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giovedì 28 dicembre 2017

Tutto il resto è noia: finalmente si vota...il 4 marzo!

La legislatura è finita, andate in pace...
di Claudio Montini

Dopo tanto tempo, una legislatura giunge alla sua naturale scadenza: questa dovrebbe essere già una grossa notizia, anzi, uno strillo di stampa da fare urlare al miracolo in questa Italia diroccata, presuntuosa, sbruffona e ignorante persino il più recente passato. Ho passato il mezzo secolo di età e posso dire di ricordare vagamente un'era craxiana, forse la prima, in cui accadde una cosa simile subito smentita dalla successiva legislatura, quella per cui si vagheggiò una lunga era di stabilità e di benessere poiché circolarono voci di una staffetta Craxi -De Mita che, di fatto, non ebbe mai luogo per ragioni che tuttora sfuggono alla mia limitata capacità di comprensione delle oscure trame della politica; quella stagione della storia nazionale, vista con gli occhi di oggi era la degustazione delle dissennate manfrine, veroniche, minuetti e sombreri cui avremmo assistito, noi cittadini impotenti e anche distratti ma pure rassegnati come servi della gleba, non già sui campi di gioco o in sale da ballo, ma nelle auguste aule parlamentari e nei salotti catodici e radiofonici. Finalmente il 4 marzo smetteremo di celebrare il compleanno di Lucio Dalla e proveremo a disegnare l'Italia del futuro con l'unico sistema valido in ogni democrazia degna di questo nome: una matita copiativa con cui tracciare una croce su un foglio di carta colorato, su cui avranno già stampato dei disegni e dei nomi o delle righe per concederci, bontà loro (di quelli che comandano sui seggioloni romani: e chi sennò??), la facoltà di scegliere quale pupazzo spedire a scaldare gli scranni di Montecitorio. Tutto il resto è noia, è già stato deciso, già previsto e predisposto: è inutile protestare a favore della libertà quando si soffoca la verità nella culla e si chiudono giornali e biblioteche ed edicole perchè non si trova o non si è capaci di trovare chi sia in grado di gestirle oppure, peggio ancora, chi sarebbe in grado di gestirle pretende di farlo in piena autonomia forte della propria esperienza, sensibilità e cultura. Piaccia o non piaccia, Paolo Gentiloni ha dimostrato come si possa ancora fare il politico di professione senza fare fare il buffone, lo smargiasso, il trapanante (come si usa dire in questa fetta di nord-ovest italiano stremato dalla recessione) o l'incantatore di serpenti (come si direbbe nel resto dello Stivale); di aria fritta ne abbiamo trangugiata abbastanza e sarebbe ora di affollare i seggi elettorali piuttosto che gli outlet o i centri commerciali, se non vogliamo che tutto cambi affinché tutto rimanga uguale. Altrimenti, tutto il resto sarà noia: non ho detto gioia, ma noia come quella che portò i nostri nonni sotto un balcone o davanti una radio a sentire sbraitare in italiano limpido un maestro elementare che dalla bandiera rossa era passato alla camicia nera.
©2017 Testo di Claudio Montini
©2016 Immagine di Orazio Nullo "Plastic Lies" -Atelier des Pixels collection

sabato 23 dicembre 2017

Per la notte santa che verrà...


Notte santa di stelle e pastori e cori angelici
di cuori innocenti in attesa di doni e di pace,
ispiraci un sogno dolce come il compleanno
del Dio fatto uomo per dire una parola nuova,
ma vecchia quanto il mondo e ancora dimenticata.
Lavaci dalla bocca il sapore amaro della sconfitta,
delle preghiere inascoltate, fraintese, vituperate.
Amplifica la nostra voce affinché solchi il cielo
tanto che l'alba, cui cederai il passo, possa così 
a filo d'orizzonte balenarci un miraggio di paradiso.

Buon Natale Buon 2018
da 
Claudio Montini
Orazio Nullo
Jena Sabauda

©2017 testo di Claudio Montini (inedito)
©2016 immagine di Orazio Nullo "Miracle's and desires's night"

venerdì 22 dicembre 2017

Non solo per Natale: un libro è buono per tutto l'anno!...e fa fare bella figura!

Fiorella Carcereri
DIARI DI DONNE IN PANCHINA
Arpeggio libero editore
2017
di Claudio Montini

Le vediamo tutti i giorni, ma è difficile distinguerle dalle altre; abbiamo incrociato le loro rotte ma non siamo mai riusciti a superare la loro soglia di cortese pudore; qualcuna, forse più di una, ha cercato di inviarci messaggi o richieste di aiuto ma non abbiamo sentito, non abbiamo capito, abbiamo male interpretato o, peggio, frainteso. In questi tempi balordi, in cui ogni cosa va consumata in fretta prima che si freddi e sia scalzata da un'altra, tanto che non c'è quasi più spazio né tempo per lacrime, rammarichi e civili addii; ora che si inneggia alla tracciabilità totale mentre si fa di tutto per non lasciarne alcuna; adesso che l'estetica ha soffocato nella culla, contemporaneamente, l'etica e la morale agevolando il ruolo della rivisitazione del passato come comodo alibi per chi non ha idee nuove da proporre (ma non è in grado di riprodurre neppure lontanamente quelle vecchie), meno male che c'è ancora qualcuno che ha il coraggio di guardare in faccia alla realtà e di chiamarla col nome più appropriato. Chi, se non una donna, poteva riuscire in questa titanica impresa? Con che cosa, se non con quello straordinario endoscopio d'anime che è il diario personale? Costei è Fiorella Carcereri, traduttrice e poetessa e narratrice, che con DIARI DI DONNE IN PANCHINA (Arpeggio libero, 2017) registra il flusso di pensieri, impressioni, delusioni, illusioni che cinque donne accumulano e vagliano e ricordano e annotano in merito alla ricerca dell'amore, del corrispondente d'amorosi sensi adatto a celebrare insieme a loro i fasti del sentimento che, secondo il padre putativo della lingua italiana, Dante Alighieri, move 'l sole e l'altre stelle. Detesto il neologismo femminicidio e continuo a pensare che si tratti di omicidio volontario e come tale andrebbe punito, ma con la vecchia norma del codice penale, ovvero quella che prevede il "fine pena: mai", non con una condanna (ipotetica, considerati sconti e indulti e benefici vari) a trent'anni; preferisco lasciarmi avvolgere dai flussi emotivi e narrativi di una scrittrice che rappresenta cinque aspetti della duale natura umana, cinque come le dita di una mano o come i sensi che ci consentono di prendere coscienza della realtà fisica; il problema è che i dati raccolti con questi ultimi vengono elaborati dall'istinto e dai differenti percorsi razionali della natura femminile e maschile: da qui nascono malintesi, sentimenti e sensibilità calpestate, odio che queste cinque donne battute dai pessimi risultati della loro ricerca e ritiratesi dal campo (cioè temporaneamente, si spera, in panchina, come nel basket o nel volley o nella pallamano) per ritrovare lucidità e serenità, affidano a un diario, magari solo interiore e comunque un posto dove nessuno, nemmeno un'uomo, potrà mai avere accesso. DIARI DI DONNE IN PANCHINA è la dimostrazione plastica che le donne non smettono mai di pensare perchè, come ha scritto Enrico Pandiani in PESSIME SCUSE PER UN MASSACRO (Rizzoli, 2012), le donne hanno una certa quantità di sangue in più, che perdono mensilmente ma che le mantiene lucide in ogni momento: e, a differenza di noi maschietti, ricordano a lungo ogni centimetro di cicatrice di ferita così come il momento in cui è stata loro inferta e, se si fermano un turno in panchina, lo fanno solamente per trovare il modo migliore per farcela pagare o cercare un'altro posto dove ricominciare.

©2017 Testo di Claudio Montini
©2017 Immagine di Fiorella Carcereri dal suo profilo facebook

sabato 16 dicembre 2017

Capriccio lirico di benvenuto al mondo

Cercatori di verità
di Claudio Montini


Tempo e spazio sono inconoscibili
Oppure difficilmente misurabili.
Magnitudini opposte si bilanciano,
Mescolando l'equilibrio delle formule
Apparecchiate per descriverle e riprodurle.
Sfruttando trappole logiche e ricatti sottili,
Ondivaghiamo in cerca di nostri simili.

