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domenica 22 dicembre 2019

LETTERA DI NATALE di Claudio Montini da "MOTEL PROXIMA CENTAURI" 2019 Streetlib Selfpublishing

di Claudio Montini
Caro Babbo Natale,
sono passati tanti anni dall'ultima volta che ti ho scritto, perciò capisco lo stupore che ti si è dipinto sul viso; non che avessi mai creduto che potesse arrivarti alcunché, dal momento che nessuno sapeva l'indirizzo completo oppure era tanto vago da parere inverosimile. Finlandia o Circolo Polare Artico, con tutta quella neve e quel ghiaccio, era un posto impossibile anche per il postino più temerario come il signor Pietro che, in bicicletta con ogni tempo, non fece mai mancare a me una copia di TOPOLINO, a mio padre IL SOLE-24 ORE e a mia madre le bollette. Però, a quell'epoca le elementari erano ancora una scuola seria, con il loro crocifisso appeso al muro, il grembiulino uguale per tutti e una maestra cui si poteva dare solo del lei: la "letterina a Babbo Natale (o a Gesù Bambino)" era un'attività scolastica come le altre, sebbene il voto sarebbe confluito in quella voce indefinita detta condotta.
Ad essere sincero, non abbiamo mai avuto bisogno di mandarti messaggi perchè abbiamo avuto la fortuna (Dio solo sa quanto duri poco quella degli uomini) di avere una mamma e un papà che sapevano leggerci dentro come fossimo libri aperti: non ci è mai mancato nulla e, spesso a sorpresa, ricevevamo anche un... "giontino"! Ma sì, il "giontino" ovvero quel guizzo di genio aggiunto al dono, ciò che lo rendeva indimenticabile. Bastava che facessimo il nostro dovere con coraggio e con entusiasmo, come facevano loro, e andare bene a scuola tanto quanto non cacciarci nei guai nel tempo libero era il nostro lavoro e la nostra missione. Quando dico "noi" non lo faccio per darmi delle arie con il plurale maiestatis, come certi scellerati buffoni catodici: è più semplice di così: siamo tanti fratelli e, siccome io sono il poeta di famiglia, tocca a me prendere i loro reconditi moti dell'anima e forgiarli in parole da affidare al vento, affinchè volino lassù da te e poi oltre le stelle.
Quest'anno portaci pure un bel niente, ma portati via questa malinconia che è peggio della malattia che vinse, troppi anni fa, la sua battaglia e li riconsegnò al cielo; quando arrivano questi giorni, da queste parti fa freddo perchè siamo d'inverno: ma in casa nostra e nei nostri cuori fa un po' più freddo e la lacrimuccia è sempre dietro l'angolo delle ciglia, pronta a tuffarsi giù.
Ecco, allora, dovresti dirgli, a loro e a Colui che lassù risiede, che, se il destino ha vino una battaglia, la guerra l'abbiamo vinta noi: perchè non se ne sono più andati dai nostri cuori, dai nostri pensieri, dai nostri passi in questo piccolo e pazzo mondo. Hanno solo cambiato casa: prima, c'erano per tutti e ora sono dappertutto; apparecchieremo la tavola e la imbandiremo come si deve, arricchendola di cose buone da bere e da mangiare: o a Natale o a Santo Stefano, troveremo il modo di esserci tutti e saremo tanti, proprio come una volta; coi bicchieri pieni e levati faremo festa e parleremo e guarderemo le vecchie fotografie. Non ci saranno sedie vuote perchè l'amore, capace di dilatarsi oltre i confini del tempo e vincere la morte, con i nostri ricordi occuperà anche quelle vuote. Quando sarai tornato dal giro, quando avrai vuotato i sacchi di regali e staccato le renne, prima di andare a riposare, ecco, ci piacerebbe che portassi loro un nostro messaggio, perchè siamo convinti che ci veglino ancora.
Ciascuno suo tempo e ognuno a suo modo, ritroveremo la strada per la casa del Padre: non abbiamo dubbi che sarete sulla soglia pronti ad accoglierci, sereni , belli e sorridenti come non mai. Allora, basterà un'occhiata a capire se abbiamo speso bene i nostri talenti, grazie ai vostri insegnamenti.
L'avevo scritto su un biglietto a parte, ma non ti devi affannare a consegnarlo: penso che lo abbiano già sentito mentre noi dobbiamo ancora scrivere i pensieri per riuscire a ricordare. Però, facci questo piacere perchè il regalo vero non è mai nell'oggetto che si dona, ma nel pensiero e nell'affetto di cui esso è testimone.
Grazie, Babbo Natale!

