venerdì 17 marzo 2017

"Ci vediamo per San Patrizio" - da CAMERE AMMOBILIATE PER VIAGGIATORI OCCASIONALI - 2015 - Youcanprint Selfpublishing

Ci vediamo per san Patrizio


di Claudio Montini

Il bollitore fischiò la fine del suo lavoro come un'arbitro di linea, di solito, fa con gli americani che mettono un'ombra di piede sulla riga di bordo campo oppure si lanciano a canestro dopo un'infrazione di passi, immaginando di avere tra le mani la testa dell'arbitro stesso e non la gonfia a spicchi arancioni da schiacciare nell'anello perpendicolare al tabellone. Naturalmente senza appendersi perchè questi ultimi hanno la spiacevole tendenza ad andare in frantumi, come i cristalli delle automobili presi a sassate. Sollevò a malincuore lo sguardo dalla pagina di SuperBasket che stava leggendo, anzi, mandando a memoria e chiuse il gas; prese la tazza e il filtro con il the, cavò dalla dispensa un barattolo nuovo di miele e la scatola dei biscotti di riso; doveva solo aspettare che suonassero alla porta e si accomodassero, ciascuno al suo posto, per poter portare in tavola tutto il necessario per il loro rito ultradecennale. «Finchè andiamo e veniamo, nessuna paura..» «...con la democrazia!» Aggiungeva prendendo i loro giubbotti, cappelli o giacche a vento. Erano le loro parole d'ordine ed erano le sole cose che li legassero ancora al paese da dove erano scappati per la disperazione tanti anni prima: in cerca di fortuna, dissero a chi restava, in cerca di un'altra vita, di benessere e amore senza paraocchi, pensarono indipendentemente gli uni dagli altri. L'Europa era zeppa di soldati e macerie e fantasmi viventi che, liberati dai reticolati spinati ed elettrificati, non avevano più una casa o una famiglia dove tornare perchè l'una era stata centrata da una bomba piovuta dal cielo, l'altra vi era salita nascosta dalle volute del fumo soffiato da una ciminiera. Loro erano stati più fortunati, ne erano divenuti consapevoli solo durante il viaggio verso il nuovo mondo; la nave carica di straccioni ottimisti riportava a casa anche i soldati che li avevano liberati dalla fabbrica sotterranea, dove erano stati internati dopo il rastrellamento alla stazione ferroviaria. Niente più versioni di greco o problemi di ragioneria o estimi di fabbricati per i due anni successivi a quel giorno, ma ore e ore di forgia, fucina, pressa e trapano o miscelatori e reattori di sostanze aspre e nauseabonde e irritanti, valvole e tubi e serbatoi da controllare, da montare, da riparare. Riposando pochissimo, mangiando peggio e finendo spesso bersaglio delle paturnie dei carcerieri; poi erano arrivati quegli americani taciturni e curiosi allo spasimo, con il loro plotone di traduttori, prolungando la prigionia ma rendendola meno disagevole: dalla fraternizzazione con quei soldati dal cognome italiano, ma che pensavano in inglese, cui avevano ripetuto fino alla nausea i passaggi del lavoro che si faceva lì dentro, nacque l'idea di cambiare aria se in Italia le cose non fossero ripartite col piede giusto. Le giornate avevano assunto un ritmo più umano e i pasti erano regolari e abbondanti, anche se ogni occasione era buona per sentirsi rivolgere domandi incalzanti; possibile che nessuno, fuori nel resto del mondo, sapesse nulla di quanto era accaduto lì e che loro, i liberatori, fossero capitati lì per caso? Poi, un giorno d'estate forse, li portarono tutti fuori sul prato davanti all'ingresso della grotta che ospitava la fabbrica: l'erba era rigogliosa e se ne era andata anche un po' a spasso per i binari della ferrovia che, partendo dal ventre della montagna, si perdeva nella pianura fino alla linea dell'orizzonte; di là si vide un pennacchio di fumo bianco avvicinarsi e farsi, via via, più palese la sagoma di una vaporiera: un brivido di commossa felicità attraversò le schiene di molti perchè, forse, era la volta buona che