©2017 Testo di Claudio Montini
©2014 Immagine di Augusta Belloni

mercoledì 13 dicembre 2017

Letti & Piaciuti: UN GIORNO DI FESTA (Rizzoli, 2017) di Enrico Pandiani

GRAN FINALE COL BOTTO
Enrico Pandiani
UN GIORNO DI FESTA 
Rizzoli (2017)
di Claudio Montini
Ci sono due verbi, apparentemente simili e allo stesso tempo diametralmente opposti, per descrivere UN GIORNO DI FESTA (Rizzoli, 2017) di Enrico Pandiani: divenire e maturare; vanno considerati nella loro forma di sostantivi, il divenire e il maturare, per evidenziare e raccontare dell'ulteriore positiva, gustosa , piacevole evoluzione relativa alla creatività dello scrittore torinese e italiano, per nascita e per residenza, ma anche europeo e francese e parigino per gusto, eleganza, misura e, perchè no?, genio della prosa narrativa. Il divenire è legato ai tempi difficili e malsicuri che il Vecchio Continente si trova a vivere, stretto tra stagnazione economica, popoli in movimento verso una terra promessa inesistente e una guerra non convenzionale tra civiltà e culture superbamente convinte della propria supremazia; una lotta, sia detto per inciso, che fa soltanto il gioco di oscuri consorzi economici e politici decisi a cavar denari e onori dal sangue e dalla carne altrui. Il maturare è legato al carattere, all'anima, alla psicologia dei personaggi di UN GIORNO DI FESTA, maggiori e minori, che Enrico Pandiani smette di manovrare come un burattinaio occulto in una Francia (Parigi compresa) che rende con rapide e vive pennellate di parole tali da suscitare persino la sensazione di umori e sentori, come di fronte a certi quadri impressionisti; lui riprende e dirige e registra come un genio della macchina da presa, in stato di grazia, saprebbe fare con attori in carne e ossa traendo da loro energie e vibrazioni che travalicano il copione, lo schermo, la stessa immaginazione per installarsi in tutti e cinque i sensi dello spettatore: il lettore, anche quello dallo stile più frammentato e distratto, ad ogni ripresa non si trova spaesato e viene avvolto dalla prosa elegante e fluente che lo accompagna, inconsapevolmente e senza affanno, da un capitolo all'altro sino al gran finale che fa sì che quest'opera meriti l'appellativo di romanzo. Il quattordici luglio, la Francia moderna e contemporanea celebra il suo natale con una festa di popolo in piazza ad ammirare parate militari, concerti e giochi pirotecnici: quale migliore occasione per quei gruppi neofascisti e xenofobi di realizzare un'attentato dinamitardo da addebitare, con opportuni depistaggi, alla galassia terroristica di matrice islamica? Se il piano funzionasse, quale migliore cavallo di Troia per espugnare Eliseo e Assemblea Nazionale avrebbero a disposizione quelle forze reazionarie e liberticide? Non dovrebbero nemmeno nascondersi dentro, lo potrebbero cavalcare a suon di voti così come farebbero con la marea montante del malcontento nell'opinione pubblica, in una eventuale campagna elettorale. Tuttavia, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi poichè l'omicidio di un poliziotto ufficialmente in vacanza (che sarebbe dovuto apparire come un incidente stradale) e la caccia alla sua compagna di viaggio e di vita, membro effettivo de Les Italiens e ora testimone scomodo, scatena la squadra della Brigata Criminale della Police Nationale capitanata dal commissario Mordenti che, questa volta, non lavorerà da sola ma coordinerà le operazioni con i reparti di intelligence che si occupano di lotta al terrorismo. Invisibile ai più, è in atto una guerra senza quartiere e senza esclusione di colpi dove vigono pochissime regole, dove il rispetto delle consegne e degli ordini determina il confine tra la vita e la morte così come l'attenzione ai dettagli e alla loro collocazione, dove irrompono e chiedono spazio anche gli affetti personali e i sentimenti privati che non sono più trattati come intermezzi tra una salva di fucileria, un inseguimento a rotta di collo o una scazzottata, ma diventano il motore e il propellente utili a gettare il cuore oltre l'ostacolo fino al buon esito della missione. Al pari di tutti gli scrittori italiani della sua generazione, le cui opere siano catalogabili in questo genere letterario erroneamente considerato di seconda fascia o di mero intrattenimento dagli intellettuali benpensanti, Enrico Pandiani anche in UN GIORNO DI FESTA (Rizzoli, 2017) riesce a divertire e a far riflettere trasmettendo messaggi forti e fondamentali per migliorare il mondo in cui tutti viviamo; ci vuole amore, amicizia, senso del dovere, competenza, intelligenza, gioco e lavoro di squadra, generosità e rispetto degli ordini e dei compagni: è finto, morto e sepolto il tempo degli uomini soli al comando e degli eroi, invincibili e fortunati, che con un cacciavite e del filo di ferro ristabiliscono ordine e giustizia disinnescando ordigni micidiali. In una società multiculturale come quella attuale, chi si arrocca e si isola convinto di avere in tasca la verità assoluta e universale, oltre a un bel pacco di soldi e munizioni di vario calibro, potrà forse vincere le prime scaramucce e prendere qualche vantaggio ma, alla lunga, è destinato a perdere tutto se gli esseri umani innamorati della vita apriranno gli occhi e il cuore, ritrovando il senso del primo comandamento e dandosi da fare affinchè ogni giorno sia un giorno di festa il cui gran finale col botto sia solo quello delle bottiglie di vino spumante da bere tra amici.


© 2017 testo di Claudio Montini
© 2017 immagine da Google Images Database

venerdì 8 dicembre 2017

Cantare per Natale, a Lomello

CHORUS SANCTI LAURENTII 
CHRISTMAS TOUR
di Claudio Montini
Le associazioni culturali spuntano come i funghi, in silenzio e nei luoghi più impensati: dicono che basti la passione e il desiderio di fare qualcosa di bello per sè e per gli altri. L'Associazione Culturale Sancti Laurentii, fondata nel 2013, ha per casa proprio la sede dove terrà domenica 10 Dicembre 2017 il terzo dei concerti previsti per il tour invernale, che si concluderà a Torreberetti (PV) il 16 Dicembre. Nella Chiesa sconsacrata di San Rocco in Lomello (PV) alle 21, insieme a Comune di Lomello e Pro Loco di Lomello, il Chorus Sancti Laurentii diretto da Yuko Boverio con Yoko Noda, al pianoforte, e Stefano Boverio al sax soprano darà vita al Concerto di Natale 2017 cui seguirà un rinfresco in cui ci si potrà conforntare con gli artisti e scambiarsi gli auguri per le festività natalizie. L'attività dell'associazione è volta alla promozione, alla ricerca, allo studio e alla esecuzione di ogni genere di musica polifonica, corale e strumentale attraverso l'organizzazione di corsi e di seminari, nonchè di concerti in cui trovano spazio tanto la polifonia barocca e rinascimentale, quanto il romanticismo sinfonico del XIX e XX secolo. 

© 2017 testo di Claudio Montini
© 2017 foto di Ass. Cult. Santi Laurentii tratto dalla pagina facebook

mercoledì 6 dicembre 2017

Un uomo, un fiume, una città: un'amore che non si spiega, si vive.

PATRIZIO VENTURA, TICINO, PAVIA
Un amore che non si spiega: si vive e si condivide
di Claudio Montini

Il terzo millennio ha ereditato dal secondo due grandi invenzioni: la macchina fotografica reflex e internet. Comunque la si pensi e comunque si guardi ad esse, si tratta di applicazioni per le sterminate potenzialità dell'animo umano estremamente positive poichè hanno permesso ad anime belle, vive, generose, dotate di istinto artistico e notevole senso estetico, di cogliere e mostrare, di fissare la magica armonia del creato e renderla fruibile ai vicini e ai lontani, alienando la paura della morte e della solitudine col regalo di levare i paraocchi che ci impediscono di vedere quanto il mondo possa essere meraviglioso, proprio come Riccardo Pazzaglia aveva vestito la musica di Domenico Modugno. Anche lì c'è un ponte, dunque c'è un fiume e una città e un uomo che ha perso molto, anche la stima di sè; poi arriva un passante, forse un angelo, che gli apre gli occhi e gli mostra la bellezza che comunque ha tutto intorno a sè e quanto non valga la pena buttare via l'acqua sporca col bambino dentro.Quel passante è, per me, Patrizio Ventura da Pavia, autore di DALLE SPONDE AL CUORE Fotogrammi e parole d'acqua (OCEANO EDIZIONI, 2017)  che risalendo dalle sponde del fiume Ticino, culla atavica della città delle cento torri e capitale del regno longobardo in Italia, con la sua reflex al collo e la testa piena di suggestioni e di riflessioni urgenti d'uscire dal cuore per i gangli della rete virtuale, ha aperto gli occhi e scaldato il cuore di tanta gente sensibile e di buona volontà che ha incrociato i suoi fotogrammi e le sue parole, più d'una volta, acqua fresca per assetati di genuinità, di umanità, di amore in tutte le sue declinazioni. Affinchè non se ne perdesse l'eco, gli è stato suggerito di raccogliere parole e immagini in un volume e, di quest'ultimo, Patrizio Ventura ne parlerà venerdì 15 Dicembre 2017 alle ore 18, presso la sala conferenze di Palazzo Broletto in piazza Vittoria a Pavia, con Maria Teresa Infante (poetessa e scrittrice) e Barbara Agradi (poetessa) grazie all'Associazione Culturale L'OCEANO NELL'ANIMA. A detta di Patrizio stesso, DALLE SPONDE AL CUORE Fotogrammi e parole d'acqua (OCEANO EDIZIONI, 2017) è una raccolta di immagini e note e poesie (circa un centinaio, pubblicate su facebook) che vogliono essere un sunto del suo essere umano, pensante e senziente, ovvero la sua visione delle cose del mondo da lasciare a tutti coloro che gli vogliono bene: un segno tangibile nella memoria degli amici per non morire mai, come sentenziò a suo tempo anche Marco Tullio Cicerone, come il Ticino che da oltre due millenni continua la sua storia d'amore con i figli della città che ha visto nascere e crescere e, purtroppo, invecchiare...ma questa è un'altra storia ed è ancora tutta da scrivere!