©2015-2019 Testo di Claudio Montini 
©2016 Immagine di Orazio Nullo "Miracles and desires night"

giovedì 19 dicembre 2019

Una passione mai spenta...

Il basketball è di nuovo a Pavia

di Claudio Montini

Finalmente, si è riaccesa la passione per la palla spicchi: quella che, in canottiera e pantaloncini o in maglietta della salute, butti dentro un cesto di corda appeso al cielo e difendi con le unghie e coi denti; non importa se è cemento o terra battuta, ci basta un tabellone per ritrovare entusiasmo e corsa e salto e occhi per leggere il movimento, per un salto o un lancio o un blocco senza guardare a liberare un compagno al tiro. Vince chi ne mette dentro una di più e chi gestisce meglio il tempo, ma non vince da solo: in campo e fuori tutti cantano e portano la croce finchè una sirena non detterà la pace e ci prepareremo a un'altra partita. Come nella vita, un orbita azzeccata e un giro di lancette valuteranno la nostra giornata: da domani ricominceremo a provare a vincere.
Bentornata Pavia dei canestri: nemmeno noi abbiamo più lacrime in tasca.

©2019 Testo Claudio Montini
©2017 Immagine di Orazio Nullo "Bonfire burns through the night"

sabato 5 ottobre 2019

Contrordine compagni...

L'esperienza con la piattaforma Altervista è stata alquanto deludente: ragion per cui ho deciso di ritornare in Blogger e aprire un nuovo blog di natura prettamente letteraria, cui probabilmente faranno seguito altri di tema e genere totalmente differente. Dipende da Blogger, da come si comporterà, anche se ho già notato che altri "colleghi" hanno dovuto chiudere il vecchio sito e aprirne uno nuovo in concomitanza con la chiusura di G+.
Se volete leggermi di nuovo, in maniera aggiornata e continua, seguitemi su https://gemelli66.blogspot.com e buona lettura!
Vostro Claudio Montini

lunedì 15 luglio 2019

Se ancora vi fa piacere leggermi seguitemi su https://fuoricontesto.altervista.org/ . A presto.
Claudio Montini

venerdì 31 maggio 2019

Comunicato dell'autore

Il blog chiude i battenti fino a che Blogger non risolverà i suoi problemi di caricamento delle immagini.
A breve, vi farò sapere dove potrete leggermi nuovamente.
Claudio Montini

mercoledì 15 maggio 2019

Auspicio per il futuro

Saprai fare la differenza?