si tornava a casa. Vennero scaricati nuovi soldati e gru semoventi, oltre a vestiti e cibo, dal treno che ripartì con quelli che non avevano accettato di fermarsi, ancora qualche mese forse meno, a smontare e impacchettare quella fabbrica che interessava tanto gli americani: ciò che li spinse a restare era la possibilità di tornarsene da quella disavventura con qualche soldo in tasca. Questa era la spiegazione che lui, in particolare, aveva sempre dato a chiunque l'avesse interrogato: dal primo passo compiuto sul suolo patrio erano stati troppi, per i suoi gusti, a farlo e a guardarlo con sospetto, come se fosse stato in villeggiatura e non in un campo di lavoro coatto durante la guerra che aveva martoriato e diviso lo stivale italico. La colpa, se saper far da mangiare anche con niente può esserlo, era stata di Saverio e Michele che convinsero il primo sergente O'Malley a lasciarli lavorare alla cucina da campo che preparava i pasti per truppa e civili aggregati: con le scatolette del suo zaino e di alcuni uomini del suo plotone, il calabrese e il campano imbandirono un pranzo di nozze per il generale che era capitato lì per un'ispezione a sorpresa. Franklyn Pertusi, il traduttore canadese, fece da mediatore e da garante per loro due, a dire il vero, perchè a Boston gli italiani erano fumo negli occhi per gli irlandesi e il sergente, da civile, aveva preso più di una fregatura dai figli della terra di Dante e Virgilio e anche qualche legnata: salomonicamente, Franklyn decretò che O'Malley avrebbe controllato la cambusa e gli approvvigionamenti, mentre i Dioscuri italici avrebbero avuto sovranità su pentole e padelle, con la promessa di non avvelenarsi reciprocamente l'esistenza. Saverio e Michele sapevano farsi voler bene e, a poco a poco, penetrarono la corazza e conquistarono il cuore di "zio Jimmy", come presero a chiamarlo, fino al punto di insegnarli quelle quattro parole di italiano che conoscevano in cambio dell'inglese necessario a farsi capire dagli altri soldati, quando Pertusi non era a portata di mano. Si mangiava bene e si lavorava sodo, su due turni perchè la notte è fatta per dormire, secondo l'opinione del colonnello Beardsley, così come il the agevola la digestione, dopo pranzo e un buon wishky concilia il sonno dopo cena. Se le portatono da lì, quelle abitudini, per tutta la vita ed esse non fecero altro che aumentare la nostalgia per quei giorni: gli americani furono di parola, pagarono il dovuto e li portarono in treno fino a Milano da dove si sarebbero poi dispersi per le rispettive regioni, nelle contrade e nei borghi natali, mentre il convoglio avrebbe proseguito per Genova a imbarcarsi tutto intero per l'America. Questa era quello che aveva ipotizzato lo stato maggiore del colonnello Beardsley, ma non era quello che avevano in mente Michele e Saverio: erano scappati dalla miseria e dalla fame già prima della guerra e del rastrellamento che li aveva portati fin lassù in Germania, mancavano da troppo tempo perchè non li pensassero periti lontano da casa e, comunque, si erano ripromessi di non tornare per morire da poveri. Ne parlarono a lungo con Franklyn Pertusi, perchè lui non faceva altro che decantare la magnificenza e la nobiltà del Canada rispetto alle "colonie ribelli", giusto per stuzzicare il sergente O'Malley che faceva spallucce e rispondeva alle provocazioni affermando che, se fosse campato a lungo, le sue ossa le avrebbe fatte sotterrare nella contea di Cork, nella verde Irlanda da cui erano andati via i suoi vecchi. Franklyn fece quello che avrebbe fatto anche in seguito, da politico: promise loro che ci avrebbe pensato su, disse di non preoccuparsi che la soluzione c'era senz'altro ma che doveva vedere delle cose e delle persone, distribuì sorrisi e pacche sulle spalle rassicuranti ma non strinse mai mani. Chi fece davvero il lavoro sporco e si dannò