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Fotografia di Patrizio Ventura dal suo profilo facebook

sabato 2 dicembre 2017

La solidarietà umana è contagiosa.

Abbiamo fatto tutto il possibile?
di Claudio Montini
Dicembre, in fondo al calendario, è sempre stato un mese speciale per me: essendo nato a giugno, un paio di settimane prima della fine della primavera o dell'inizio dell'estate, esso rappresenta un'attrazione irresistibile in omaggio alla legge di attrazione degli elementi antitetici, in primo luogo, mentre più spesso si è rivelato essere un momento di tregua e di bilancio e di programmazione, qualche volta di eventi che hanno sconvolto l'ordine costituito delle cose...ma quelli sono come i contenuti delle cartoline rosse (o verdi, non ricordo bene) di un famoso gioco di società da tavolo, che si sa quando comincia e non quando finisce. Meglio la tombola, sebbene anche lì la dea bendata non mi abbia mai degnato di considerazione alcuna. Dicembre, dicevo, chiude la fila dei dodici capitoli del romanzo che impariamo una pagina al giorno sinchè non troviamo, a volte anzitempo, quella con la parola Fine e dobbiamo lasciare ad altri il compito di riempire di ricordi, battute e aneddoti che ci riguardano le pagine successive. Chi vive nella memoria degli amici, non muore mai pare abbia lasciato scritto Marco Tullio Cicerone forse per farsi coraggio, poiché sono convinto che anche lui fosse conscio del fatto che è peggio per chi va, dal momento che nessuno è mai tornato indietro a dirci com'è e come si sta, mentre chi resta si arrangia e tira avanti come può. Io penso che sia inutile arrovellarci le meningi ad immaginare un universo parallelo, nemmeno i poeti che disegnano scenari irrazionali basati su distorte geometrie sarebbero in grado di fare un quadro verosimile, nemmeno Dante ci è riuscito: ha fatto una copia riveduta e corretta dalle sue simpatie, dalla sua fede, dal suo bagaglio culturale del mondo che lo circondava (che, a voler ben guardare, assai poco è discosto dal nostro: è per questo che il poeta fiorentino è ancora così attuale). Sfruttiamo questo mese per tirare le somme, se non di tutta una vita a durar fatica, almeno dei giorni dal principio di Gennaio in qua e domandiamoci, con tutta l'onestà di cui disponiamo, se abbiamo fatto tutto il possibile (o il nostro dovere, che talvolta è il minimo sindacale) per rendere la vita meno amara a noi stessi e agli altri. La solidarietà umana è anche il rispetto dei nostri limiti e di quelli altrui: il rispetto della dignità di tutti ne è la diretta conseguenza ed è altrettanto contagiosa.

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine di Orazio Nullo "Money never sleeps" - atelier des pixels collection

mercoledì 29 novembre 2017

Io non voglio morire qui: voglio vivere meglio!

Restituiteci la voglia di vivere qui e ora, senza morire ridendo...
di Claudio Montini

"Un'inquietudine impotente ci tormenta, e andiamo per acque e terre inseguendo la felicità. Ma ciò che insegui è qui, se non ti manca la ragione". L'epicureismo di Quinto Orazio Flacco anticipa Cartesio di quindici secoli e, in teoria, dovrebbe ancora indicarci la strada fornirci una chiave di lettura degli eventi, se non le risposte alla maggior parte dei nostri tormenti. In realtà, l'inquietudine che ci tormenta è quella di non conoscere cosa ci aspetta dopo i giorni che ci sono concessi in questa vita: non è tanto la ragione a mancare quanto gli strumenti per pianificare lo sviluppo degli eventi, i mezzi per prendere le decisioni giuste, la sagacia di intuire da che parte arriverà il colpo finale. A questa condizione peculiare dell'essere umano e, credo di non essere smentito da alcuno, altrettanto peculiare di ogni essere vivente razionalmente senziente oltre l'istinto di sopravvivenza, diamo i nomi più disparati e fantasiosi o inquietanti tuttavia riassumibili in una sola frase: paura della morte. Nell'assalto alla diligenza della votazione per approvare il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, nei relativi scontri ideologici tra antagonisti dell'agone politico (teatrini stucchevoli supportati da canovacci puerili simili, in tutto e per tutto, a giochi delle parti ampiamente concordati), entrano anche argomenti che poco hanno a che vedere col tema del testo in esame a Montecitorio: per esempio la legge sul biotestamento ovvero le disposizioni di legge sulla regolazione della fine della vita degli individui, cittadini italiani in questo caso. Come al solito, l'idea di partenza era buona e mirava ad evitare il triste pellegrinaggio verso cliniche specializzate, oltre confine, dove porre fine alle proprie sofferenze oppure consentire che in caso di incoscienza cronica si potessero staccare i macchinari e interrompere le cure palliative, lasciando che la natura facesse il suo corso. La cosa ancora più tragica è che la normativa esiste già ma ha un decorso e un regolamento che la rendono, di fatto, inutile e inapplicabile quando non è addirittura ignorata e sconosciuta agli operatori e agli attori protagonisti di queste dolorose vicende, ovvero pazienti e parenti e sanitari e amministratori; siccome il tema non è nuovo e i progetti di legge inerenti giacciono e si tramandano di legislatura in legislatura, perchè mai indignarsi se un esponente di spicco di una forza politica di destra, Matteo Salvini segretario federale della Lega Nord, afferma che il biotestamento non è argomento di suo interesse dal momento che lui si interessa più ai vivi che ai morti? Ci si dovrebbe incazzare perchè quella legge è stata cavata fuori come un coniglio dal cilindro a fine legislatura, giusto per accalappiare una buona dose di voti di indecisi sperando di trasformarli in seggi sicuri per il nuovo parlamento. Ci si dovrebbe incazzare perchè coloro cui abbiamo dato mandato di occuparsi dei nostri interessi, primo tra tutti una vita dignitosa e felice e sazia, si preoccupano soltanto di mantenere il proprio culo (e tutto il resto) al caldo e di farci morire con il sorriso sulle labbra. Ci si dovrebbe incazzare perchè ci sono ampi spazi d'Italia letteralmente dimenticati dallo Stato, sommersi da malavita e spazzatura e macerie di terremoto e fango di alluvioni in cui questi signori lautamente retribuiti non si degnano di farsi vedere se non quando si provvede a fare una strada dove possano non sporcarsi troppo le scarpe, salvo ragliare promesse e proclami da tutti i tubi catodici e i microfoni che si mettono proni ai loro piedi. Ci si dovrebbe incazzare perchè c'è gente che tira a campare con pochi spiccioli e c'è chi si prostituisce e alimenta beghe da cortile in televisione per ingrassare venditori di detersivi, merendine, assorbenti intimi e automobili in cambio di denaro, contratti per serate e foto e like sui social. La risposta migliore al signor Matteo Salvini sarebbe quella di pretendere che mettesse in pratica quella sua affermazione: restituirci la voglia di vivere in questo maledetto Paese, non quella di morire più facilmente e senza sforzo (per quello ci riusciamo già da soli), sarebbe il miglior viatico per una sicura vittoria elettorale. Altrimenti, ancora una volta, dagli scranni di Roma e di Bruxelles ci hanno indicato la Luna e noi abbiamo abbaiato, pardon..., belato al dito.

