martedì 19 gennaio 2016
Letti &Piaciuti: LA PIETA' DELL'ACQUA di Antonio Fusco ed. Giunti - Radio Patela Magazine
Antonio Fusco
La pietà dell'acqua
Giunti Editore
(2015)
Il giallo toscano che sarebbe
piaciuto anche a Simenon
di Claudio Montini
"....Il lago non lasciava trasparire nulla. Taceva. Immobile e complice con il tempo che si era fermato. Come una grande madre custodiva tutto nel suo grembo. [...] Era la pietà dell'acqua, Da cui ogni forma prende vita e in cui tutto si dissolve."
Con queste frasi cala il sipario sull'indagine del commissario Casabona della Squadra Mobile di Firenze partorito dalla fantasia di Antonio Fusco, funzionario napoletano cinquantaduenne della Polizia di Stato italiana e criminologo forense di stanza in Toscana; ma esse, insieme alle note biografiche riguardo all'autore, non sono la chiave interpretativa adatta dell'ottimo romanzo poliziesco pubblicato per i tipi di Giunti editore in Firenze nel 2015 e incontrato dalla Jena Sabauda (che lo ha letto per prima con gustosa celerità) durante Lomellina in Giallo 2015, festival di letteratura gialla e noir giunta alla sua quinta edizione.
Gli ingredienti adoperati da Antonio Fusco sono quelli classici del genere che fa capolino anche in copertina, come se fosse indispensabile catalogare uno scritto ancora prima di averne letto le prime righe: probabilmente l'ansia da etichettatura che l'Europa ci chiede di fare nostra per i prodotti alimentari, deve aver contagiato anche i produttori di cultura o di cibo per la mente.
Chi si addentra nella lettura, catturato dalle fulminee ed essenziali e addirittura poetiche prime righe, si ritrova magneticamente attratto da una storia che fila dritta e sicura tra le onde del passato e del presente intercettandone i ritmi, gli umori, le suggestioni e le sensazioni senza scadere mai nel banale o nel truculento, anzi, mantenendo costante leggerezza di tocco, sensibilità e umanità persino nel portato della lingua italiana adoperata.
Un'omicidio nella campagna toscana rovina le vacanze del commissario Casabona che si vede costretto a intervenire, mandando all'aria anche il suo traballante matrimonio; per di più, per ragioni imperscrutabili, il caso gli viene sottratto e affidato alla Direzione Distrettuale Antimafia; se nonchè, l'incaricato delle indagini è un collega che pur di fare carriera avrebbe venduto l'anima al diavolo (e senz'altro lo ha fatto perchè agisce in modo tale che non si giunga ad alcuna conclusione e si vada all'archiviazione del caso): ce n'è quanto basta perchè il bravo poliziotto tutto d'un pezzo (ma non del tutto, quando si trova di fronte a un'avvenente capitano della Police Nationàle, un po' francese e un po' araba che in incognito indaga su un cold case parigino) senta puzza di bruciato e, a quota periscopio, non smetta di volerci vedere chiaro in una faccenda che parte dalla fine della seconda guerra mondiale e dai crimini impuniti commessi da belligeranti e da mascalzoni civili.
Si imbatte in un bel pentolone di veleni datati che emerge a reclamare giustizia da un villaggio sommerso dopo la costruzione di una diga sulle colline toscane: i lavori di manutenzione all'invaso determinano lo svuotamento del lago artificiale di Torre Ghibellina, di cui normalmente si vede solo il campanile svettare dalle acque, e il pellegrinaggio dei residenti alle vecchie abitazioni (il paese è stato ricostruito a quota più alta e rinominato, appunto, Torre Alta) rimette in luce la lapide che ricorda la strage di un'intero nucleo familiare sul finire dell'occupazione nazifascista, a causa della delazione di una presunta spia repubblichina.