l'anima per tutti loro, anche negli anni successivi, fu il sergente Seamus Patrick O'Malley; Dio solo sa quanto ci tenesse ad essere chiamato così da irlandese vero e fiero e non James come compariva sui documenti, che spesso si dimenticavano del secondo nome: perchè se la pelle era a stelle e strisce, il cuore era trifoglio di san Patrizio e tricolore di Dublino, ostinato e generoso ma sempre pronto a rispettare la dignità e a riconoscere il valore. Era per lui che, ogni anno da quel maledetto giorno, da qualunque parte dell'America o del mondo fossero andati a sbattere, si ritrovavano tutti lì a casa sua a bere un the nel pomeriggio, poi andare al cimitero a trovarlo e a prendersi una sbronza al circolo dei reduci in fondo a Main Street, prima del porto, dopo aver cenato. Un uomo è fortunato quando, nel bisogno e nella tribolazione, trova un'amico che tende la mano e lo cava dai guai, senza che lui lo abbia mai cercato e senza chiederti nulla: in tempi diversi per ciascuno, loro avevano trovato O'Malley. Poi aveva accompagnato anche i loro momenti belli, stando sempre in seconda fila, sebbene loro lo considerassero uno di famiglia: mancava a tutti e gli occhi si facevano lucidi lucidi quando, furtivamente, guardavano in direzione del posto vuoto a tavola, quello dove mettevano sempre la fotografia in cui sorrideva pregustando i giorni della pensione. Fece in tempo a goderne troppo pochi e non importa se, come seppero tempo dopo dalla moglie, il cancro se lo sarebbe divorato in tre mesi: non era giusto morire per mano di uno sbarbatello in crisi di astinenza, dovevano lasciare che Saverio facesse a pezzi a suon di schiaffoni quel cretinetti e Michele lo passasse al tritatutto per il pastone che regalava al canile muncipale o ai gatti del quartiere. Ma quella sera, a festeggiare il pensionamento di "zio Jimmy", c'era anche Franklyn Pertusi che festeggiava la nomina ad amabsciatore presso le Nazioni Unite per il Canada: non aveva perso il vizio di andare in fuga per mettere alla prova i suoi apparati di sicurezza; fu lui a chiamare la polizia, a fermare Saverio e a costringerlo a salutare, come tutti gli altri senza piangere di rabbia e di dispiacere, Seamus Patrick O'Malley che boccheggiava tra le braccia della sua Rosalia Cadesana, per cui aveva preso legnate dai fratelli di lei che non volevano un irlandese in famiglia ma, tutt'al più, un'altro paisà. Prima della tragedia, stava raccontando che lei lo aspettò per tutti gli anni della guerra e, per evitare equivoci e ripensamenti delle famiglie, durante una licenza dall'addestramento trascorsero due giorni in un motel poco lontano dalla base, mentre Little Italy era in subbuglio per la ragazza sparita nel nulla: una fuitina in piena regola, spiegò il tenente canadese che lo difese davanti all'improvvisata corte marziale, aggiungendo che avrebbe parlato lui con la famiglia della ragazza, date le comuni origini italiane, per concordare le nozze riparatrici. A questo punto, imitando la voce e la postura del colonnello Beardsley, Franklyn stava per ripetere la scena della sentenza ma la porta del locale che andò in frantumi e la comparsa del ragazzo agitato che brandiva una quarantacinque automatica, l'interruppero; O'Malley portò isitintivamente la mano alla cintura, sul fianco dove aveva sempre portato la sua trentotto a canna corta ma lei non c'era più: era in pensione da una settimana e allora si alzò per far da scudo a Rosalia e a Franklyn, giusto per trattare con l'invasore e prendere tempo. Quello gridò qualcosa mentre Saverio balzava da dietro il bancone del bar per afferrargli il braccio armato e riempirlo di schiaffoni, ma lo fece con pochi secondi di ritardo sugli spari che l'esagitato esplose: due proiettili centrarono le bottiglie da collezione sulla mensola che pendeva dal soffitto, ma uno entrò nello stomaco di Seamus che accusò