di Claudio Montini

Caro signor sindaco prossimo venturo,
non riesco a immaginare la tua faccia e neppure se io abbia scritto il tuo nome sulla scheda elettorale; dopo una estenuante campagna elettorale, condotta alla ricerca dei difetti degli avversari e alla trita riproposizione di promesse vaghe e mirabolanti insieme, sarai ancora ubriaco di soddisfazione per il successo conseguito: spero che la sbornia ti passi in fretta, quando ti troverai davanti al vassoio di patate bollenti e spinose e maleodoranti che ti ha lasciato in eredità il tuo predecessore, anche nel caso in cui ti fosse riuscito di fare il bis convincendo anche i tuoi concittadini a darti un'altra opportunità. E' vero, sono d'accordo con te: noi italiani siamo fatti male, ci aspettiamo sempre un salvatore della patria, un eroe, un cavaliere e un capitano coraggioso che salvi, con abilità e scaltrezza, capre e cavoli a tutti quanti stanno affacciati alla finestra o stravaccati intorno ai tavoli di un bar a guardare il mondo e le stagioni passare, aggiornando quaderni di doglianza ma guardandosi bene dal produrre iniziative. Io che sono un "signor Nessuno", non conto niente, scrivo al vento e mi illudo di poter campare delle mie parole stampate, mi sono profondamente stancato di leggere programmi elettorali e dichiarazioni retoricamente ineccepibili, ma vuote come un uovo di cioccolato di pessima qualità e senza nemmeno la sorpresa dentro, che si rivelano un minestrone di verbi al futuro conditi da fumo e bagliori da specchietti delle allodole. La realtà dei giorni che viviamo sulla nostra pelle è cosa assai diversa e ben più dolorosa: perciò mi aspettavo, mi aspetterei e mi aspetto che, la prossima volta che ti viene voglia di candidarti per qualsiasi carica pubblica (da sindaco uno potrebbe ben ambire a uno scranno in regione e, perchè no?, magari a Montecitorio), tu non perda tempo e fiato e carta e soldi a rinfacciare demeriti altrui ma proponga, spieghi, progetti, dimostri cosa concretamente puoi fare di differente, di migliore, di auspicabile e fattibile in tempo zero per tutti noi che ci ostiniamo a credere che la politica democratica possa fare la differenza tra il sopravvivere in un mondo di furbi e il crescere in un mondo di liberi e uguali.

© 2019 testo di Claudio Montini
© 2011 Foto di Orazio Nullo - Arenzano (GE) Castello, sede municipale.

domenica 5 maggio 2019

Dalla cambusa di Zio Propano: PASTICCIO DI UOVA E ZUCCHINE (quasi una frittata...!)

TRE QUARTETTI 
FAN LA FRITTATA 
di Zio Propano

Tre quartetti fan la frittata e la danno anche a Crapa Pelata perchè non amano le ingiustizie, per di più a tavola! Le zucchine, grazie ai produttori di ortaggi di quarta gamma, si trovano in commercio quasi tutto l'anno e, averle nel frigorifero, risolve un buon numero di problemi riguardo ai contorni.
Sì, d'accordo, ma chi sono codesti quartetti? Leggete bene la lista della spesa...
  • 4 zucchine verdi medie (se anche fossero quelle dalla buccia più chiara, è uguale)
  • 4 uova intere di gallina (mi raccomando, i gusci...no!)
  • 4 fette di taleggio (spessore max millimetri 5, peso per fetta 30 grammi circa; se avete la forma intera dividetela in quattro e con due fette ve la cavate; se trovate le porzioni da ottavo di forma, limitatevi a fare le fette necessarie secondo le specifiche indicate: tutto ciò a beneficio dei “farmacisti pignoli”che, a questo punto saranno spuntati come funghi…)
  • Mezza cipolla dorata
  • una tazzina da caffè di latte vaccino (intero o parzialmente scremato non c'è problema; se siete più comodi col bicchiere, ne basta mezzo)
  • Un bicchiere di vino rosato o bianco (a piacere) purché frizzante
  • Burro q.b.
  • Grana padano/ parmigiano reggiano q.b. 
  • Sale, pepe e noce moscata q.b.
Tagliate le zucchine a rondelle, salate e pepate a pizzichi e a piacere mescolando con le mani o con cucchiaio e forchetta come se si trattasse di un insalata, quindi bagnatele con il vino: basterebbe mezzo bicchiere (quel che resta lasciatelo al cuoco...) ma, in ogni caso, lasciatele riposare in una ciotola sigillata con pellicola trasparente (se disponete di contenitore con coperchio ermetico, è ancora meglio) in frigorifero per 15 o 20 minuti al massimo. Visto che avete tempo, imburrate per bene la terrina e poi affettate la cipolla il più sottile possibile ma senza attentare alla salute delle vostre dita; disponete le fette fino a coprire il fondo della terrina di cui sopra e spolverate con noce moscata e pepe. Rompete le uova in una ciotola, aggiungete il latte, un pizzico di sale e poi sotto con le fruste a manovella (o quelle elettriche) in modo tale che si incorpori anche l'aria nel fluido che si formerà nella ciotola, ricco di bolle d'aria scoppiettanti: non serviranno che pochi minuti per arrivare al punto giusto. Ora versate le zucchine insieme al liquido di marinatura nelle uova sbattute, mescolate con forchetta e cucchiaio, quindi trasferite il tutto nella terrina già pronta; livellate con il cucchiaio, cospargete di formaggio grana grattugiato e disponete le fette di taleggio sopra il grattugiato, come una grossolana copertura. Non vi resta che infilare in forno a microonde la terrina carica di tutto questo ben di Dio e cuocere per 12 minuti alla massima potenza prevista (o almeno 1000W), lasciando riposare la pietanza per un ulteriore minuto in forno prima di portare in tavola.