Gli anglo-americani istruiranno il caso e passeranno documenti e testimonianze alla giustizia militare della neonata repubblica italiana che, come per altri casi simili, si adopererà per seppellire nell'oblio di un armadio chiuso con le ante contro il muro di una stanza anonima e dimenticata la verità e la giustizia.
Casabona, seguendo il suo istinto di fine e umanissimo investigatore, analizzando le tracce e i documenti troverà il bandolo della matassa, rendendo giustizia alla memoria dei morti innocenti pietosamente custodita dalle acque del lago, ritrovando la voglia di vivere e la propria famiglia: non è un lieto fine artificioso e fasullo, ma l'epilogo più probabile a un momento di crisi attraversato da persone dotate di raziocinio, umanità, buon senso e onestà che intendono "crisi" nel senso greco antico del termine, ovvero cambiamento e trasformazione senza smettere di sognare un mondo giusto e onesto.
LA PIETA' DELL'ACQUA di Antonio Fusco (Giunti - 2015) è un gradevolissimo, anzi, ottimo prodotto letterario poichè evoca vicende con le quali noi contemporanei non abbiamo ancora fatto pace nè chiesto che sia fatta piena luce e quindi giustizia, almeno sul piano storico: potrebbe e, forse nelle intenzioni dell'autore, vorrebbe indurre anche alla riflessione oltre al mero intrattenimento attraverso uno stile linguistico molto semplice e diretto, scevro da figure retoriche e citazioni troppo tecniche o troppo dotte; adotta l'imparzialità del cronista ma anche la passione e la delicatezza del poeta conferendo alla narrazione un ritmo affascinante ed elegante che sarebbe degno di Georges Simenon, quella stagione matura in cui la leggerezza diventa sagacia e bastano poche pennellate di colore per accendere le immagini nella fantasia di chi legge.
Gli ingredienti adoperati da Antonio Fusco sono quelli classici del genere che fa capolino anche in copertina, come se fosse indispensabile catalogare uno scritto ancora prima di averne letto le prime righe: probabilmente l'ansia da etichettatura che l'Europa ci chiede di fare nostra per i prodotti alimentari, deve aver contagiato anche i produttori di cultura o di cibo per la mente.
Chi si addentra nella lettura, catturato dalle fulminee ed essenziali e addirittura poetiche prime righe, si ritrova magneticamente attratto da una storia che fila dritta e sicura tra le onde del passato e del presente intercettandone i ritmi, gli umori, le suggestioni e le sensazioni senza scadere mai nel banale o nel truculento, anzi, mantenendo costante leggerezza di tocco, sensibilità e umanità persino nel portato della lingua italiana adoperata.
Un'omicidio nella campagna toscana rovina le vacanze del commissario Casabona che si vede costretto a intervenire, mandando all'aria anche il suo traballante matrimonio; per di più, per ragioni imperscrutabili, il caso gli viene sottratto e affidato alla Direzione Distrettuale Antimafia; se nonchè, l'incaricato delle indagini è un collega che pur di fare carriera avrebbe venduto l'anima al diavolo (e senz'altro lo ha fatto perchè agisce in modo tale che non si giunga ad alcuna conclusione e si vada all'archiviazione del caso): ce n'è quanto basta perchè il bravo poliziotto tutto d'un pezzo (ma non del tutto, quando si trova di fronte a un'avvenente capitano della Police Nationàle, un po' francese e un po' araba che in incognito indaga su un cold case parigino) senta puzza di bruciato e, a quota periscopio, non smetta di volerci vedere chiaro in una faccenda che parte dalla fine della seconda guerra mondiale e dai crimini impuniti commessi da belligeranti e da mascalzoni civili.
Si imbatte in un bel pentolone di veleni datati che emerge a reclamare giustizia da un villaggio sommerso dopo la costruzione di una diga sulle colline toscane: i lavori di manutenzione all'invaso determinano lo svuotamento del lago artificiale di Torre Ghibellina, di cui normalmente si vede solo il campanile svettare dalle acque, e il pellegrinaggio dei residenti alle vecchie abitazioni (il paese è stato ricostruito a quota più alta e rinominato, appunto, Torre Alta) rimette in luce la lapide che ricorda la strage di un'intero nucleo familiare sul finire dell'occupazione nazifascista, a causa della delazione di una presunta spia repubblichina.