il colpo e si piego sulle ginocchia mentre Rosalia lo abbracciava disperata. Pertusi e il suo autista respinsero l'assalto dei complici del cretino fermandoli sulla soglia e al volante del'auto con cui avrebbero voluto fuggire: nessun testimone, sentenza eseguita come ai vecchi tempi, così dissero al vice direttore del Bureau che si era messo in persona a rintracciare il console di un paese straniero che girava armato e senza scorta. La polizia metropolitana non fece storie, anzi, era ben contenta di lasciare tutto in mano ai federali, nonostante lo sceriffo in pensione destinato alle grandi praterie del cielo fosse stato per un quarto di secolo una delle sue colonne: si limitarono a presenziare in alta uniforme al funerale. Ipocriti: era la cosa più gentile che gli si affacciava nel cervello ogni volta che ricordava quei momenti, oppure cerchiava sul calendario il giorno di san Patrizio con un pennarello rosso. "Ci vediamo per san Patrizio, darling: e non portarmi lacrime, ma fiori freschi e un bacio di quelli che solo tu sai dare, ok Rosie?" Seamus Patrick O'Malley mise tutte quelle parole nell'ultimo fiato che riuscì ad esalare prima di abbracciare tutti con lo sguardo, persino il paramedico che cercava di tamponare la ferita, per spegnerlo con un'espressione che fece smettere di piangere e ammutolì Saverio: era come se gli avesse detto che non era colpa sua, che doveva andare così e che la smettesse di fare l'italiano dal cuore di burro e panna. Rosalia Cadesana O'Malley, Rosie, fece del suo meglio per mettere in pratica l'ultimo desiderio del suo uomo: fiori freschi tutte le settimane, portati e sistemati di persona, ma nemmeno una lacrima quando era coi figli o coi nipoti o con gli amici a ricordare questo o quell'episodio vissuto insieme; bagnava il cuscino col suo dolore solo quando calava il silenzio della notte, nel buio della camera da letto, orgogliosamente sola. Ma il suo cuore resistette solo per trecentosessantacinque giorni: la trovarono, prima i custodi del cimitero e poi Douglas, suo figlio, abbracciata alla lapide la cui foto era imbrattata di rossetto, coi fiori ancora stretti in mano. Doug e Eileen non capirono molto, lì per lì, ma per lui fu tutto chiaro: chiese loro solo due cose, se ci fossero tracce di rossetto sul marmo o sulla fotografia e che giorno fosse; poi, spense il bollitore, mise via il the e il miele, fece un paio di telefonate e si precipitò al cimitero, precedendo di un soffio l'ambulanza. Eileen O'Malley assistette all'autopsia e controfirmò il rapporto che sanciva la morte di sua madre per crepacuore, un'anno dopo suo padre nel giorno di san Patrizio. Franklyn Pertusi apparve silenzioso come un fantasma e si offrì di dare una mano nel sistemare tutto quel che c'era da fare in quei casi: per la prima volta, lo vide stringere mani per trasmettere cordoglio o qualcosa che gli assomigliasse. Erano passati ormai vent'anni, ma il rito non era mai cambiato e nemmeno i partecipanti: tenevano duro i vecchietti temprati dall'ultima guerra mondiale del secolo breve. Quella sera, dopo cena e la regolare sbronza, nella hall dell'albergo dove era sceso dal suo immenso Canada, Franklyn Pertusi strinse le mani a tutti loro facendosi promettere che si sarebbero rivisti a san Patrizio. Molti di loro pensarono che si fosse sbronzato troppo, alcuni sfregarono ripetutamente il cornino rosso che tenevano da sempre in tasca, lui sorrise come sembrava che facesse anche il santino del vescovo d'Irlanda che teneva accanto alla foto dei figli e dei signori O'Malley, in un portafoglio distinto da quello delle carte di credito. Tra tutti, lui per primo, aveva capito il messaggio di Pertusi: siamo prossimi al traguardo e, se proprio dobbiamo scendere dal carrozzone, lasciamo un buon ricordo dietro di noi e in chi resta, così non moriremo mai. Proprio come sosteneva Cicerone.