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Fotografia di Orazio Nullo

martedì 28 novembre 2017

Poeti di gran classe: Massimo Pistoja a Casa delle Arti - Spazio Alda Merini in Milano

Massimo Pistoja 
IL BACIO CHE NON TI HO MAI DATO 
-poesie-
Intermedia Edizioni  2017

di Claudio Montini
Non sono un grande consumatore di sillogi poetiche, nè di singoli componimenti, sebbene mi diverta pure io sporadicamente a comporre strofe e componimenti cui appiccico l'etichetta  poesia. Le poesie sono oggetti misteriosi e assai delicati, difficili da decifrare eppure graziosamente eleganti, educate e affatto invadenti, tenebrose e ombrose come cavalli selvaggi, fino a sembrare arcigne e altezzose come principesse votate alla solitudine, eccessivamente tenere e dolciastre al limite del ruffiano esercizio retorico e supponenti e superbe come certi palloni gonfiati che godono dell'inferiorità altrui, tanto da parere false quando si offrono come emblemi di raffinatezza e illuminazione acquistati per grazia di Dio e volontà di altri vacui illuminati: esattamente come le persone che incontriamo tutti i giorni, tra cui annoveriamo gli amici e i conoscenti e i parenti e quelli che, bontà loro, di tanto in tanto scendono dal loro immaginario piedistallo e ci degnano di uno sguardo, di un cenno o, al limite, di un saluto ma più spesso non perdono occasione di sputare sentenze su tutto e tutti. Credetemi, accade anche tra intellettuali e letterati: e Massimo Pistoja ne sa qualcosa, ma da gran signore si lascia scivolare addosso ogni cosa proprio grazie alle poesie, guarda oltre l'amarezza e scorge una luce che squarcia il buio e riscalda il cuore grazie alla sua fertile sensibilità. Grazie ai versi poetici, alle pennellate di parole delle sue strofe egli vede i colori della vita, li organizza, li compone e li armonizza e ne fa dono a tutti coloro che vogliono fermarsi ad ascoltare la voce di un poeta per respirare aria fresca e nuova, per disegnare secondo geometrie non euclidee il secondo tempo della propria vita. IL BACIO CHE NON TI HO MAI DATO segue le orme del viaggio iniziato con I COLORI DELLA VITA (2014 presentato anche al Salone del libro di Torino) e IL TEMPO DI UNA CAREZZA (2016) editi da INTERMEDIA Edizioni di Orvieto: potete scegliere uno dei tre volumi a caso e, comunque, vi troverete di fronte alla grandezza dei puri e dei semplici che sanno combinare le parole di tutti i giorni in balsamo per i cuori feriti e graffiati, in ali per le anime abbattute e stremate, tanto che i colori belli della vita torneranno a brillare. La poesia ha fatto questo per Massimo Pistoja, in un passaggio difficile della sua vita, cioè lo ha riportato alla luce e gli ha donato la capacità, come un prisma umano, di scomporre quella luce in colori da assemblare in nuove tonalità e lunghezze d'onda benefiche per chiunque entri in contatto con loro: così come accadde ad Alda Merini, nella cui casa milanese trasformata in centro culturale ( Casa delle Arti -Spazio Alda Merini, via Magolfa 32 - Milano - Italy), venerdì 1 dicembre 2017 alle ore 18, con Edoardo Maffeo, il poeta vigevanese presenterà proprio IL BACIO CHE NON TI HO MAI DATO (2017 INTERMEDIA Edizioni).

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine di Massimo Pistoja dal profilo facebook

giovedì 23 novembre 2017

Inno a una terra buona e pudica: un bel regalo di Natale!

Una vita a una diversa velocità
di Claudio Montini

Si può parlare di un libro senza averlo mai sfiorato, nè tanto meno letto? Credo che sia possibile solo nel caso in cui se ne è vissuto il contenuto, si sono consumate suole e pneumatici nei luoghi in cui le vicende sono ambientate, si è visto ciò che vedono i protagonisti o che i potenziali lettori avvertiranno maneggiandolo, girando le pagine, colmandosi gli occhi con le fotografie di Carlo Ballerini e l'animo con le suggestioni delle didascalie e delle note a margine di Elisabetta Balduzzi e Guido Conti. Io, povero ragazzo di campagna che per vent'anni ha sbarcato il lunario a cavallo di un'autobotte di gpl o con un volantone tra le mani a per rifornire rivenditori di bombole, avoco a me il diritto di dire qualcosa circa OLTREPÒ PAVESE Inatteso, sorprendente, indimenticabile (di Balduzzi, Conti & Ballerini, Libreria Ticinum Editore, 2017) poichè l'ho girato in lungo e in largo in tutte e quattro le stagioni proprio in quei quattro lustri che ho poc'anzi evocato. Si tratta di un libro fotografico arricchito dai testi di due amanti della letteratura e dei libri, oltre che della bellezza e della vita; due anime sensibili e forti che sanno guardare dentro al corso degli eventi e al mondo che le circonda intuendone, nel senso più squisitamente latino di questo gerundio, la bontà e le opportunità e le piacevolezze che rendono meno aspro il cammino verso l'eternità. Dove la parola non sarebbe sufficiente rendere ragione di tanto amore, ecco che si presta l'occhio infallibile della macchina fotografica a immortalare la meraviglia e restituirla a noi che, forse, non potremo mai godere dello stesso istante, con la stessa luce, nello stesso giorno ma abbiamo il libro con cui volare sulle ali delle pagine da compulsare, da voltare, da consumare con gli occhi pur restando comodamente seduti nella nostra poltrona preferita. Un libro è un magico amico che vi prende per mano e vi porta lontano, abbattendo tutte le barriere e tutti i muri, ingannando il tempo e lo spazio: Balduzzi, Conti e Ballerini hanno speso un'anno e mezzo per confezionare questo inno d'amore a una terra, l'Oltrepò Pavese, ricca di arte e cultura e storia e spiritualità immerse in una natura che passa dalla campagna ubertosa alla cima innevata e aspra e irta di conifere e latifoglie di sapore alpino; una terra troppo pudica per mettersi in mostra, troppo fragile geologicamente, troppo spesso dimenticata dalla fortuna e abbandonata dagli uomini che, dopo averla sfruttata, sono andati altrove a cercare la propria fortuna; una terra che ha creduto nei suoi frutti ma non ha saputo insegnare ai suoi figli l'orgoglio di appartenervi, che non ha cercato di aprire loro gli occhi circa i facili piatti di lenticchie offerti dalla scaltra modernità. Consegnare prodotti petroliferi a domicilio mi ha consentito di battere le strade, contare le frazioni e le cascine e parlare con la gente che anima con orgogliosa ostinazione borghi e vallate e radure che cantano la canzone di una vita a una velocità diversa, ridotta e più gustosa: ecco perchè vi invito a fare vostra la sinfonia trascritta da Elisabetta Balduzzi, Guido Conti e Carlo Ballerini (fotografo) in OLTREPÒ PAVESE Inatteso, sorprendente, indimenticabile (di Balduzzi, Conti & Ballerini, Libreria Ticinum Editore, 2017). 

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine dal profilo facebook di Elisabetta Balduzzi  / Libreria Ticinum Editore  

mercoledì 22 novembre 2017

Un quarto d'ora di celebrità


Ventuno Novembre

                                            di Claudio Montini
Devono aver ben poche preoccupazioni negli uffici dell'ONU, in New York City, per arrivare a pensare di proclamare il 21 novembre giornata mondiale di un elettrodomestico: la televisione. Superficialmente, per quel che si vede in questo sempre più sofisticato marchingegno, voglio dire per la qualità dei contenuti trasmessi e diffusi nelle nostre case a qualsiasi ora del giorno e della notte, non ci sarebbe proprio un alcunché da festeggiare: da strumento di emancipazione dall'ignoranza, di promozione sociale e culturale, di informazione e circolazione delle idee, esso si è trasformato in ordigno di manipolazione, imbarbarimento e sodomizzazione (in senso figurato, ovviamente) delle masse popolari, il caro vecchio proletariato di marxiana memoria, del quale faccio parte tanto io (operaio o meglio ex operaio in quanto disoccupato da cinque anni) quanto il professore universitario o l'infermiere e l'ingegnere aeronautico. Anche i suoi detrattori sono attratti, distrattamente forse, dalle immagini che passano per lo schermo della scatola magica, magari per pochi istanti o per pochi minuti, ma tutti rimangono ammaliati di fronte al miracolo di poter vedere cose e fatti lontani dal posto in cui ci si trova fisicamente; del resto l'etimologia del vocabolo è piuttosto esplicita: televisione, vista a distanza senza intermediazione fisica e materiale. Questa è, o dovrebbe essere, la sua missione principale e sulla base di questa George Orwell in 1984 la immaginò come strumento principale di controllo dei cittadini da parte del governo mondiale, come sintesi tra modello leninista-stalinista e neoliberale progressista per la sistematica eliminazione della libertà e della coscienza individuale nell'era atomica. Lo scoppio della guerra fredda e i suoi esiti, boom economico e caduta del muro di Berlino compresi, ci hanno evitato di vedere il mondo diviso in Eurasia e Estasia con l'Africa come campo di battaglia privilegiato dei due blocchi: o meglio, la televisione non ce lo ha fatto vedere poichè ha puntato i suoi occhi elettronici su aspetti folkloristici o ameni e comunque avulsi dal conflitto tra civiltà differenti, salvo nei casi in cui era strategicamente vantaggioso per uno dei due contendenti; ci ha insegnato a desiderare e a pretendere una serie di surrogati della felicità, allettando la vanità individuale e illudendoci che la fuori, nel mondo, c'era sempre qualcuno che poteva pensare al posto nostro, al nostro benessere, alla nostra soddisfazione gratificandoci, di tanto in tanto, con un quarto d'ora di celebrità.    