Gli anglo-americani istruiranno il caso e passeranno documenti e testimonianze alla giustizia militare della neonata repubblica italiana che, come per altri casi simili, si adopererà per seppellire nell'oblio di un armadio chiuso con le ante contro il muro di una stanza anonima e dimenticata la verità e la giustizia.
Casabona, seguendo il suo istinto di fine e umanissimo investigatore, analizzando le tracce e i documenti troverà il bandolo della matassa, rendendo giustizia alla memoria dei morti innocenti pietosamente custodita dalle acque del lago, ritrovando la voglia di vivere e la propria famiglia: non è un lieto fine artificioso e fasullo, ma l'epilogo più probabile a un momento di crisi attraversato da persone dotate di raziocinio, umanità, buon senso e onestà che intendono "crisi" nel senso greco antico del termine, ovvero cambiamento e trasformazione senza smettere di sognare un mondo giusto e onesto.
LA PIETA' DELL'ACQUA di Antonio Fusco (Giunti - 2015) è un gradevolissimo, anzi, ottimo prodotto letterario poichè evoca vicende con le quali noi contemporanei non abbiamo ancora fatto pace nè chiesto che sia fatta piena luce e quindi giustizia, almeno sul piano storico: potrebbe e, forse nelle intenzioni dell'autore, vorrebbe indurre anche alla riflessione oltre al mero intrattenimento attraverso uno stile linguistico molto semplice e diretto, scevro da figure retoriche e citazioni troppo tecniche o troppo dotte; adotta l'imparzialità del cronista ma anche la passione e la delicatezza del poeta conferendo alla narrazione un ritmo affascinante ed elegante che sarebbe degno di Georges Simenon, quella stagione matura in cui la leggerezza diventa sagacia e bastano poche pennellate di colore per accendere le immagini nella fantasia di chi legge.
(c) 2016 Testo di Claudio Montini
(c) 2016 Foto di Orazio Nullo
sabato 16 gennaio 2016
I mercanti di neve - da BRICIOLE DI SOGNI NELLO SGUARDO Ed. Youcanprint
Tradizionalmente, in Lomellina, si pensa che il 15 gennaio, san Mauro, con il 16 gennaio, san Marcello, e il 17 gennaio sant'Antonio abate siano i mercanti di neve poichè, nei tempi andati, pare si verificassero nei giorni successivi abbondanti nevicate che potevano durare anche oltre le ventiquattr'ore.
Per celebrare degnamente gli onomastici di coloro che portano questi bei nomi (Mauro, Marcello e Antonio) oggi vi regalo un'estratto da BRICIOLE DI SOGNI NELLO SGUARDO (2013) ed. Youcanprint.
Auguri!
di Claudio Montini
Gennaio
indossa, spesso, un cappello di ghiaccio che il sole di metà mattina
si diverte a sciogliere, in cambio di una sottile nebbia che il vento
di tramontana spazza, solo per il piacere di mostrare i fianchi delle
montagne, imbiancati nella notte.
La
vecchina volante che riempie calze di dolciumi solo ai bimbi buoni,
delle bisbocce di Natale e San Silvestro lascia solo teste dolenti,
bottiglie e tasche vuote portandosi via tutto il resto, anche la
voglia di ritornare a lavorare.
Nemmeno
quest'inverno somiglia al precedente e a quelli del passato, in cui
il circolo polare artico sembrava divertirsi a collezionare allegre
scampagnate a latitudini sempre più prossime all'equatore; intendiamoci:
Gennaio sembra voler rispettare i suoi appuntamenti tradizionali, a
dare retta ai modelli matematici che gli intenditori di nuvole
compulsano e consultano proni, strombazzando ai quattro venti
catodici e satellitari effimere certezze smentibili dalla finestra
di casa e da un buon lunario.
