venerdì 10 novembre 2017

Siamo in autunno: era ora!

Niente paura con la democrazia
di Claudio Montini

L'autunno, tanto agognato dalla terra e dagli animali, finalmente si è presentato in tutto lo splendore dei suoi dettagli meteorologici tanto cari a retori, poeti e scrittori di ogni epoca risma e schiatta. Per recuperare il ritardo accumulato rispetto al calendario consueto, si è dato abbondantemente da fare per rimpinguare le asfittiche risorse idriche con neve e pioggia e calo delle temperature che, zelanti pappagalli mediatici a corto di cattive notizie, hanno provveduto a montare come sufflè alle banane per tenere alta la tensione emotiva del pubblico uditorio. Niente paura con la democrazia, finchè andiamo e veniamo: tutto già visto, tutto già vissuto, tutto già dimenticato come la proroga dell'estate di cui abbiamo incautamente beneficiato, tralasciando di prepararci al peggioramento e dimenticandoci delle magagne facilmente risolvibili che si trasformano, durante l'evento infausto, in emergenze catastrofiche. A onor del vero, ammesso e non concesso che si possa ancora distinguere con manichea precisione tanto l'uno quanto l'altro (l'onore e il vero), va detto che le disgrazie non vengono mai da sole: però è ancora più vero che ignorare o tamponare o rinviare o polemizzare in cerca di effimera visibilità fa sempre rima con lascia stare, ma chi telo fa fare?, mandateli a casa che son tutti ladri (o mafiosi...a scelta), vedrai che qualche santo vorrà o verrà a provvedere, tanto hanno già deciso come spartirsi la torta. L'ignoranza non è una giustificazione, per carità; nascondere la testa sotto la sabbia, tapparsi le orecchie e gli occhi non risolve i problemi, il silenzio non è mai d'oro ma di piombo o di nitroglicerina: abbiamo bisogno di conoscere i fatti e le opinioni nella loro interezza e dobbiamo tornare a pensare con la nostra testa, nella quale deve esserci spazio per un comandamento soltanto: ama il prossimo tuo come te stesso, ovvero non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2014 Foto di Orazio Nullo

giovedì 9 novembre 2017

Cerco un centro di gravità permanente...

La valigia dei sogni
di Claudio Montini

Lo confesso, non posso più tenerlo per me, celarlo in fondo all'anima e ai pensieri come un rimorso o una colpa consapevole da non far trapelare ad altra anima viva; sarà un sollievo più che una liberazione poichè il fardello delle conseguenze graverà ancora sulle mie spalle, condizionerà i miei rapporti con l'ambiente e con il mio destino. Questo mondo gira troppo in fretta e non lascia il tempo di riflettere, di scegliere le parole, di farsi domande quali se ne valga la pena esporre le proprie opinioni: vale l'immagine più di mille parole, dicono, vale ancora colpirne uno per educarne cento, l'esibizione muscolare fulminea e inaspettata e vigliacca contro chi è disarmato oppure armato di sana e professionale curiosità, vale la legge della sopravvivenza che vige nella jungla sebbene gli animali abbiano, da millenni, la decenza di mirare a soddisfare i loro stomaci e i loro organi riproduttivi e non alla supremazia sul creato. Ne avrei di cose da scrivere, una al giorno e anche più di una: ma finirei per essere un campione del "copia/incolla" o un retore inutile da speaker's corner in Hyde Park, a Londra, come ben ci descrisse una giovane professoressa di inglese alle scuole medie che aveva trascorso alcuni anni da "au pair girl" nella capitale del Regno Unito di Scozia e Inghilterra, facendoci innamorare di lei e della "british way of life. Parigi non ha mai attirato le mie simpatie e, più che Bonn, Frankfurt am Mein o Munich (Bayern Land) suscitavano maggiore interesse se non altro per la rapidità con cui si erano spurgati delle svastiche nazionalsocialiste e delle macerie dei bombardamenti angloamericani. Passati i quaranta, ho capito che era meglio se facevo pace col mio cervello e mi accontentavo di questa Italietta che lontano dai riflettori, tra la gente che vive la vita di tutti i giorni e fa fatica, sapeva ancora regalare belle soddisfazioni e momenti che scaldano il cuore, a ricordarli in là negli anni; ora ho passato anche i cinquanta, sono un numero nella statistica dei disoccupati, ho ancora la mia valigia di parole e di sogni da vuotare e una promessa fatta a una persona con cui ho scelto di vivere il resto dei giorni; promessa che onoro con abnegazione e convinzione perchè quella persona ha bisogno di me, è stata a un passo dalla morte ma mi è stata restituita e lotta per recuperare una condizione sufficientemente normale: ecco, io l'accompagno in questo lungo cammino e questa è la mia attuale missione mentre, parallelamente, non smetto di costruire il mio magico mondo fatto di sogni e di parole e di idee, dove si ama e si muore ma con la speranza di andare in un mondo migliore, dove si ride e si piange ma solo di gioia e non di rabbia, dove per ogni cosa che che accade c'è un motivo o una ragione, dove la libertà di uno finisce laddove inizia quella dell'altro, dove mi sento libero come un gabbiano sul lago Vittoria nel cuore dell'Africa e non ho nulla da chiedere se non che l'aria sorregga le mie ali. Istintivamente, forse, ho trovato il mio centro di gravità permanente. 

