazionale, irriducibile, ingovernabile che è il sentimento amoroso e spirituale. Eppure è scritto, nero su bianco, in greco e in latino ciò che è stato detto prima in aramaico e che, caso più unico che raro, tutti e quattro i vangeli (i tre sinottici e quello di Giovanni, prodotto in epoca più tarda e sottoposto ad evidenti influssi neoplatonici) riportano allo stesso modo: "Vai in pace, la tua fede ti ha salvato" diceva il falegname di Nazareth a chiunque incrociasse la sua strada, lo ascoltasse in cerca di un briciolo di speranza verso un domani migliore e venisse beneficato, mondato dai suoi mali, perdonato per i suoi peccati solo per aver creduto nella forza d'un eterno messaggio d'amore. Per migliorare il mondo, partendo proprio da quello che nessun'altro se non ciascuno di noi può vedere e governare, forse dovremmo, come consiglia sempre il papa, fare delle Sacre Scritture gli occhiali con cui guardare la realtà, leggendole e rileggendole: finiremmo, a mio modesto avviso, per ritrovarci sempre davanti al comandamento nuovo che il Cristo ha suggerito nella cena del Giovedì santo. Ama il prossimo tuo come te stesso, amatevi gli uni gli altri: basta poco...che ci serve d'altro?

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Flying seeds"  

sabato 14 ottobre 2017

Il sabato del villaggio

Ricordi dal sabato del villaggio
di Claudio Montini

Sabato è sempre stato un giorno speciale della settimana, come il punto che si mette in fondo ai pensieri quando si ritiene di aver chiarito il concetto che premeva per uscire dalla scatola cranica. Qualcuno tirava le somme, qualcuno sognava in grande, qualcuno tirava calci ad un pallone, qualcuno sfogliava l'enciclopedia per provare a sentirsi in un'altro posto e, magari, in un'altra vita. Sognava, quel qualcuno, di fare l'astronauta ma per sua sfortuna di navicelle spaziali della sua misura non ne costruivano; probabilmente il razzo Saturno V dell'ingenger Von Braun non avrebbe avuto la forza necessaria a spingerlo, almeno, in orbita intorno alla Terra data la sua troppa confidenza con pastasciutta, cotolette impanate, patatine fritte, focacce e pane bianco in ogni sua forma e composizione. Così si accontentava di farlo con la fantasia, con le fotografie e coi rari servizi giornalistici che passavano in televisione: quarant'anni fa, non si era ancora diffusa tutta questa tecnologia, questa orgia di informazioni e dati rubati e scambiati da entità in grado di condizionare la nostra vita. Il sabato era il tempo da dedicare alla bellezza e alla moda, alle apparenze e anche il tempo per respirare e pensare ad altro: una pausa nel logorio della vita moderna. Mi piacerebbe tornare indietro a quei sabati con la televisione in bianco e nero, le discoteche coi divanetti di velluto e le luci colorate e i cuba libre che scorrevano a fiumi alternandosi ai gin tonic, la pizza alle due di notte e poi guidare piano fino a casa ascoltando le cassette comprate dal disc jockey. Giusto per farmi quattro risate sane e spensierate e rendermi conto che, in fondo, non è stato tempo sprecato.

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 immagine di Orazio Nullo "Peculiar Time Machine"

Brividi notturni

Altre speranze tradite
di Claudio Montini

Si fa presto a dire "Credi in quello che fai e tutto andrà per il meglio", specialmente quando a regalare banalità non si rischia di perdere nulla; si fa presto a dire che il mondo è molto più grande delle mura di casa, delle strade del tuo villaggio e non troverai mai una persona uguale all'altra: così si alimentano le illusioni che, per carità, sono importantissime e utilissime per non impazzire o meditare e progettare di togliersi la vita, giusto per cavarsi d'impaccio o semplicemente togliere il disturbo quando si avverte la sensazione di essere un'ospite ingombrante e scomodo, ma anche pilatescamente si rimanda al mittente la gestione e la soluzione del problema. Purtroppo, alcuni occulti burattinai stanno manipolando i mezzi di comunicazione di massa per convincerci che il mondo è un postaccio, marcio, lurido, laido, spietato e ingiusto, che dobbiamo armarci e loro vederci partire alla conquista di spazio vitale. Mi vengono i brividi a pensare che, fra non molto, su qualche carro agricolo addobbato con bandiere e sciarpe e felpe con nomi di città, cravatte verdi, camicie bianche (quelle nere, al primo lavaggio severo, si sono stinte: hanno provato a decorarle con cinque stelle, ma se sotto la camicia c'è un caprone ignorante e sordo...beh, quello caprone rimane con tanto di barba di tre giorni o abbronzatura di lampada fresca di centro estetico), doppiopetti o maglioni girocollo per sembrare giovanili e nascondere le cicatrici delle plastiche facciali, ritroveremo gli stessi identici somari laureati con lode che hanno continuato a danzare sulle macerie dell'Italia del secondo dopoguerra, del boom economico, degli anni di piombo e della crisi delle varie bolle speculative, i quali ci chiederanno di dare loro fiducia affinchè possano suscitare un radioso sole dell'avvenire sullo Stivale Italico con promesse di equità sociale, giustizia efficace e tempestiva, ricchi premi e applausi e fiori per chi avrà la ventura di essere nato tra Aosta e Mazara del Vallo o Vibo Valentia e Bolzano. Tutti gli altri, peschino una carta dal mazzo "Imprevisti", tirino i dadi una volta, ripassino dal "Via" senza ritirare le diecimilalire pena passare un turno in prigione o in un centro di prima accoglienza.

(c)  2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Betraied hopes"