©2019 Testo e ricetta di Claudio Montini
©2016 Immagine di Orazio Nullo  

martedì 30 aprile 2019

Primo Maggio 2019: festa del lavoro?

Andate avanti voi...a me viene da ridere.

di Claudio Montini

Costituzione della Repubblica Italiana (1948) - Articolo 1

L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. 
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Basterebbero queste due frasi a spazzare via equivoci e fraintendimenti o, peggio, simpatie malate e ammiccamenti più o meno palesi a ogni sistema totalitario e prepotente, di qualsiasi colore siano le sue camice: lo scopo di questi ultimi è solo quello di fare soldi e soddisfare le proprie pulsioni animalesche, giammai il benessere comune e il progresso verso un mondo migliore e pacificato ed egualitario. Domani è il primo giorno del mese di maggio, è la festa dei lavoratori, la festa del lavoro inteso nel senso più ampio e nobile del termine, la festa di chi fa o produce o immagina qualcosa di bello per sé e per gli altri. Ma il lavoro o il lavorare, scegliete voi quale accezione vi fa più comodo, ha numerose sfumature o sfaccettature o interpretazioni persino definizioni: però tutte hanno il comune denominatore della fatica, del sudore, del dolore così come spesso del sopruso, dell'abuso, dello spietato sfruttamento. Anche quando ci stiamo divertendo, anche quando crediamo di spendere liberamente del nostro tempo libero, anche quando ci dimentichiamo del passato e delle sue spine, dei suoi chiodi, dei suoi manganelli e delle spranghe o delle chiavi inglesi, delle bombe sui treni e nelle stazioni per farci rodere dalla paura di uscire di casa, di dire basta e di pretendere un pezzo di spiaggia al sole col mare e un gelato al limone, un tetto sulla testa che non crolli alla prima scossa di terremoto, un piatto di minestra tutti i giorni e una maestra che ci insegni a leggere e scrivere e far di conto e a pensare con la nostra testa, così che non serva solo a portare il cappello e a ospitare la bocca per osannare uno meno cretino di noi, appollaiato come un corvaccio nero di sventura, sopra un balcone che sbraiti di sacrificarci andando avanti noi perchè a lui viene da ridere vedendo una marea di allocchi senza memoria col braccio teso al cielo. Almeno per questo giorno, lasciamo riposare in pace i morti del passato e proviamo a immaginare il modo per cui non ce ne siano più in futuro, né sui campi di battaglia né sui posti di lavoro: facciamo pace col cervello, leviamoci paraocchi e fette di salame sugli occhi affinché non sia un fungo lucente più di mille soli a illuminare un'avvenire di cadaveri e tronfi signori della guerra e delle mosche. Buon Primo Maggio a tutti, buona festa del lavoro a chi ce l'ha, a chi sogna ancora di trovarlo, a chi ha già smesso ma non è ancora così disperato da voler uscire di scena.

© 2019 Testo di Claudio Montini
© 2016 Immagine di Orazio Nullo "Basic principle"

venerdì 26 aprile 2019

Dalla cambusa di Zio Propano: strinkun d'arans, un cocktail "povero" che fa anche l'aperitivo!