La
neve e il ghiaccio non l'ha affatto fatta mancare, là dove serve a
far campare la gente. Dove,
appunto, chi ha i soldi trova anche il tempo di spendere l'uno e gli
altri salendo e scendendo dai pendii innevati, ubriaco di vin brulè
e polenta da corsa, perchè la roba buona i montanari non la danno a
tutti: meno che mai agli alpinisti della domenica, farciti di
superbia tecnologica, che in due giorni credono di dominare le cime
e sfidare la mano che tira i fili del destino.
In
pianura, invece, neve pochissima e un pochino più di nebbia, giusto
per non lasciare senza argomenti tutti coloro i quali hanno trovato
nell'insoddisfazione la loro ragione di vita e si dannano l'anima
per renderne partecipe il prossimo.
Meglio
così, pensò, aprendo la finestra della camera da letto per
scambiare i miasmi notturni con la brina del tetto di fronte; salutò
la salvia che rimaneva bella e rigogliosa, nonostante la stagione,
protetta com'era, questo era il segreto, dall'angolo del muro di
cinta e dalle fronde del "pinetto": che tale ormai non era
più sfiorando i due metri in altezza e contando un metro abbondante
per la base del cono descritto dai suoi rami; lanciò anche uno
sguardo compassionevole al fico e all'ortensia spogli da tempo,
coltivando in sè la speranza di vederli resuscitare ai primi voli di
rondini.
Meglio
così, freddo asciutto e senza neve, sopratutto per chi deve
viaggiare per necessità, tipo lavoro o visite mediche; per puro
svago, pareva che nessuno si muovesse in inverno: gli imprevisti
stradali, sempre in agguato, facevano più paura con la bassa
temperatura.
Da
qualche tempo, viaggiare era diventato un fastidio necessario di
quest'epoca che si nutriva di fretta; il maltempo non faceva che
acuire il dispiacere di dovere di muovere le chiappe dal calduccio
del proprio nido; ciò era dovuto alla massa di incoscenti,
presuntuosi, scellerati e maleducati che la facilità di conquista,
o peggio di acquisto, di una patente di guida aveva riversato sulle
strade: così, non solo dovevi badare a non fare stupidaggini al
volante, ma anche intuire tutte le fesserie che attraversavano la
scatola cranica, spesso prossima al sottovuoto spinto, degli altri
utenti della strada che si eleggevano padroni della stessa e si
incoronavano valorosi assi del volante.
Presto
e bene, al posto dei fendinebbia le case automobilistiche avrebbero
montato mitragliatrici a nastro per il traffico urbano, mentre per i
fuoristrada gli accessori più gettonati potrebero essere le piccole
batterie di Stinger terra-aria portatili o i cari vecchi Milan
filoguidati anticarro, con sistemi di puntamento e tiro integrati al
navigatore satellitare di serie e comandi di sparo al volante. Si
tratterebbe, in fondo, della mera ratifica del fatto che sull'asfalto
si consuma una guerra tra disperati, inseguiti e braccati dal demone
della fretta, incuranti di pioggia, nebbia o neve: come se non ne
avessimo già abbastanza di stronzi assassini come quelli che si
mettono al volante ubriachi o, peggio, strafatti di una qualsiasi
sostanza psicotropa?
Ma
che razza di pensieri avvelenati gli venivano la mattina presto?
Erano
i primi sintomi della trombopirlosi senile?
Oppure
erano dovuti al fatto che, essendo nato sotto al segno dei Gemelli,
uno dei due era partito per la tangente a cercare il senno
dell'altro, allo stesso modo in cui Astolfo sulla Luna cercava quello
del prode Orlando, cantato dall'Ariosto come furioso per infondata
gelosia?
Molti
dei suoi interlocutori abituali avrebbero risposto positivamente
alla seconda, giusto perchè gli volevano bene: si sa che alla
trombopirlosi non c'è rimedio.