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2015 Immagine di Orazio Nullo "Dangerous Hypocrites"




lunedì 20 novembre 2017

Morto un gattopardo, se ne fa un'altro...

Viva l'Italia...e gli italiani? 
Non pervenuti.
di Claudio Montini

Due settimane fa, la Sicilia si è data un nuovo presidente che non ha ancora formato la squadra di governo; l'altro ieri è morto Salvatore Riina, considerato dalla giustizia italiana il "capo dei capi" della mafia siciliana, Cosa Nostra in testa. Apparentemente sembrano due avvenimenti e due notizie tanto eterogenee da non mostrare ragione d'essere accostate. Invece sono legate l'una all'altra poichè sfugge, o è sfuggito, alla maggioranza degli osservatori quanto imponente e assordante sia stata l'affermazione del partito del non voto, non già dovuta alle intimidazioni o alla sfiducia verso le istituzioni democratiche o alla demoralizzazione riguardo al destino dell'isola. Le condizioni di salute del detenuto capo mafioso erano sicuramente ben note in Trinacria, alla faccia del regime carcerario di cui all'articolo 41 bis del codice di procedura penale: pertanto, si mettano l'animo in pace i mafiologi di ogni ordine e grado, dal momento che la "successione" al potere è già avvenuta e la metamorfosi di condotta, più vicina allo stile del super latitante Matteo Messina Denaro, è cosa fatta da tempo immemore ovvero l'immersione e la navigazione a quota periscopio procedono che è una bellezza e gli affari ne risentono positivamente. Lo scopo non è il controllo militare del territorio, lo scopo è fare soldi nel minor tempo possibile e coi minori fastidi possibili: in una terra affamata di lavoro e di benessere e che aspira ad essere la Florida del Mediterraneo, un accordo tra galantuomini si trova sempre. Non è la politica a comandare, sono i soldi; non basta la salute, ci vogliono anche i soldi; non bastano le idee, le belle parole, i disegni e i progetti: per realizzarli ci vogliono i soldi. Quando saranno tutti d'accordo sulle dimensioni delle fette della torta, allora il presidente Musumeci potrà dare il via alla distribuzione delle deleghe: ma la oltre metà degli aventi diritto al voto che si sono avvalsi della facoltà di disertare le urne, credendo di omaggiare i propri padroni o di infinocchiare i manovratori dell'ennesimo burattino di pezza, intanto, hanno perso anche il diritto di lamentarsi e sono rimasti col solo diritto di chinarsi, come il giunco di un famoso proverbio, in attesa che passi la piena. Tutto cambia affinchè tutto rimanga uguale e, quel che è peggio, accadrà la medesima cosa sul continente: morto un gattopardo se ne fa un'altro, come coi papi, tanto domani è un'altro giorno e qualche santo provvederà. Viva l'Italia...e gli italiani? Non pervenuti.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Money never sleeps" 

mercoledì 15 novembre 2017

Inedito dedicato ai poeti rustici...come me!

C'è chi sogna con le parole
di Claudio Montini
A volte mi prende un desiderio spasmodico di fissare sulla carta i miei pensieri, come se dovessi lasciare una traccia di me prima di dissolvermi e tornare polvere alla polvere. Se dispongo di carta e penna o matita a portata di mano, lascio che il foglio si riempia di appunti e di sgorbi e di scarabocchi senza esercitare alcun controllo, se non quello linguistico e grammaticale: è notoria la mia pessima calligrafia, nonostante sin dall'adolescenza abbia tentato di adottare (o meglio, imitare) un corsivo tipografico in luogo del corsivo a mano libera che mi è stato insegnato alle scuole elementari, nella speranza di migliorare la mia velocità nel prendere appunti durante le lezioni, al liceo. Invidiavo le amiche e gli amici che frequentavano gli istituti tecnici e professionali per il commercio, poichè al primo anno avevano come materia la stenografia e, a detta loro, era piuttosto utile anche per quello scopo (oltre a tenere alta la media dei voti...). Poi la vita ha preso altre strade e ho dovuto percorrerle mio malgrado: i problemi sono diventati altri e spesso avulsi dalla scrittura a mano; fortunatamente la tecnologia si è evoluta a velocità prossima a quella della luce e la videoscrittura ha concesso a maldestri come me di salvare tutti quei sogni fatti di parole che, vai a sapere come, girano nell'aria e finiscono nel fare il nido nella testa di rustici poeti affascinati dalla natura che li circonda. Ecco, per esempio, cosa bolliva e vorticava nella mia scatola cranica in questi giorni e oggi si è materializzato.

Che cosa posso dire di nuovo riguardo alle nuvole?
Vagabonde misteriose e mutanti sospese nella volta 
che sovrasta le nostre teste, infinitesimali all'universo,
certo, ma capaci di immaginarlo e contenerlo in sè.
Prigioniere o figlie ribelli del vento che le plasma,
le chiama, le ammassa e le disperde senza posa
così come lo sconosciuto che abbracciamo al buio 
in un valzer che chiamiamo vita e giammai destino

(c) 2017 Testi di Claudio Montini
(c) 2017 Foto di Claudio Montini

domenica 12 novembre 2017

Dalla cambusa di Zio Propano: crema di gorgonzola

CREMA DI GORGONZOLA

di Zio Propano

Non è una ricetta per allergici al lattosio o per chi considera il formaggio così come Dracula vede l'aglio o il sorgere del sole; se siete alla ricerca di una terza via per il condimento della pasta o degli gnocchi, dopo pesto ligure e passata di pomodoro, vi suggerisco di provare con il principe italiano dei formaggi erborinati: il gorgonzola giovane o cremoso o dolce che dir si voglia. E' una preparazione apparentemente semplice ma la materia prima, pur accattivante e deliziosa, esige cura, pazienza e attenzione perchè se si attacca al fondo del tegame (o del pentolino), voi vi attaccate al tram e dovrete condire la vostra pasta (o gli gnocchi) con qualcos'altro. Intanto ecco la lista della spesa:
  • 150 grammi di gorgonzola dolce (o cremoso o giovane)
  • 30 grammi di burro (una fettina, insomma...)
  • mezzo bicchiere di latte (intero o parzialmente scremato: non c'è problema; quanto al bicchiere, uno da vino o da acqua da tavola non tanto grande andrà benone)
Versate il latte in un pentolino con coperchio, proprio uno di quelli piccoli che mamme e nonne istintivamente adopererebbero per fare il sugo o due porzioni di pastina in brodo, e mettetelo sul fornello più piccolo del piano di cottura a fuoco modesto; unite il burro e coprite con il coperchio. Nel frattempo potete anche preparare l'acqua per la pasta e iniziare a scaldarla per poi salarla; riducete a cubetti il gorgonzola (esistono in commercio comode vaschette contenenti un sedicesimo di forma di gorgonzola, 300 grammi circa: basta tagliare a metà, togliere la corteccia se è il caso e lavorare di coltello) che va unito al latte e al burro, che nel frattempo si sarà sciolto, e mescolato con un cucchiaio di legno di tanto in tanto, quando vi viene la curiosità di vedere se il formaggio davvero si scioglie e il latte non prende il bollore e scappa (ma dove volete che vada, senza soldi e documenti, se mantenete il fuoco basso, mite e costante?) Nel giro di una decina di minuti, giusto il tempo perchè l'acqua salata si metta a bollire e la pasta si cuocia o gli gnocchi vengano a galla, si creerà una crema densa e viscosa in cui affioreranno le parti erborinate caratteristiche del gorgonzola e si spanderà, ulteriormente addolcito e reso delicato, il suo inconfondibile aroma. La Jena Sabauda ed io l'abbiamo sperimentato con gli gnocchi di patate e, se di primo acchito nella zuppiera questi parevano galleggiare, una volta serviti nei rispettivi tre piatti (e secondo voi il cane Leone rimaneva a bocca asciutta? Non sia mai...!) hanno fatto una bella figura e sono spariti velocemente, non con la forchetta ma col cucchiaio, però senza darmi il tempo di prendermi una foto ricordo: in compenso ho preso il pane e spazzolato quel che rimaneva della crema, seguito a ruota dalla Jena che è rimasta piacevolmente sorpresa. A Leone il pane non è servito: ci hanno pensato Simbad e Nuvolino (i due gatti) ad occuparsene mentre lui abbaiava, come di consueto, al portalettere.