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 immagine di Orazio Nullo "Radioactive fallout"

martedì 31 ottobre 2017

Un racconto per Halloween, riveduto e corretto, tratto da BRICIOLE DI SOGNI NELLO SGUARDO ( di Claudio Montini, Youcanprint 2013)

Minuto di sospensione
(edizione 2017)

di Claudio Montini



Dio creò il mondo e ci mise dentro l’uomo perché si annoiava parecchio: non c’era cantuccio dello spazio e del tempo di cui ignorasse vita, morte, miracoli e che non gli obbedisse ciecamente; voleva qualcosa che mettesse a dura prova la sua pazienza e pure quella delle altre creature, qualcosa di più avvincente e snervante di una partita a scacchi con sè stesso. Col genere umano si divertì fin dal principio: più l’istruiva circa il bene e il male, più quello faceva di testa sua, sbagliando con precisione chirurgica; anzi, pareva che l’istinto per l’errore l’avesse nel sangue, come i suoi piccoli hanno la calamita per le sculacciate e le marachelle. Se l’avesse sculacciato all'epoca della mela, gli sarebbe toccato di ricostruirlo e non è il tipo che faccia due volte gli stessi errori; così fece l’offeso per qualche secolo e si limitò a cacciarlo di casa, obbligando la progenie di Adamo ed Eva al giogo del dolore, della paura, della fatica di vivere. Ma questa, generazione dopo generazione, si adattò e imparò e si moltiplicò senza mai dimenticare quella favolosa età in cui non esistevano nemmeno le parole per identificare le tribolazioni: ancora oggi, fa di tutto per ritrovare e ricreare quelle condizioni, talvolta ricorrendo a metodi non del tutto privi di effetti collaterali. Così ci ritroviamo, ogni giorno che Lui manda in terra, con ingiustizie, soprusi e sperequazioni varie: infatti, preso singolarmente, l’uomo sarebbe pure una bestia intelligente e ragionevole ma, già quando sono solo in due, è capace di diventare una specie più devastante d’un esercito di cavallette. Però, ogni pazienza ha un limite: così Dio, per ricondurre l’indisciplinata creatura sulla retta via per il paradiso perduto, scudiscia e bastona quella che si crede la prediletta, fatta a sua immagine e somiglianza, sbagliando però sovente puntamento dei suoi strali e aumentando la distanza tra terra e cielo con una frattura difficile da saldare, perchè andava riempiendosi di incredulità e diffidenza. Era quello che pensava tutto il paese: il giorno in cui accadde la disgrazia, i primi che appresero la notizia se lo tennero per sè; il giorno del funerale, quelli che non riuscirono a entrare in chiesa e riempirono il sagrato, compresa piazza Brugnatelli e le vie adiacenti, cominciarono a bisbigliarselo; tutti quegli altri che, nei giorni successivi, osservarono i propri figli e non poterono fare a meno di provare a mettersi nei panni dei genitori del ragazzino, se lo dissero apertamente per chiudere il discorso e passare ad altre chiacchiere. Era quello che pensava il fante Poletti, che aveva appoggiato il moschetto modello 91 alla cuspide di travertino dalla parte del proclama del generale Diaz (quello che annunciava la fine dell’unica guerra mai vinta e che lui, con troppi altri, non aveva potuto festeggiare). Era quello che pensava anche Italia, che s’era tolta la corona turrita e aveva gettato l’elmo di Scipio, lasciando che il magone soffocato nelle pieghe del bronzo si sciogliesse, quella notte, in un abbraccio e in lacrime sulla giubba del soldato, di cui, alla luce del giorno, vegliava l'agonia e rendeva grazie eterna per il sacrificio suo e dei suoi fratelli, uniti dal tricolore e dalle stellette, in difesa del suolo e dei confini della patria. Paolo, sceso per primo dalla sua nicchia, era in