Sorrise
tra sè e sè anche di questa considerazione e si concentrò sulla
colazione, rimpiangendo il panettone che aveva lasciato di nuovo il
posto alle fette biscottate.
Fino
a Pasqua, c'erano buone probabilità di recuperare qualche centimetro
di linea sul parallelo che passava per le anche e l'ombelico,
lasciando a terra qualche chilo di zavorra: così era contenta anche
la nutrizionista che sognava un'ambulatorio in riva al mare, per
rosolarsi al sole tra una visita e l'altra.
Quanti
anni erano passati dall'ultima volta che era stato al mare?
Parecchi,
invero, ma una cosa è vivere per villeggiatura in un posto e altra
cosa è viverci e lavorare. Da
turista, quello vedi è solo una faccia della medaglia, sovente
quella più lucida, è sempre un giorno di festa e c'è un'altrove in
cui tornare. E'
più semplice avere nostalgia del sole, del mare, del dolce far
niente piuttosto che indovinare quando i tre mercanti di neve
presenteranno il loro conto alla pianura ubertosa: fare la fatica di
ragionare e ricordare la saggezza dei vecchi sono pratiche fuori
moda.
Eppure
tutti gli anni sono lì, tra capodanno e i giorni della merla, Mauro,
Marcello e Antonio a ridosso del primo quarto della luna di Gennaio,
a scrollare il loro cappello di ghiaccio e a rimboccare le coperte a
Madre Natura affinchè si riposi per bene fino a primavera. Ma
non passando da alcun telegiornale, nemmeno per colpa di qualche
sfortunato imprudente che si è fatto male, nessuno ascolta i corvi
avvisare che il cielo è pronto a fioccare.
Soltanto
un vecchio professore di Varese, che dettava al telefono le
previsioni del tempo per il giornale radio regionale delle sette del
mattino, non mancava mai di menzionare i tre santi e le pillole di
sapienza popolare: un pò per devozione personale, un pò perchè,
insieme alla matematica, l'aiutavano ad azzeccare anche le
previsioni a lungo termine.
L'unico
accessorio decente dei mezzi che aveva avuto in mano era sempre stata
la radio e non aveva mai mancato di sintonizzare il primo canale,
ascoltando quel bollettino meteo mentre scaldava il motore; più di
una volta aveva sperimentato l'esattezza delle previsioni, riuscendo
a dribblare i tre mercanti di neve, cioè completando le consegne
prima che i mantelli dei tre santi coprissero le terre che
attraversava.
In
fondo, si considerava un marinaio di terraferma: se i navigatori
riconoscono il mare e le sue coste a occhio e a naso per non perdersi
tra le onde, anche lui aveva i suoi stratagemmi per portare sempre a
casa la pelle sua e quella del mezzo che guidava.
Nel
mettere la data all'ultima bolla della giornata, si rese conto d'aver
esaurito le chiamate dell'intera settimana, vuotato l'autobotte e
d'aver di fronte un sabato libero in quella che di solito era alta
stagione, per chi consegna prodotti petroliferi da riscaldamento.
Con
un occhiata al calendario appeso in cabina, tra i due sedili,
constatò che Sant'Antonio e compagni erano da due giorni alle sue
spalle e si rallegrò, nonostante il cielo basso e grigio, di non
aver ancora visto scendere nulla.
Mauro
volle firmare la bolla in casa perchè la "padruna", quella
santa donna di Marcella che aveva atteso il ritorno dalla Russia per
sopportarlo nei quarant'anni successivi, aveva appena fatto i
biscotti e il caffè e, almeno per questa volta, lui non si poteva
rifiutare.
Obbedì
e Marcella lo lasciò andare solo quando accettò di portare a casa
una manciata di brasadè, i biscotti secchi a mo' di ciambella dalla
ricetta segreta, che faceva solo per i nipoti.