STRINKUN D'ARANS
Un cocktail buono anche da aperitivo e viceversa
di Zio Propano

Se l'analcolico biondo fa impazzire il mondo, ma non voi; se il bitter e lo spritz vi fanno, più o meno lo stesso effetto; se non li avete inclusi nella lista della spesa e vorreste, tuttavia, concedervi qualcosa di originale, fruttato e lievemente alcolico prima di mettere la forchetta a centro piatto, con le gambe sotto al tavolo, preparatevi uno strinkun! Un...che??? Un cocktail semplice e naturale con poche povere cose che avete già a portata di mano, non serve consultare wikipedia o baristi on line.
Per 750 millilitri di strinkun d'arans (se siete soltanto in due come la Jena Sabauda e Zio Propano), procuratevi: 
  • 2 arance tarocco rosso (calibro 4/5 con buccia sottile sono l'ideale; ma anche biondo o washington navel vanno bene: se sono italiane e sugose, non state a cavillare e spremete!)
  • 1 limone (basta che sia italiano)
  • 200 millilitri di acqua naturale (o lievemente frizzante o del pozzo o dell'acquedotto: le bollicine ce le mette il vino....)
  • 300 millilitri di vino rosato frizzante (oppure bianco frizzante, al limite per i più raffinati, spumante brut: basta che abbia un sacco di bollicine, che sia vivace ma non ingombrante)
Spremete le arance e il limone versando i succhi in una brocca graduata unica, aggiungendo loro un terzo della polpa che resta nella griglia dello spremiagrumi: mi raccomando solo quella bella e non gli eventuali semi di cui, specialmente il limone, possono essere naturalmente dotati. Incorporate alla miscela di agrumi l'acqua prevista aiutandovi con le tacche della brocca, mescolate con un cucchiaio e lasciate riposare per qualche istante: quindi fate altrettanto con la quantità di vino indicata nell'elenco degli ingredienti, mescolando brevemente e stivando il tutto in frigorifero a rinfrescarsi ulteriormente, al limite, coprendo con della pellicola la bocca della brocca se non disponete di una bottiglia con tappo a vite (anche di plastica, come quella delle bibite o dei succhi di frutta formato famiglia, quelle da un litro, per esempio). Infatti, evitando la naturale volatilità della componente alcolica del vino, potreste anche capovolgerla e scuoterla prima di servire il contenuto ben freddo nei vostri bicchieri e augurarvi ogni bene e tanta salute. Va da sé che, se siete una squadra ben più numerosa, dovrete aggiustare con le debite proporzioni le quantità degli ingredienti: a titolo puramente indicativo, un'arancia e un centinaio di millilitri tanto d'acqua quanto di vino a testa, con un limone ogni due persone, vi porteranno al successo. Se le arance latitano (in alcuni periodi dell'anno accade ed è giusto che sia così), lo strinkun si può confezionare ugualmente ma non sarà più “Strinkun d'arans” (strinkun di arance): in fondo, si tratta di mescolare succo di frutta (magari ottenuto tramite centrifuga o riduzione in purea) con succo di limone e vino frizzante, così come venne in mente di fare ad Arrigo Cipriani col succo di frutta alla pesca e il prosecco.

©2019 Testo e ricetta di Claudio Montini
©2016 Immagine di Orazio Nullo

lunedì 22 aprile 2019

Non sono più solo trenta denari...