vena di facezie e provò a fischiettare un motivetto d’un tale, un musicista caraibico, che viaggiava su una nuvoletta azzurrognola e dall’aroma molto pungente. Pietro invece, che era del medesimo umore di quel giorno che parevano essere scappati tutti i pesci dal lago di Tiberiade, proprio quello in cui si presentò il Nazareno che voleva farsi un giretto in barca come se non avesse niente di meglio da fare, guardò l’apostolo delle genti come se volesse incenerirlo. Mettersi a cantare No Woman no cry, stonato com'era, suonava più d’un oltraggio al pudore verso un sentimento di madre, per quanto simbolica e surrogata che Italia potesse essere, che una sciagura per i padiglioni auricolari: era una cattiveria gratuita e non volle trattenersi dalla rampogna. «Certo che, a te, la caduta sulla via di Damasco deve aver procurato dei danni davvero gravi. Dimmi un po’, la testa l’hai battuta più forte allora o quando te l’hanno spiccata dal collo, a Roma, lungo la via consolare?» «A te, invece, va sempre così in fretta il sangue alla testa perché, per farti perdonare dal capo, ti sei fatto crocifiggere a testa in giù?» Questo era un colpo davvero basso. Pietro ci rimaneva ancora male per quella faccenda e Paolo lo sapeva bene, ma era l’unico modo per troncare di netto la discussione: infatti il pescatore si chiudeva in un silenzio imbronciato, addirittura granitico, che era l’unico modo che conoscesse per trattenere le lacrime e nascondere la pena. Sebbene si fossero chiariti, col Nazareno, lo sentiva ancora nelle orecchie quel gallo cantare tutte le volte che, tanto in cielo quanto in terra, si rammentavano i fatti di quei giorni: ancora si vergognava e si sentiva indegno d’essere stato scelto per essere a capo della comunità di coloro che, pur non avendo visto e toccato come Tommaso, avevano creduto alla buona novella del Maestro e alla sua promessa. Italia ora aveva gli occhi asciutti e, avuta la muta approvazione del fante Poletti, lasciò le sue braccia per andare incontro ai due bisbetici vegliardi con l’aureola. Aveva visto troppe ingiustizie compiersi in nome di Dio, del re o di chiunque altro si arrogasse il diritto di elevarsi sugli altri suoi simili e dettare loro legge, da parte di ogni pusillanime invasato che fosse passato per le terre cui lei dava il nome, per non cogliere al volo l’occasione di domandare spiegazioni a chi Dio, o almeno il suo Figlio unigenito, l’aveva visto in faccia. Credeva alla fortuna piuttosto che al destino, credeva ai principi dell’azione e della reazione piuttosto che alla giustizia, umana o divina che fosse, credeva al tempo che passa facendo come più gli piace e smussa gli spigoli della Storia. Non accettava il fatto che fosse la morte l'unica soluzione, l’unica punizione efficace, l’unica lezione che costringesse a cambiare, a maturare, a rinnovarsi: meno che mai quando era un ragazzino con tutta la vita davanti da vivere, da scoprire, da sbagliare e da ricominciare. Stava per rovesciare addosso ai due campioni della fede e del martirio, tutti i dolenti dubbi che la gente macerava in cuore ma non era stata capace di consegnare alle parole di una preghiera, nonostante fosse straripata dalle vie del paese sulla piazza per riempire la chiesa dove molti non avevano trovato posto, per abbracciare lo sgomento dei genitori, per avere un segno dal cielo che aveva voluto con sé la madre delle madri, Maria, il medesimo cielo che li aveva scampati, secoli prima, dalla grandine e dalla carestia ma che ora restava muto nonostante la domanda aleggiasse nell'aria e nelle cose inanimate. Era pronta a farlo ma si bloccò come se fosse testimone e protagonista di un