© 2017 Testo e ricetta di Claudio Montini
© 2016 Foto di Orazio Nullo



venerdì 10 novembre 2017

Siamo in autunno: era ora!

Niente paura con la democrazia
di Claudio Montini

L'autunno, tanto agognato dalla terra e dagli animali, finalmente si è presentato in tutto lo splendore dei suoi dettagli meteorologici tanto cari a retori, poeti e scrittori di ogni epoca risma e schiatta. Per recuperare il ritardo accumulato rispetto al calendario consueto, si è dato abbondantemente da fare per rimpinguare le asfittiche risorse idriche con neve e pioggia e calo delle temperature che, zelanti pappagalli mediatici a corto di cattive notizie, hanno provveduto a montare come sufflè alle banane per tenere alta la tensione emotiva del pubblico uditorio. Niente paura con la democrazia, finchè andiamo e veniamo: tutto già visto, tutto già vissuto, tutto già dimenticato come la proroga dell'estate di cui abbiamo incautamente beneficiato, tralasciando di prepararci al peggioramento e dimenticandoci delle magagne facilmente risolvibili che si trasformano, durante l'evento infausto, in emergenze catastrofiche. A onor del vero, ammesso e non concesso che si possa ancora distinguere con manichea precisione tanto l'uno quanto l'altro (l'onore e il vero), va detto che le disgrazie non vengono mai da sole: però è ancora più vero che ignorare o tamponare o rinviare o polemizzare in cerca di effimera visibilità fa sempre rima con lascia starema chi telo fa fare?mandateli a casa che son tutti ladri (o mafiosi...a scelta)vedrai che qualche santo vorrà o verrà a provvederetanto hanno già deciso come spartirsi la torta. L'ignoranza non è una giustificazione, per carità; nascondere la testa sotto la sabbia, tapparsi le orecchie e gli occhi non risolve i problemi, il silenzio non è mai d'oro ma di piombo o di nitroglicerina: abbiamo bisogno di conoscere i fatti e le opinioni nella loro interezza e dobbiamo tornare a pensare con la nostra testa, nella quale deve esserci spazio per un comandamento soltanto: ama il prossimo tuo come te stesso, ovvero non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2014 Foto di Orazio Nullo

giovedì 9 novembre 2017

Cerco un centro di gravità permanente...

La valigia dei sogni
di Claudio Montini

Lo confesso, non posso più tenerlo per me, celarlo in fondo all'anima e ai pensieri come un rimorso o una colpa consapevole da non far trapelare ad altra anima viva; sarà un sollievo più che una liberazione poichè il fardello delle conseguenze graverà ancora sulle mie spalle, condizionerà i miei rapporti con l'ambiente e con il mio destino. Questo mondo gira troppo in fretta e non lascia il tempo di riflettere, di scegliere le parole, di farsi domande quali se ne valga la pena esporre le proprie opinioni: vale l'immagine più di mille parole, dicono, vale ancora colpirne uno per educarne cento, l'esibizione muscolare fulminea e inaspettata e vigliacca contro chi è disarmato oppure armato di sana e professionale curiosità, vale la legge della sopravvivenza che vige nella jungla sebbene gli animali abbiano, da millenni, la decenza di mirare a soddisfare i loro stomaci e i loro organi riproduttivi e non alla supremazia sul creato. Ne avrei di cose da scrivere, una al giorno e anche più di una: ma finirei per essere un campione del "copia/incolla" o un retore inutile da speaker's corner in Hyde Park, a Londra, come ben ci descrisse una giovane professoressa di inglese alle scuole medie che aveva trascorso alcuni anni da "au pair girl" nella capitale del Regno Unito di Scozia e Inghilterra, facendoci innamorare di lei e della "british way of life. Parigi non ha mai attirato le mie simpatie e, più che Bonn, Frankfurt am Mein o Munich (Bayern Land) suscitavano maggiore interesse se non altro per la rapidità con cui si erano spurgati delle svastiche nazionalsocialiste e delle macerie dei bombardamenti angloamericani. Passati i quaranta, ho capito che era meglio se facevo pace col mio cervello e mi accontentavo di questa Italietta che lontano dai riflettori, tra la gente che vive la vita di tutti i giorni e fa fatica, sapeva ancora regalare belle soddisfazioni e momenti che scaldano il cuore, a ricordarli in là negli anni; ora ho passato anche i cinquanta, sono un numero nella statistica dei disoccupati, ho ancora la mia valigia di parole e di sogni da vuotare e una promessa fatta a una persona con cui ho scelto di vivere il resto dei giorni; promessa che onoro con abnegazione e convinzione perchè quella persona ha bisogno di me, è stata a un passo dalla morte ma mi è stata restituita e lotta per recuperare una condizione sufficientemente normale: ecco, io l'accompagno in questo lungo cammino e questa è la mia attuale missione mentre, parallelamente, non smetto di costruire il mio magico mondo fatto di sogni e di parole e di idee, dove si ama e si muore ma con la speranza di andare in un mondo migliore, dove si ride e si piange ma solo di gioia e non di rabbia, dove per ogni cosa che che accade c'è un motivo o una ragione, dove la libertà di uno finisce laddove inizia quella dell'altro, dove mi sento libero come un gabbiano sul lago Vittoria nel cuore dell'Africa e non ho nulla da chiedere se non che l'aria sorregga le mie ali. Istintivamente, forse, ho trovato il mio centro di gravità permanente. 

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 immagine di Orazio Nullo "Radioactive fallout"

martedì 31 ottobre 2017

Un racconto per Halloween, riveduto e corretto, tratto da BRICIOLE DI SOGNI NELLO SGUARDO ( di Claudio Montini, Youcanprint 2013)

Minuto di sospensione
(edizione 2017)