In conto proprio

di Claudio Montini
Troppo facile indignarsi e scrollare le spalle, o peggio voltarle, di fronte a certe sfrontate violazioni del buon senso ovvero di tutto quello che dovrebbe distinguerci dagli altri animali: a parole siamo tutti eroi e leoni e paladini della giustizia e dell'equità sociale. In realtà ci basta una spinta di polpastrello sul pulsante giusto e passiamo oltre, o cambiamo canale, con la rapidità di uno starnuto o di un peto che tormenta l'epitelio intestinale facendoci sudare d'imbarazzo, prima di trovare da sé la via d'uscita in atmosfera. Soltanto la morbosa attenzione alla contabilità dei cadaveri e alla fiera del dolore esibito senza vergogna né pietà, per chi soffre e per chi assiste, dai mezzi di comunicazione e confusione e mistificazione di massa ci costringe a ringraziare il cielo per lo scampato pericolo, così come a interessarci di uno scampolo di mondo in cui probabilmente non metteremo mai piede e non vorremmo vedere approdare alle nostre latitudini. Eppure, quella gente esiste e tira a campare e fa figli e li manda a scuola e prova a tirarli su, con la speranza che possano avere qualcosa di meglio e di pulito e di sano, chi se ne importa quale Dio si debba poi omaggiare o ringraziare, basta che ci sia cibo e soldi per tutti e per ogni alba e ogni tramonto che si inseguono fin dalla notte dei tempi, basta che non ci sia la guerra e la paura che è figlia sua e della morte che ci accompagna fin dal primo vagito che strilliamo al cielo da cui siamo stati espulsi. La Storia si ripete, cambia soltanto teatro, ma si ripete uguale a se stessa: in Sri Lanka come in Italia, in Ukraina come in Venezuela, in Sudan quanto in Nigeria o Libia o Palestina: non è mai stato Amore che muove il sole e le altre stelle, mio buon messer Alighieri da Firenze, bensì il denaro che muove gli ingranaggi dell'ingiusto meccanismo complesso che ci ostiniamo a chiamare vita, in occidente e nel vecchio continente che ancora si illude di dettare regole di civile comportamento. La religione è un diversivo assai efficace, moltiplica gli obbiettivi potenziali, rinforza la volontà con balsami e fragranze immateriali ma gli scopi rimangono solo quelli di mettere le mani sul malloppo monetario o impedire che venga distribuito, perchè le tasche piene riempiono la pancia che permette alla testa di pensare, di nuovo, per conto proprio. 
©2019 testo di Claudio Montini
©2018 Immagine di Orazio Nullo "Bitter goblet" Atelier des pixels collection

lunedì 15 aprile 2019

GLI ATOMI micro romanzi per chi va di fretta

Leggere per credere, pensare, vivere meglio!
di Claudio Montini
Da più di un anno, è in circolazione sugli store elettronici di tutto il mondo la serie di romanzi, anzi, micro romanzi GLI ATOMI prodotti da me pensando a coloro che vanno di fretta e sono restii ad affrontare la lettura di un romanzo che superi le duecento pagine, dalle trame complicate e dai numerosi personaggi spesso in contrasto o in competizione o in combutta tra loro. Sono storie semplici e fragranti come il pane appena sfornato dal panettiere sotto casa, che scorrono come un racconto e hanno la struttura in capitoli come un romanzo a puntate, per non perdere mai il filo del discorso e durano poco più di una sigaretta o di una fetta di torta, stordiscono meno di un prosecco corretto col Campari e rinfrescano la mente più di una bibita ghiacciata. Aiutano anche ad aspettare che il treno arrivi a destinazione, il medico o il dentista si occupino di noi, rasserenano una giornata nata storta e finita...non del tutto bene! Non hanno controindicazioni, nemmeno per le donne in gravidanza; creano dipendenza, questo devo ammetterlo (oltre che sperarlo), ma solo per la voglia di tornare a usare la massa gelatinosa contenuta nella scatola cranica e di aprire la bocca soltanto dopo aver verificato la connessione tra i due organi. Insomma: leggere per credere, pensare, vivere!
Le copertine sono state realizzate da Orazio Nullo e la pubblicazione in selfpublishing è a cura di StreetLib.com (https://store.streetlib.com/it/)