(c) 2015 Testo di Claudio Montini da CAMERE AMMOBILIATE PER VIAGGIATORI IMMAGINARI - Youcanprint selfpublishing 
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Irish feast day" 

Costituzione della Repubblica Italiana - Articolo 15

ARTICOLO 15


La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2015 Immagine di Orazio Nullo "Origami paper bird" - Atelier des pixels collection

mercoledì 15 marzo 2017

Dialogo surreale intorno alle seconde nozze, citando una vecchia canzone!

Se telefonando....

di Claudio Montini

Pronto, Orazio?
Sono nato pronto, Claudio...!
Ah, simpaticone...tempo tinto sul canale di Sicilia?
Nonnò...ma quando mai...E' colpa del plenilunio: mi riempio di peli e mi si ingrossano i canini...Magari s'ingrossasse pure qualcos'altro...ma niente di niente: è andato in pensione prima di me e senza nemmeno salutare!
E meno male: avevo giusto bisogno di un consiglio, come dire?, spassionato.
Sono tutt'orecchi.
Ti ho mai parlato di Gennaro? Quel tale sposato a quella pertica vestita che si dava arie da svedese...e ci credevi pure, finchè non apriva bocca e ci dava fiato.
Me li avevi pure presentati, qualche estate fa: lui si sarebbe fatto zerbino, mentre lei aveva un'aria da vergine delle rocce al bagno penale. Però son passati un bel po' di anni, ne ho un'immagine un tantinello sbiadita, ma credo che ti dissi che non sarebbero durati gran che insieme.
Indovinasti, amico mio, indovinasti come al solito..
Ah sì?
Si sono separati e poi divorziati, facendo ognuno vita propria; chi ci ha rimesso è stato lui, economicamente parlando, ma per il resto si è ripreso proprio bene...è rifiorito, è persino diventato anche più malleabile, più umano, quasi contagiosamente simpatico.
Ma va là...non mi verrai a dire che il matrimonio è la tomba dell'amore e il divorzio la resurrezione? Non sarà mica che sei invidioso e ci vorresti provare pure tu?
No, no...Per sposarsi ci vogliono soldi ma per dividersi ce ne vogliono ancora di più, come diceva un vecchio saggio che pagava il mio stipendio da ragazzo: ora come ora, sono pelato come la mano e poi sono più da rottamare che da accasare...
Hai appeso le velleità al chiodo?
Per le mie velleità, basta una puntina da disegno: un chiodo è già troppo. Meglio così, poichè i miei treni sono passati tutti e mi sono risparmiato brutte figure.
No, caro amico, non sono d'accordo: parli da uomo ferito. Non esistono leggi in amore...
...basta essere quello che sei...
Lascia aperta la porta del cuore...
Vedrai che qualcuna è già in cerca di te...
Senza l'amore un uomo che cos'è?
Su questo sono d'accordo con te, con Herbert Pagani e con Marco Ferradini: infatti Gennaro ha conosciuto una tizia, pure lei divorziata, e a maggio si sposa...pardon, si risposa! E mi ha pure invitato alla cerimonia e al ricevimento!
Ecco svelato l'arcano, qui sta il busillis: ma zio Orazio ha la soluzione.
Davvero?
Fissa ai due piccioncini un'appuntamento con un buon esorcista.
Perchè mai?
Errare humanum est, perseverare diabolicum! ...e auguri e figli maschi: chè il buon Dio quelli te li manda anche senza anelli e promesse al vento.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2015 Immagine di Orazio Nullo "Funky aliens"

venerdì 10 marzo 2017

Dal romanzo di Claudio Montini "IL DESTINO E' UN'AMANTE SENZA PIETA' "- 2016- StreetLib Selfpublishing....