miracolo, pur essendolo già lei e il fante Poletti e Pietro e Paolo che si davano convegno in quello slargo, dove via Caduti per la Patria si confondeva col sagrato della Beata Vergine assunta in cielo. Era mezzanotte da un minuto, tutte le strade del cielo e della terra erano accese, ma il creato non l’aveva mai saputo, non lo sapeva, non l’avrebbe mai saputo. Era un regalo di Dio per non soffocare la speranza, per dare una risposta, quasi consolatoria, all'ultima cruciale domanda: immobilizzava il tempo e lo spazio affinché i piani paralleli della vita si toccassero e si facessero, reciprocamente, coraggio per continuare il cammino nel giorno appena iniziato. Era un miracolo piccolo come un fazzoletto ricamato a mano, di quelli da conservare vicino al cuore e da gualcire il giorno che si sarebbe dovuti partire per sempre. Italia se ne era dimenticata, presa com'era dal dolore di avere perduto un altro figlio per futili motivi; Pietro, Paolo e il fante Poletti, che avevano usufruito di quel dono, ciascuno a suo tempo, sorrisero al nuovo venuto. Il ragazzo venne spingendo il suo scooter e scese issandolo sul cavalletto; carezzò il viso di Italia, giusto per asciugarle una lacrima impertinente che aveva attraversato la guancia: poi parlò a tutti loro. «Il mio tempo non è più il presente e nemmeno il futuro: il mio tempo è l’imperfetto. Vi confesso che, sulle prime, non ero affatto contento di questo mio nuovo stato. Io volevo solo fare un giro in moto, provarla a manetta, prima di ritornare sui libri a sforzarmi di riempire la testa di tutte quelle noiose nozioni...No...Non me l’aspettavo che accadesse proprio a me, non l’avevo chiesto né voluto: avevo una vita davanti e avevo anche trovato con chi condividerla. Poi, dopo il buio, seguendo nella luce una voce che chiamava il mio nome ho visto ogni cosa di me, della mia storia, del mio posto in un disegno più grande cui anche io avevo dato qualcosa per realizzarsi. Allora, ho capito tutto. Sono in pace con quel che resta di me e con quel che è stato reso a chi mi inviò tra le braccia dei miei genitori.» Si interruppe, abbassando lo sguardo attraversato da una sottile ansia d’essere creduto e mille altri pensieri, come accade ai ragazzini; riaccese il sorriso e proseguì con dolcezza. «Già...i miei genitori...proprio adesso che avevamo trovato il modo di comunicare...anche tra di noi... Chissà se, in questo primo minuto del nuovo giorno, staranno facendo l’amore... Sarebbe...bello, sì!... Anche solo per consolarsi, per farsi coraggio a vicenda, per aiutarsi ad aspettare senza troppa malinconia il giorno in cui ci ritroveremo... Bene, vorrà dire che entrerò in punta di piedi nei loro sogni e lascerò poche parole che sciolgano il dolore! Chiederò loro di preparare una stanzetta nel cuore per tutte le volte che potrò tornare, perché il cielo è grande ma non abbastanza per contenere il nostro amore, infinito come questo minuto che avvicina la valle di lacrime alla luce della verità e della vita.... Scusatemi, ora dovrei andare...» Così, spinse giù la moto dal cavalletto e scomparve lungo la discesa che digradava fino al bivio e che, a sinistra, portava a quella che era stata casa sua. Piazza Brugnatelli, si svuotò in un’istante: Pietro e Paolo ripresero posto nelle loro nicchie a lato del portone della Chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria Assunta in Cielo; Italia riprese ad assistere all'ultimo respiro del valoroso fante Poletti sul Carso insanguinato e liberato dall'austriaco invasore. Una folata di ponentino accarezzò le fronde dei castagni vicini al monumento, rimettendo in moto l'universo e le lancette del campanile.