di Claudio Montini



Dio creò il mondo e ci mise dentro l’uomo perché si annoiava parecchio: non c’era cantuccio dello spazio e del tempo di cui ignorasse vita, morte, miracoli e che non gli obbedisse ciecamente; voleva qualcosa che mettesse a dura prova la sua pazienza e pure quella delle altre creature, qualcosa di più avvincente e snervante di una partita a scacchi con sè stesso. Col genere umano si divertì fin dal principio: più l’istruiva circa il bene e il male, più quello faceva di testa sua, sbagliando con precisione chirurgica; anzi, pareva che l’istinto per l’errore l’avesse nel sangue, come i suoi piccoli hanno la calamita per le sculacciate e le marachelle. Se l’avesse sculacciato all'epoca della mela, gli sarebbe toccato di ricostruirlo e non è il tipo che faccia due volte gli stessi errori; così fece l’offeso per qualche secolo e si limitò a cacciarlo di casa, obbligando la progenie di Adamo ed Eva al giogo del dolore, della paura, della fatica di vivere. Ma questa, generazione dopo generazione, si adattò e imparò e si moltiplicò senza mai dimenticare quella favolosa età in cui non esistevano nemmeno le parole per identificare le tribolazioni: ancora oggi, fa di tutto per ritrovare e ricreare quelle condizioni, talvolta ricorrendo a metodi non del tutto privi di effetti collaterali. Così ci ritroviamo, ogni giorno che Lui manda in terra, con ingiustizie, soprusi e sperequazioni varie: infatti, preso singolarmente, l’uomo sarebbe pure una bestia intelligente e ragionevole ma, già quando sono solo in due, è capace di diventare una specie più devastante d’un esercito di cavallette. Però, ogni pazienza ha un limite: così Dio, per ricondurre l’indisciplinata creatura sulla retta via per il paradiso perduto, scudiscia e bastona quella che si crede la prediletta, fatta a sua immagine e somiglianza, sbagliando però sovente puntamento dei suoi strali e aumentando la distanza tra terra e cielo con una frattura difficile da saldare, perchè andava riempiendosi di incredulità e diffidenza. Era quello che pensava tutto il paese: il giorno in cui accadde la disgrazia, i primi che appresero la notizia se lo tennero per sè; il giorno del funerale, quelli che non riuscirono a entrare in chiesa e riempirono il sagrato, compresa piazza Brugnatelli e le vie adiacenti, cominciarono a bisbigliarselo; tutti quegli altri che, nei giorni successivi, osservarono i propri figli e non poterono fare a meno di provare a mettersi nei panni dei genitori del ragazzino, se lo dissero apertamente per chiudere il discorso e passare ad altre chiacchiere. Era quello che pensava il fante Poletti, che aveva appoggiato il moschetto modello 91 alla cuspide di travertino dalla parte del proclama del generale Diaz (quello che annunciava la fine dell’unica guerra mai vinta e che lui, con troppi altri, non aveva potuto festeggiare). Era quello che pensava anche Italia, che s’era tolta la corona turrita e aveva gettato l’elmo di Scipio, lasciando che il magone soffocato nelle pieghe del bronzo si sciogliesse, quella notte, in un abbraccio e in lacrime sulla giubba del soldato, di cui, alla luce del giorno, vegliava l'agonia e rendeva grazie eterna per il sacrificio suo e dei suoi fratelli, uniti dal tricolore e dalle stellette, in difesa del suolo e dei confini della patria. Paolo, sceso per primo dalla sua nicchia, era in vena di facezie e provò a fischiettare un motivetto d’un tale, un musicista caraibico, che viaggiava su una nuvoletta azzurrognola e dall’aroma molto pungente. Pietro invece, che era del medesimo umore di quel giorno che parevano essere scappati tutti i pesci dal lago di Tiberiade, proprio quello in cui si presentò il Nazareno che voleva farsi un giretto in barca come se non avesse niente di meglio da fare, guardò l’apostolo delle genti come se volesse incenerirlo. Mettersi a cantare No Woman no cry, stonato com'era, suonava più d’un oltraggio al pudore verso un sentimento di madre, per quanto simbolica e surrogata che Italia potesse essere, che una sciagura per i padiglioni auricolari: era una cattiveria gratuita e non volle trattenersi dalla rampogna. «Certo che, a te, la caduta sulla via di Damasco deve aver procurato dei danni davvero gravi. Dimmi un po’, la testa l’hai battuta più forte allora o quando te l’hanno spiccata dal collo, a Roma, lungo la via consolare?» «A te, invece, va sempre così in fretta il sangue alla testa perché, per farti perdonare dal capo, ti sei fatto crocifiggere a testa in giù?» Questo era un colpo davvero basso. Pietro ci rimaneva ancora male per quella faccenda e Paolo lo sapeva bene, ma era l’unico modo per troncare di netto la discussione: infatti il pescatore si chiudeva in un silenzio imbronciato, addirittura granitico, che era l’unico modo che conoscesse per trattenere le lacrime e nascondere la pena. Sebbene si fossero chiariti, col Nazareno, lo sentiva ancora nelle orecchie quel gallo cantare tutte le volte che, tanto in cielo quanto in terra, si rammentavano i fatti di quei giorni: ancora si vergognava e si sentiva indegno d’essere stato scelto per essere a capo della comunità di coloro che, pur non avendo visto e toccato come Tommaso, avevano creduto alla buona novella del Maestro e alla sua promessa. Italia ora aveva gli occhi asciutti e, avuta la muta approvazione del fante Poletti, lasciò le sue braccia per andare incontro ai due bisbetici vegliardi con l’aureola. Aveva visto troppe ingiustizie compiersi in nome di Dio, del re o di chiunque altro si arrogasse il diritto di elevarsi sugli altri suoi simili e dettare loro legge, da parte di ogni pusillanime invasato che fosse passato per le terre cui lei dava il nome, per non cogliere al volo l’occasione di domandare spiegazioni a chi Dio, o almeno il suo Figlio unigenito, l’aveva visto in faccia. Credeva alla fortuna piuttosto che al destino, credeva ai principi dell’azione e della reazione piuttosto che alla giustizia, umana o divina che fosse, credeva al tempo che passa facendo come più gli piace e smussa gli spigoli della Storia. Non accettava il fatto che fosse la morte l'unica soluzione, l’unica punizione efficace, l’unica lezione che costringesse a cambiare, a maturare, a rinnovarsi: meno che mai quando era un ragazzino con tutta la vita davanti da vivere, da scoprire, da sbagliare e da ricominciare. Stava per rovesciare addosso ai due campioni della fede e del martirio, tutti i dolenti dubbi che la gente macerava in cuore ma non era stata capace di consegnare alle parole di una preghiera, nonostante fosse straripata dalle vie del paese sulla piazza per riempire la chiesa dove molti non avevano trovato posto, per abbracciare lo sgomento dei genitori, per avere un segno dal cielo che aveva voluto con sé la madre delle madri, Maria, il medesimo cielo che li aveva scampati, secoli prima, dalla grandine e dalla carestia ma che ora restava muto nonostante la domanda aleggiasse nell'aria e nelle cose inanimate. Era pronta a farlo ma si bloccò come se fosse testimone e protagonista di un miracolo, pur essendolo già lei e il fante Poletti e Pietro e Paolo che si davano convegno in quello slargo, dove via Caduti per la Patria si confondeva col sagrato della Beata Vergine assunta in cielo. Era mezzanotte da un minuto, tutte le strade del cielo e della terra erano accese, ma il creato non l’aveva mai saputo, non lo sapeva, non l’avrebbe mai saputo. Era un regalo di Dio per non soffocare la speranza, per dare una risposta, quasi consolatoria, all'ultima cruciale domanda: immobilizzava il tempo e lo spazio affinché i piani paralleli della vita si toccassero e si facessero, reciprocamente, coraggio per continuare il cammino nel giorno appena iniziato. Era un miracolo piccolo come un fazzoletto ricamato a mano, di quelli da conservare vicino al cuore e da gualcire il giorno che si sarebbe dovuti partire per sempre. Italia se ne era dimenticata, presa com'era dal dolore di avere perduto un altro figlio per futili motivi; Pietro, Paolo e il fante Poletti, che avevano usufruito di quel dono, ciascuno a suo tempo, sorrisero al nuovo venuto. Il ragazzo venne spingendo il suo scooter e scese issandolo sul cavalletto; carezzò il viso di Italia, giusto per asciugarle una lacrima impertinente che aveva attraversato la guancia: poi parlò a tutti loro. «Il mio tempo non è più il presente e nemmeno il futuro: il mio tempo è l’imperfetto. Vi confesso che, sulle prime, non ero affatto contento di questo mio nuovo stato. Io volevo solo fare un giro in moto, provarla a manetta, prima di ritornare sui libri a sforzarmi di riempire la testa di tutte quelle noiose nozioni...No...Non me l’aspettavo che accadesse proprio a me, non l’avevo chiesto né voluto: avevo una vita davanti e avevo anche trovato con chi condividerla. Poi, dopo il buio, seguendo nella luce una voce che chiamava il mio nome ho visto ogni cosa di me, della mia storia, del mio posto in un disegno più grande cui anche io avevo dato qualcosa per realizzarsi. Allora, ho capito tutto. Sono in pace con quel che resta di me e con quel che è stato reso a chi mi inviò tra le braccia dei miei genitori.» Si interruppe, abbassando lo sguardo attraversato da una sottile ansia d’essere creduto e mille altri pensieri, come accade ai ragazzini; riaccese il sorriso e proseguì con dolcezza. «Già...i miei genitori...proprio adesso che avevamo trovato il modo di comunicare...anche tra di noi... Chissà se, in questo primo minuto del nuovo giorno, staranno facendo l’amore... Sarebbe...bello, sì!... Anche solo per consolarsi, per farsi coraggio a vicenda, per aiutarsi ad aspettare senza troppa malinconia il giorno in cui ci ritroveremo... Bene, vorrà dire che entrerò in punta di piedi nei loro sogni e lascerò poche parole che sciolgano il dolore! Chiederò loro di preparare una stanzetta nel cuore per tutte le volte che potrò tornare, perché il cielo è grande ma non abbastanza per contenere il nostro amore, infinito come questo minuto che avvicina la valle di lacrime alla luce della verità e della vita.... Scusatemi, ora dovrei andare...» Così, spinse giù la moto dal cavalletto e scomparve lungo la discesa che digradava fino al bivio e che, a sinistra, portava a quella che era stata casa sua. Piazza Brugnatelli, si svuotò in un’istante: Pietro e Paolo ripresero posto nelle loro nicchie a lato del portone della Chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria Assunta in Cielo; Italia riprese ad assistere all'ultimo respiro del valoroso fante Poletti sul Carso insanguinato e liberato dall'austriaco invasore. Una folata di ponentino accarezzò le fronde dei castagni vicini al monumento, rimettendo in moto l'universo e le lancette del campanile.


(c) 2013-2017 testo di Claudio Montini
(c) 2016 Immagine di Orazio Nullo "Miracles and desire's night"


domenica 29 ottobre 2017

Un messaggio dal cielo o solo una bella cartolina?