Ventunesimo capitolo: 
Non sparate sul pianista

di Claudio Montini

Prima, una porta chiusa con la foga di chi l'avrebbe voluta scardinare e rompere sulla testa di un interlocutore che, per mille ragioni, non si poteva altrimenti mandare a quel paese; poi, una motocicletta, forse tutta cromata e forse no, che si allontanava sbraitando dalla marmitta ogni marcia del motore in un crescendo rossiniano; alla fine tornò la quiete fittizia condita col rumore di fondo del traffico attutito dalle barriere dell'autostrada, mescolato al buio pesto debolmente attenuato dai colori dell'insegna luminosa sul tetto del motel e dai lampioncini col numero della stanza: con tutto ciò, la Signora spalancò gli occhi e tentò di rizzarsi seduta sul letto, preda di un panico ancora incosciente come se non avesse udito la sveglia e fosse in ritardo per un'appuntamento. L'emicrania strinse d'assedio le tempie e aggiunse dolore al fastidio di dover riemergere dalla profondità di un sonno finalmente sereno e disteso, a guisa di balena che interrompa la scorpacciata di plancton degli abissi onde riguadagnare la superficie del mare per respirare.
Accese un lampo di luce solo per rendersi conto dove fosse e per vedere che non ci fossero sveglie martellanti sul comodino: no, la testa rimbombava per altri motivi. Si lasciò ricadere sul cuscino confidando in un rapido soccorso del dio del sonno affinché le concedesse, se non l'oblio d'un sogno, almeno la fine della pressione che attanagliava la scatola cranica: rumorosamente, una bolla d'aria e vapori alcolici risalì il tubo digerente e dissolse il cerchio alla testa, rilassando il resto dei muscoli ma caricandoli di una spossatezza paralizzante. D'accordo, un rutto non fa primavera ma muove la classifica e l'emicrania pareva quietarsi; dopo tutto quello che aveva mangiato e bevuto da Oscar, sopratutto bevuto, quello era il minimo che le potesse accadere: avrebbe potuto anche vomitare tutto e soffocarsi come una vecchia baldracca ubriacona, abbandonata chissà dove e ritrovata quando era ormai troppo tardi. Un po' baldracca lo era stata, è vero; ma non sarebbe mai diventata vecchia: l'aveva deciso prima di partire con Valkowskij, appena uscita dallo studio del notaio Carcangiu, no, appena Giustina aveva apposto l'ultima firma sui documenti.
Ecco, doveva rimanere sobria e lucida fino al termine del funerale di Amedeo, cioè quando i muratori avrebbero cominciato a posare la malta e poi una fila di mattoni forati e poi ancora malta e ancora altri forati, fino a chiudere il loculo mentre spremute di falangi e abbracci condivano la successione di condoglianze, lacrime e occhi arrossati o pronti a esondare sulle guance. Ogni cosa a suo tempo, disse a se stessa coprendosi il viso con le mani e lasciandole cadere sul petto: c'era una coperta leggera tra i palmi e i suoi vestiti e una serie di domande che frullavano per la testa in cerca di risposta. Avrebbe voluto alzarsi e spogliarsi, magari farsi una lunga doccia calda e infilarsi di nuovo a letto, ma dentro le lenzuola per scrollarsi di dosso quella stanchezza che appesantiva e indolenziva ogni centimetro cubo della sua carne: ma quel pensiero, quel desiderio una volta tanto logico, rimase un lampo muto e senza bersaglio. Inutile indovinare dove fosse finito Valkowskij, perchè l'avesse depositata lì e, quel che è peggio, che diamine di posto fosse quello. Troppe domande tutte insieme: le palpebre si erano già richiuse, la testa reclinata e il respiro s'era fatto regolare.
Era mattino o giorno pieno? Era primavera oppure estate? L'aria era tiepida, profumata di fiori e di frutta e di erbe della sua terra, il cielo non aveva nuvole e il mare si intuiva dagli scrosci delle onde che si infrangevano sugli scogli; l'odore del mare, il sentore di alghe e salsedine, si insinuava tra gli altri aromi invitandola a scendere il viale di ghiaietta bianca, limitato da lavanda e rosmarino che si alternavano senza soluzione di continuità, fino alle sbarre di un cancello di ferro nero che si stagliava contro la coda bianca di un pianoforte da cui saliva una flebile melodia. Alle spalle lasciava un viale di platani con fiori finti legati ai fusti e qualche foglia ingiallita sull'asfalto: automobili di varia foggia e colore sfrecciavano nelle due direzioni, ma ormai non la interessavano più. Era attratta dalla musica, sebbene non capisse ancora dove fosse capitata e neppure come: stringeva in cuore solo l'intima certezza di dover scendere fino alla terrazza su cui stava quel pianoforte che stava suonando; una volta lì, appoggiata alla balaustra sicuramente a picco sul mare, ad occhi chiusi, avrebbe goduto della sapiente danza delle dita del suonatore sul tappeto d'ebano e d'avorio mentre l'alito del mare avrebbe gonfiato la sua veste di lino e scompigliato i suoi capelli. Nonostante fosse scalza, corse fino al cancello come se camminasse sul pavimento in cotto di Villa Gelsomina: le parve addirittura di volare. Varcata la