(c) 2013-2017 testo di Claudio Montini
(c) 2016 Immagine di Orazio Nullo "Miracles and desire's night"


domenica 29 ottobre 2017

Un messaggio dal cielo o solo una bella cartolina?


Avviso di sfratto a un ospite distratto?

di Claudio Montini
L'insolito tepore del mese di ottobre, a cavallo del 45° parallelo, ha generato un tramonto dai toni d'aurora boreale, con tinte acide ed elettriche, che i più audaci sognatori hanno salutato come raffigurazioni plastiche delle esplosioni di plasma a ridosso della corona solare (evento da cui nascerebbe il cosiddetto vento solare che le fasce di Van Halen contribuiscono a deviare). La fluida velatura delle nubi poco consistente ha contribuito a creare un drappeggio affascinante, quando non elegante e inquietante al tempo stesso, sopra le teste del nugolo di fotografi telefonisti che hanno dato il meglio di sè per catturare l'attimo fuggente di cui si è ammantato l'orizzonte. Anche io ho ceduto alla tentazione e ho fatto i miei bravi scatti, complice la passeggiata serale per le campagne con il cane Leone; ma subito dopo, me ne sono pentito e sono stato preso da una lieve angoscia: se invece di un bello spettacolo offerto da madre natura, si trattasse dell'ennesimo grido d'allarme lanciato da lei stessa? Vale a dire: se anche questo spettacolo, unito alle temperature fuori dall'ordinario per il periodo, la siccità che sta mettendo in ginocchio il nostro ecosistema e agevolando le scellerate incursioni di piromani armati da malavitosi ingordi, i fortunali tropicali che cambiano rotta e si abbattono altrove seguendo la corrente del golfo e traversando oceani interi, non fossero altro che un pressante invito a modificare abitudini e atteggiamenti nei confronti degli equilibri ecologici del pianeta che chiamiamo Terra, onde evitare di ridurci a un sasso senza atmosfera nè acqua che orbita intorno a una stella che invecchia? Le nuvole, mi spiegava alla scuola elementare la maestra, sono il risultato di più forze convergenti e di più eventi contingenti ovvero il vento che è generato dal movimento rotatorio del pianeta che trascina la massa d'aria umida che, salendo si raffredda e condensa l'umidità stessa in ammassi che sono in balia del vento, della gravità e della rotazione di cui sopra perchè, comunque, sposta tutta l'aria che però è anche riscaldata dal sole che, contemporaneamente, la illumina. Lui lo fa da miliardi di anni, forse senza consapevolezza: noi che ci crediamo intelligenti, ci stupiamo ogni volta e pensiamo che non possa finire nè cambiare mai perchè non sappiamo guardare nemmeno più in là del naso della generazione che ci succede. Godiamoceli questi attimi, perchè se non cambiamo atteggiamento mentale, il pianeta potrebbe decidere di fare a meno di noi.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Claudio Montini
    

sabato 28 ottobre 2017

Costituzione della Repubblica Italiana: articoli 27 e 28


Articolo 27

La responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.


Articolo 28

I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.

Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Fishermans village"

Europa game over

Europa game over
di Claudio Montini

Il continente che ha dato i natali a furbi contrabbandieri, conquistatori e rapinatori di terre e ricchezze altrui, corruttori e distruttori di civiltà ritenute inferiori per mandato divino, ha definitivamente esalato l'ultimo respiro con la dichiarazione d'indipendenza di una regione del Regno di Spagna. Se esistevano dubbi sulla inconsistenza delle istituzioni europee, eccezion fatta per quelle finanziarie e monetarie, il parlamento della Catalogna, con la scellerata ma scontata votazione sulla dichiarazione d'indipendenza della regione, li ha fugati tutti. A caldo, gli altri stati diranno che non la riconosceranno ma è molto probabile che finiranno per trovare una scappatoia e un'accomodamento sarà messo in atto in un tempo assai breve: l'Europa dei bottegai non si smentirà neppure questa volta, purchè i profitti rimangano invariati e le voci di dissenso seguitino a manifestarsi per dare l'illusione di una inossidabile democrazia. Certo, comunismo e fascismo sono crollati come giganti dai piedi d'argilla sotto il peso e, paradossalmente, l'inconsistenza della loro burocrazia assoluta e cieca: accadrà la stessa cosa per l'Unione Europea, strumento di canalizzazione di fiumi di denaro che altrimenti farebbero solo un po' più di fatica a spostarsi da una banca all'altra, da una tasca all'altra, per generare altro denaro e non benessere, infrastrutture, assistenza ai bisognosi e, con gli spiccioli, un po' di carità al terzo mondo. La situazione è anche peggiore di quella immaginata da Orwell in 1984 e ancora più grottesca della leggenda per cui l'orchestra seguitò a suonare durante l'affondamento del Titanic. In Italia, qualcuno fece scrivere sui muri che il popolo che dimentica di studiare la storia è destinato a riviverla: se, disgraziatamente, quel qualcuno non lo avesse fatto ma l'avesse detto qualcun'altro il cui nome ora mi sfugge...ciò non toglie che avesse ragione da vendere ma che aveva riciclato un'assunto di Giovan Battista Vico, filosofo barocco italiano, che sosteneva la ciclica ripetizione degli eventi storici quattrocento anni prima di me.