Avviso di sfratto a un ospite distratto?

di Claudio Montini
L'insolito tepore del mese di ottobre, a cavallo del 45° parallelo, ha generato un tramonto dai toni d'aurora boreale, con tinte acide ed elettriche, che i più audaci sognatori hanno salutato come raffigurazioni plastiche delle esplosioni di plasma a ridosso della corona solare (evento da cui nascerebbe il cosiddetto vento solare che le fasce di Van Halen contribuiscono a deviare). La fluida velatura delle nubi poco consistente ha contribuito a creare un drappeggio affascinante, quando non elegante e inquietante al tempo stesso, sopra le teste del nugolo di fotografi telefonisti che hanno dato il meglio di sè per catturare l'attimo fuggente di cui si è ammantato l'orizzonte. Anche io ho ceduto alla tentazione e ho fatto i miei bravi scatti, complice la passeggiata serale per le campagne con il cane Leone; ma subito dopo, me ne sono pentito e sono stato preso da una lieve angoscia: se invece di un bello spettacolo offerto da madre natura, si trattasse dell'ennesimo grido d'allarme lanciato da lei stessa? Vale a dire: se anche questo spettacolo, unito alle temperature fuori dall'ordinario per il periodo, la siccità che sta mettendo in ginocchio il nostro ecosistema e agevolando le scellerate incursioni di piromani armati da malavitosi ingordi, i fortunali tropicali che cambiano rotta e si abbattono altrove seguendo la corrente del golfo e traversando oceani interi, non fossero altro che un pressante invito a modificare abitudini e atteggiamenti nei confronti degli equilibri ecologici del pianeta che chiamiamo Terra, onde evitare di ridurci a un sasso senza atmosfera nè acqua che orbita intorno a una stella che invecchia? Le nuvole, mi spiegava alla scuola elementare la maestra, sono il risultato di più forze convergenti e di più eventi contingenti ovvero il vento che è generato dal movimento rotatorio del pianeta che trascina la massa d'aria umida che, salendo si raffredda e condensa l'umidità stessa in ammassi che sono in balia del vento, della gravità e della rotazione di cui sopra perchè, comunque, sposta tutta l'aria che però è anche riscaldata dal sole che, contemporaneamente, la illumina. Lui lo fa da miliardi di anni, forse senza consapevolezza: noi che ci crediamo intelligenti, ci stupiamo ogni volta e pensiamo che non possa finire nè cambiare mai perchè non sappiamo guardare nemmeno più in là del naso della generazione che ci succede. Godiamoceli questi attimi, perchè se non cambiamo atteggiamento mentale, il pianeta potrebbe decidere di fare a meno di noi.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Claudio Montini
    

sabato 28 ottobre 2017

Costituzione della Repubblica Italiana: articoli 27 e 28


Articolo 27

La responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.


Articolo 28

I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.

Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Fishermans village"

Europa game over

Europa game over
di Claudio Montini

Il continente che ha dato i natali a furbi contrabbandieri, conquistatori e rapinatori di terre e ricchezze altrui, corruttori e distruttori di civiltà ritenute inferiori per mandato divino, ha definitivamente esalato l'ultimo respiro con la dichiarazione d'indipendenza di una regione del Regno di Spagna. Se esistevano dubbi sulla inconsistenza delle istituzioni europee, eccezion fatta per quelle finanziarie e monetarie, il parlamento della Catalogna, con la scellerata ma scontata votazione sulla dichiarazione d'indipendenza della regione, li ha fugati tutti. A caldo, gli altri stati diranno che non la riconosceranno ma è molto probabile che finiranno per trovare una scappatoia e un'accomodamento sarà messo in atto in un tempo assai breve: l'Europa dei bottegai non si smentirà neppure questa volta, purchè i profitti rimangano invariati e le voci di dissenso seguitino a manifestarsi per dare l'illusione di una inossidabile democrazia. Certo, comunismo e fascismo sono crollati come giganti dai piedi d'argilla sotto il peso e, paradossalmente, l'inconsistenza della loro burocrazia assoluta e cieca: accadrà la stessa cosa per l'Unione Europea, strumento di canalizzazione di fiumi di denaro che altrimenti farebbero solo un po' più di fatica a spostarsi da una banca all'altra, da una tasca all'altra, per generare altro denaro e non benessere, infrastrutture, assistenza ai bisognosi e, con gli spiccioli, un po' di carità al terzo mondo. La situazione è anche peggiore di quella immaginata da Orwell in 1984 e ancora più grottesca della leggenda per cui l'orchestra seguitò a suonare durante l'affondamento del Titanic. In Italia, qualcuno fece scrivere sui muri che il popolo che dimentica di studiare la storia è destinato a riviverla: se, disgraziatamente, quel qualcuno non lo avesse fatto ma l'avesse detto qualcun'altro il cui nome ora mi sfugge...ciò non toglie che avesse ragione da vendere ma che aveva riciclato un'assunto di Giovan Battista Vico, filosofo barocco italiano, che sosteneva la ciclica ripetizione degli eventi storici quattrocento anni prima di me.

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Betraied hopes" 

martedì 24 ottobre 2017

Abbiamo vinto...la solita aria fritta!

I Lombardi, i Veneti e l'aria fritta che sa di vittoria
di Claudio Montini

Ci vuole un bel coraggio a dire che hanno vinto i lombardi, con solo il 39% scarso di aventi diritto che si è recato ai seggi elettorali consueti per provare i nuovi giochini elettronici voluti dalla presidenza leghista della regione che si crede ancora polo economico-finanziario dell'Italia. Piaccia o meno ai professori che abbondano nella rete informatica mondiale così come abbondavano al Bar Sport o al Bar centrale (per non dire del Bar Cooperativa del Popolo) del mio paese, le stanze dei bottoni dell'economia e della finanza e della produzione industriale si sono spostate altrove, da almeno una quarantina d'anni: per qualche tempo hanno villeggiato tra la laguna che vide i fasti della Serenissima e il Piave (solo così si spiega l'alta affluenza registrata in Veneto allo Zaia Show), posso concederlo, ma ora tutto si svolge e decide in una sorta di iperuranio avulso dai contesti geopolitici che si ostinano a insegnare nelle scuole, ovvero in una sorta di quarta dimensione dove non conta la tessera politica nè l'ideologia e nemmeno la fede religiosa, ma soltanto il bilancio in partita doppia e la cassa entro cui far scorrere i denari o lasciarli riposare in attesa di tempi migliori. Domenica 22 ottobre e nei giorni seguenti, è andata in scena una tragica farsa spacciata per democrazia e rispetto delle norme di legge, in primis costituzionali: si è trattato invece di un grottesco regolamento di conti tra correnti di partito (leggi Lega Nord) finanziato e benedetto da soldi pubblici (cioè le tasse dei cittadini) e dalle istituzioni repubblicane italiane, forti del dettato della legge più bella e inapplicata mai promulgata. E' stata la dimostrazione, plastica e pleonastica, della distanza siderale tra paese legale e paese reale: quello che è stato chiesto ai cittadini è il permesso di fare una azione che è già facoltà, a questo punto anche dovere, dei governatori e delle giunte di governo di tutte e venti le regioni che compongono la Repubblica Italiana, comprese quelle a statuto speciale, ovvero dotarsi di una legge regionale che preveda la richiesta di maggiori competenze, indichi le modalità per ottenerle ed espletarle, specifichi i costi e le risorse necessarie per attuarla e sia indirizzata al Potere Esecutivo affinchè intavoli una mediazione in vista della piena realizzazione delle istanze in essa contenute. La Regione Emilia Romagna l'ha già fatta, approvata e presentata al Governo; il Veneto l'ha approntata e l'approverà cercando di usarla anche come strumento di persuasione; la Regione Lombardia non ne ha nemmeno sentito parlare e nemmeno c'è uno straccio di bozza: era troppo impegnata a trovare i soldi per i videogame e per pagare le forze dell'ordine che hanno svolto il consueto lavoro di presidio dei seggi elettorali, per non dire dei poveri tapini che si sono visti scippare un fine settimana come presidenti e scrutatori. La triste realtà, meschina e deformata fin che volete...ma non mi dite che non ci avete pensato anche voi, è quella per cui all'interno della Lega Nord ci sia stato un conteggio delle forze relative alle anime che, sotto la camicia verde, si agitano alle spalle del segretario federale: a parte piccole frange estremiste, per altro già trombate alle passate consultazioni, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno inviato un velato messaggio al candidato primo ministro Matteo Salvini, dal momento che oggi contano i numeri e le statistiche più dei proclami, ovvero fai pure la corsa per Palazzo Chigi ma bada di non ignorarci poichè abbiamo i numeri per azzopparti e prendere il tuo posto anche dalle nostre poltrone di governatori di regione. Il tutto alla faccia dei disoccupati, delle aziende in crisi, delle collusioni con la malavita, con le deficienze in tema di infrastrutture, assistenza sanitaria, sicurezza spicciola e macroscopica dei nostri borghi come delle nostre città: vale a dire alla faccia del popolo che, a parole, è loro tanto caro e che ha pagato tutto quanto. Allora, lombardi, siete davvero sicuri di avere vinto qualcosa che non sia altro che aria fritta?
(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2012 Immagine di Michele Pini dal diario facebook