soglia, però, avrebbe voluto scappare, tornare indietro, chiudere gli occhi con forza e riaprirli di scatto sul buio che avrebbe dovuto circondare il suo letto. Lo fece più volte ma non ottenne nulla; provò persino a ritornare sui suoi passi, ma il cancello si allontanò da lei e si chiuse saldamente davanti al suo naso. Era in trappola, era sola, aveva paura e non era la prima volta che accadeva; ma qui e ora, accidenti, stava sicuramente sognando e non avrebbe voluto vedere Amedeo seduto al pianoforte che suonava Gershwin con tanto di smoking e cravattino a farfalla, come se fosse sul palcoscenico del Radio City Music Hall o in qualche locale elegante a Las Vegas. Lui le sorrise inclinando la testa di lato e dondolandola, per sottolineare la linea sincopata della melodia; poi, parlò seguitando a suonare.
« Benvenuta nella terra di nessuno, l'ultima stanza dove i due mondi si intrecciano, si toccano e si parlano; l'ultima spiaggia dove passeggia la giustizia mentre aspetta la verità: questo è lo scoglio su cui naufragano le buone intenzioni e ogni ingenua illusione. Bada che in pochissimi hanno questa opportunità: è data solo a chi ha tanto amato o tanto sofferto. Questa sarà l'ultima volta che ci vediamo; il mio bilancio è già stato chiuso e approvato: sono in cammino per la nuova meta: incontrarti qui e in questo modo, ne è la prima tappa. »
La Signora si era avvicinata al pianoforte, senza staccare gli occhi da Amedeo, fermandosi alla punta arrotondata come se volesse sottolineare quanto fossero l'uno agli antipodi dell'altra: lui morto che parla e lei vittima di un brutto sogno ma, in fondo, viva; il coperchio era chiuso e il piano candido era come un bizzarro tavolo su cui erano disposti altrettanto curiosi oggetti: due volumi ponderosi, due proiettili, varie fotografie e una pistola che riconobbe immediatamente; non prestò molta attenzione ai due libri o alle fotografie, perchè pensò che avessero attinenza col bilancio cui faceva riferimento Amedeo che, quasi avesse letto i suoi pensieri, accennò alla pistola semiautomatica lasciando che le sue dita danzassero imperterrite sui tasti bianchi e neri.
«Quella la stanno ancora cercando, Del Bosco e Campoporzio; si augurano di trovartela addosso, così resterebbe loro soltanto il compito di ammanettarti, tradurti nelle patrie galere per farti comparire davanti a un giudice: ma i loro auspici saranno soddisfatti solo a metà... Valkowskij sa bene che te la porti appresso ma ignora lo scopo per ilqualete lasei portata appresso anche questa volta: del resto, ti ha insegnato a usarla, fin troppo bene a mio parere, e mantenerla efficiente e il suo compito ha sempre pensato che fosse finito lì...» aggiunse il pianista ultraterreno avviandosi alla conclusione del brano.
Quando smise di suonare, la fissò puntando lo sguardo dritto nelle sue pupille e assumendo un'aria seria.
« Quelli, invece...Sì, quei due proiettili sono proprio quelli che tu hai regalato a me, tre giorni fa, in treno: dato che a me non servono più, te li restituisco e, mi raccomando, fanne buon uso... »
C'era amarezza e non sarcasmo, nella sua voce, ma la Signora non apprezzò né l'una né l'altro e puntò l'arma a braccia tese contro colui che sapeva troppo e poteva ancora romperle le uova nel paniere: Amedeo sapeva già come si sarebbe conclusa l'intera vicenda e assunse un'aria mesta, rassegnata alla cecità e alla miopia dei viventi. Le voleva ancora bene, nonostante tutto, così come ne voleva a chi aveva incrociato la sua rotta e ne aveva condiviso un tratto scambiando affetto, attenzione, sostegno reciproco ma che sarebbe rimasto a ricordarlo nella valle di lacrime. Se avesse potuto, l'avrebbe dissuasa dal mettere in atto il suo piano ma, nella terra di nessuno, quella cosa non era stata concessa nemmeno al figlio di Colui che Lassù Risiede quando aveva rinegoziato i patti fra i figli dell'uomo e il Padre suo.
«Ehi! Non li leggi i cartelli?» protestò Amedeo.
«Quali cartelli?!?!?» replicò stupita la Signora.
«Da qualche parte ne hanno messo uno grosso così che dice NON SPARATE SUL PIANISTA! TANTO E' GIA' MORTO!!»
Spalancò la giacca e mise in mostra la camicia con i due fori d'entrata ancora lordi di sangue, sul petto all'altezza dello sterno: tanto bastò perchè il terrore puro si impadronisse della donna che scaricò mezzo caricatore sulla serratura del cancello. Quest'ultimo non si fece un graffio ma si aprì ugualmente e la vide correre senza voltarsi lungo il vialetto, barcollare e incespicare sulla ghiaia, rialzarsi e seguitare a correre verso la strada trafficata. All'ultimo metro, cadde di nuovo e perse la pistola che volò tra una lavanda e un rosmarino mentre tentava di ammorbidire l'atterraggio sulla ghiaia, istintivamente, coi palmi aperti e le braccia pronte all'impatto. Si risvegliò sudata, ammaccata, stropicciata e bocconi sulla moquette della stanza di motel dove l'aveva deposta Dimitrij Nikolaevič dopo la bisboccia da Oscar e l'addio a Pavia.