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Betraied hopes" 

martedì 24 ottobre 2017

Abbiamo vinto...la solita aria fritta!

I Lombardi, i Veneti e l'aria fritta che sa di vittoria
di Claudio Montini

Ci vuole un bel coraggio a dire che hanno vinto i lombardi, con solo il 39% scarso di aventi diritto che si è recato ai seggi elettorali consueti per provare i nuovi giochini elettronici voluti dalla presidenza leghista della regione che si crede ancora polo economico-finanziario dell'Italia. Piaccia o meno ai professori che abbondano nella rete informatica mondiale così come abbondavano al Bar Sport o al Bar centrale (per non dire del Bar Cooperativa del Popolo) del mio paese, le stanze dei bottoni dell'economia e della finanza e della produzione industriale si sono spostate altrove, da almeno una quarantina d'anni: per qualche tempo hanno villeggiato tra la laguna che vide i fasti della Serenissima e il Piave (solo così si spiega l'alta affluenza registrata in Veneto allo Zaia Show), posso concederlo, ma ora tutto si svolge e decide in una sorta di iperuranio avulso dai contesti geopolitici che si ostinano a insegnare nelle scuole, ovvero in una sorta di quarta dimensione dove non conta la tessera politica nè l'ideologia e nemmeno la fede religiosa, ma soltanto il bilancio in partita doppia e la cassa entro cui far scorrere i denari o lasciarli riposare in attesa di tempi migliori. Domenica 22 ottobre e nei giorni seguenti, è andata in scena una tragica farsa spacciata per democrazia e rispetto delle norme di legge, in primis costituzionali: si è trattato invece di un grottesco regolamento di conti tra correnti di partito (leggi Lega Nord) finanziato e benedetto da soldi pubblici (cioè le tasse dei cittadini) e dalle istituzioni repubblicane italiane, forti del dettato della legge più bella e inapplicata mai promulgata. E' stata la dimostrazione, plastica e pleonastica, della distanza siderale tra paese legale e paese reale: quello che è stato chiesto ai cittadini è il permesso di fare una azione che è già facoltà, a questo punto anche dovere, dei governatori e delle giunte di governo di tutte e venti le regioni che compongono la Repubblica Italiana, comprese quelle a statuto speciale, ovvero dotarsi di una legge regionale che preveda la richiesta di maggiori competenze, indichi le modalità per ottenerle ed espletarle, specifichi i costi e le risorse necessarie per attuarla e sia indirizzata al Potere Esecutivo affinchè intavoli una mediazione in vista della piena realizzazione delle istanze in essa contenute. La Regione Emilia Romagna l'ha già fatta, approvata e presentata al Governo; il Veneto l'ha approntata e l'approverà cercando di usarla anche come strumento di persuasione; la Regione Lombardia non ne ha nemmeno sentito parlare e nemmeno c'è uno straccio di bozza: era troppo impegnata a trovare i soldi per i videogame e per pagare le forze dell'ordine che hanno svolto il consueto lavoro di presidio dei seggi elettorali, per non dire dei poveri tapini che si sono visti scippare un fine settimana come presidenti e scrutatori. La triste realtà, meschina e deformata fin che volete...ma non mi dite che non ci avete pensato anche voi, è quella per cui all'interno della Lega Nord ci sia stato un conteggio delle forze relative alle anime che, sotto la camicia verde, si agitano alle spalle del segretario federale: a parte piccole frange estremiste, per altro già trombate alle passate consultazioni, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno inviato un velato messaggio al candidato primo ministro Matteo Salvini, dal momento che oggi contano i numeri e le statistiche più dei proclami, ovvero fai pure la corsa per Palazzo Chigi ma bada di non ignorarci poichè abbiamo i numeri per azzopparti e prendere il tuo posto anche dalle nostre poltrone di governatori di regione. Il tutto alla faccia dei disoccupati, delle aziende in crisi, delle collusioni con la malavita, con le deficienze in tema di infrastrutture, assistenza sanitaria, sicurezza spicciola e macroscopica dei nostri borghi come delle nostre città: vale a dire alla faccia del popolo che, a parole, è loro tanto caro e che ha pagato tutto quanto. Allora, lombardi, siete davvero sicuri di avere vinto qualcosa che non sia altro che aria fritta?
(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2012 Immagine di Michele Pini dal diario facebook