Rientrò
a casa con calma, evitò le "api impazzite" che sciamavano
fuori dalla raffineria tre secondi dopo la sirena delle cinque e
mezza, parcheggiò in cortile un'attimo prima che i primi cristalli
punteggiassero il parabrezza: adesso l'inverno era ufficialmente
arrivato, come sempre.
(c) 2013 testo di Claudio Montini
(c) 2016 Immagine di Orazio Nullo
mercoledì 13 gennaio 2016
Pavia, la poesia di gran classe e tu...che fai, non ci vieni?
Domani, 14 gennaio 2016 a partire dalle 18, Roberta Preda presenterà al pubblico presente presso la libreria IL DELFINO di Pavia, piazza Cavagneria 10 zona duomo, le sue più recenti pubblicazioni. Si tratta di due raccolte di componimenti poetici: ORMA D'INCONTRO e LA SAGGEZZA DELLE TERRE, editi rispettivamente da Intermedia e Youcanprint in selfpublishing. Roberta non sarà sola ma dialogherà con Massimo Pistoja, poeta e "anima" dell'Associazione Culturale I COLORI DELLA VITA di Vigevano, e con Claudio Montini, scrittore di racconti e selfpublisher, affidando alla voce di Anna Albertario e alla propria la declamazione di alcune poesie scelte dal vasto repertorio contenuto nei due volumi. Vi aspettiamo numerosi.
(c) 2016 testo di Claudio Montini (c) 2015 video di VideoKlaut66/ Orazio Nullo/ youtube/claudiomontini
lunedì 11 gennaio 2016
In loving memory of David Robert Jones well known as David Bowie
David Bowie 1947 - 2016
singer, composer, actor and painter
has flight into eternity leaving us his masterpieces.
Now he is in heaven looking for life where the streets and the planets need no name to be known.
Thank you, mr. white duke, for all the joy you gave us on earth.
domenica 10 gennaio 2016
Il selciato dei giganti porta al mare
![]() |
| Giant's causeway |
di Claudio Montini
Si ricomincia, si riparte, si cambia vita: l'Epifania tutte le feste se le è portate via e, fino a Pasqua, non ci restano che le domeniche...ma da qui a là, c'è di mezzo il mare come quello che, secondo una leggenda irlandese, separava due giganti che rivaleggiavano tra loro per stabilire chi dovesse avere il predominio sulle terre d'Irlanda e di Scozia, dirimpettaie tra loro.
L'irlandese costruì un sentiero fatto di pali rocciosi fino a raggiungere la prima isola scozzese, dimora del rivale, ma fu un lavoraccio talmente gravoso che quando terminò cadde in un sonno profondo; quello di Scozia, incuriosito dal sentiero cheattraversava il mare, ci si avventurò sopra e si ritrovò in Irlanda ma non riconobbe il rivale addormentato: pensò che fosse uno dei figli di quest'ultimo! Valutatane la stazza e la possanza, anche forse per il possente russare, ragionò che se quello era il figlio chissà quanto grande doveva essere il padre e decise di battere in ritirata, prima che questi si destasse e richiamasse l'attenzione del padre; pur essendo atterrito dall'eventuale batosta in cui sarebbe incorso sfidandoli, nella fuga si diede da fare a svellere la maggior parte dei pali di pietra e a distruggere il sentiero affinchè il mare ripigliasse il suo posto e il suo ruolo di naturale bastione difensivo.
Il posto esiste ancora ai giorni nostri ed è stato dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità dall'UNESCO nel 1986; è una riserva naturale dal 1987 nel nord-est dell'Irlanda, contea di Antrim nell'Ulster, ovvero quella parte d'Irlanda che fa parte del Regno Unito di Inghilterra e Scozia
Questa non è la sola versione della leggenda, ma è quella che viene citata più spesso; è anche quella che, temo, fotografa meglio la situazione dei tempi che stiamo vivendo: perciò, mi auguro e vi auguro che tutte le promesse e gli auspici che abbiamo formulato a capodanno non facciano la stessa fine.
(c) 2016 testo Claudio Montini
(c) 2012 foto Google Images Database
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