(c) 2016 Testo di Claudio Montini tratto da IL DESTINO E' UN'AMANTE SENZA PIETA' StreetLib Selfpublishing 
(c) 2016 Immagine di Orazio Nullo per VideoKlaut66 

mercoledì 8 marzo 2017

Compleanno della Jena Sabauda: auguri da Zio Propano e tutta la redazione di Radio Patela!
















Insieme nella buona e nella cattiva sorte
Non è solo una frase di circostanza.
Ciascuno ha fatto la sua parte
Portando croci e spine con pazienza.
Entrambi abbiamo avuto doni non chiesti,
Pugnalate alle spalle e sorrisi sconosciuti,
Ma, per fortuna, anche amici che son rimasti
A consolarci e ad aiutarci quando siam caduti.
Non sei mai sola in questa salita lunga un anno:
Ci sono ancora io a dirti "Buon compleanno"!

(c) 2017 Testo di Claudio Montini ; immagini di Orazio Nullo

lunedì 6 marzo 2017

Costituzione della Repubblica Italiana - Articolo 14

ARTICOLO 14

Il domicilio è inviolabile.
Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e nei modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela delle libertà personale.
Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.

Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2015 Immagine di Orazio Nullo "Holiday's House" - Atelier des pixels collection

sabato 4 marzo 2017

Dalla cambusa di Zio Propano: Lumìe di Sicilia...


LUMIE DI SICILIA OVVERO
I BISCOTTI CICLOPE

di Zio Propano

In un momento di follia o fulminato da un lampo di genio, mentre stava cuocendo il riso all'inglese, secondo i dettami lasciati scritti dalla sua Jena Sabauda convinta che senza di lei lui morisse di fame (ma quando mai...!!), risotto però modificato a suo uso e consumo e piacere, lo Zio si è inventato biscottiere e ha messo in opera la seguente ricetta che, più che richiamare la memoria ai fasti del poema omerico, vuole rendere omaggio all'isola dai tre lati passata nei secoli da terra di grano a patria di agrumi e tante altre prelibatezze che danno lustro a una terra amata e negletta come un paradiso perduto. Premesso che zio Propano cucina per sè soltanto, che le dosi vanno ragionevolmente adattate al numero dei commensali, che mi sembrava inutile ricordarvelo (ma non si sa mai...), procuratevi:
  • 100 grammi di farina di grano tenero (00 o miscela di farina di grano tenero e semola rimacinata di grano duro, o quel che più vi aggrada...io ho adoperato la miscela)
  • 50 grammi di burro
  • 50 grammi di fecola di patate
  • 50 grammi di zucchero semolato bianco
  • 16 grammi di lievito per dolci (tanto ne contiene una bustina)
  • 1 bicchierino di vino Marsala secco (due dita in un bicchiere da tavola normale sono più che sufficienti: se vi sembra troppo...bevetevi l'eccedenza alla mia salute!)
  • 1 uovo di gallina intero (il guscio potete anche buttarlo: si amalgama davvero male...)
  • 1 arancia tarocco
  • un pizzico di sale
  • zucchero a velo quanto basta a guarnire
In una ciotola dai bordi alti (sì, quella che adoperate abitualmente per l'insalata va bene...è sufficiente che non sia grossa come la coppa Davis e nemmeno piccola come quella in cui versate il latte per il gatto di casa), versate e mescolate la farina, lo zucchero, la fecola, il sale senza liquidi; quindi unite il marsala, il burro, la scorza di limone grattugiata e l'uovo intero (niente guscio! Mi raccomando...) dandoci dentro con l'olio di gomito per amalgamare una massa omogenea, densa ma anche elastica, senza grumi. Lasciatela riposare in frigorifero per una mezz'oretta (a Zio Propano è servita per spazzolare via il risotto, al cane Leone basta molto meno....), quindi la distribuite su una teglia foderata con carta da forno mediante un cucchiaio da tavola (ben colmo) avendo cura di lasciare un po' di spazio tra una cucchiaiata e l'altra. Date una lavata all'arancia (la polvere, il lucidante con cui vengono immesse sul mercato, le manate che hanno preso...non si sa mai!), asciugatela con un panno e poi affettatela come se fosse un salame, mantenendo la buccia per ottenere dei bei dischi che deporrete sopra i mucchietti di impasto, una fetta per ciascuno, esercitando anche una lieve pressione; una spolveratina di cannella o di zucchero sulla fetta non è una idea da scartare, ma non è nemmeno obbligatoria: si scalda il forno a 175 °C e ci si infila la teglia per 13-14 minuti circa, a seconda delle caratteristiche del vostro forno e del vostro occhio sovrano e giudice ultimo. Lasciateli raffreddare fuori dal forno e poi spolverateli con lo zucchero a velo prima di servirli, a colazione o per dessert...per me pari sono! Buon appetito!!

© 2017 testo di Claudio Montini

© 2017 Foto di Orazio Nullo