©2019 Testo di Claudio Montini e immagine creata da Orazio Nullo

sabato 6 aprile 2019

Dalla cambusa di Zio Propano: LA PAGNOTTA CASALINGA

 
PANE DOMESTICO CON LIEVITO MADRE  

di Zio Propano


Nella nostra cultura, il pane è sinonimo di cibo e alimentazione sin dalla notte dei tempi; la sua produzione, a livello popolare, è sempre stata appannaggio delle quattro mura che chiamiamo casa eccezion fatta per l'ultimo secolo, quello breve e zeppo di innovazioni tecnologiche tanto quanto di vittime innocenti, quello della plastica e della bomba atomica, quello dei boat people e dei razzi sulla luna con le sonde che volano fuori dal sistema solare. In un inconscio omaggio al principio di azione e reazione, al trionfo dell'industria e dei suoi prodotti di massa, omologati nella forma e nel sapore, l'essere umano si inventa la moda di tornare a sperimentare l'artigianalità improvvisata e domestica, forse per convincersi di non essere un'automa: ecco spiegata la fortuna di spettacoli e canali televisivi dedicati alla cucina, alla pasticceria e alla panificazione.
Grazie alla frequentazione di questi ultimi e a una macchina per il pane portata a casa coi punti fedeltà di una catena di supermercati, la Jena Sabauda (prima dell'ictus) e il sottoscritto Zio Propano (per forza di cose, titolare della cambusa dopo il 29 agosto 2016) siamo diventati panificatori fai da te con piena soddisfazione sin dal 2012. Dopo vari tentativi e non senza la consultazione di appositi saggi editi in materia, siamo giunti alla ricetta che vado a illustrarvi e che replico con successo ogni tre giorni. Pertanto, procuratevi:
  • 250 grammi farina di grano tenero 00
  • 250 grammi semola rimacinata di grano duro
  • 300 millilitri di acqua di rubinetto a temperatura ambiente (tiepida se adoperate il lievito di birra fresco)
  • 3 cucchiai da tavola di lievito madre essiccato in polvere (in alternativa lievito di birra fresco, in panetti da 25 grammi: ne basta la metà)
  • 3 cucchiaini da the di zucchero bianco semolato
  • 2 cucchiaini da the di sale fino marino
  • 3 cucchiai da tavola di lievito madre fresco (poi vi spiego come farlo e mantenerlo, se non ce l'avete o non avete pazienza o voglia di tribolare...pazienza! Il pane riesce ugualmente)
  • 2 cucchiai da tavola di olio extra vergine di oliva
In una ciotola miscelate le due farine aiutandovi con due cucchiai da tavola, come se doveste condire l'insalata; in un'altra versate il sale, lo zucchero, l'olio extravergine di oliva e l'acqua (intera se adoperate il lievito madre essiccato e fresco, il resto che vi avanza dopo aver sciolto il lievito di birra o da panificazione) mescolando con un cucchiaio da tavola fino a far sciogliere sale e zucchero mentre l'olio seguiterà a stare sulle sue: poco male e, nel caso in cui preferiate panificare con lievito da sciogliere, potreste aggiungerlo adesso e seguitare a mescolare col medesimo cucchiaio fino a ottenere un fluido omogeneo sul quale pioverà la miscela di farine per procedere all'impasto. Se invece fate come me, una volta versate le farine nella ciotola col liquido, unite il lievito madre essiccato e quello fresco tenendoli separati (uno si poserà sopra la “farina” e l'altro, gioco forza, sprofonderà); ora siete pronti per impastare aiutandovi con il cucchiaio “sporco” di lievito madre fresco e ruotando la ciotola stessa, a imitazione del movimento dell'impastatrice meccanica: bisogna che facciate in modo che tutta la farina si bagni e si incorpori alle parti già umide. Mano a mano che procedete col cucchiaio, crescendo la consistenza, crescerà l'intensità dello sforzo da applicare ma vedrete anche la ciotola “ripulirsi” degli ingredienti e l'amalgama assumere una forma sferica e compatta: allora mollate il cucchiaio e procedete con la mano libera (l'altra seguita a tenere e far ruotare la ciotola) nell'impastare schiacciando la massa, ora col pugno ora col palmo, per un bel quarto d'ora senza preoccuparvi di eventuali residui di pasta su nocche e dita. Sarà la pasta stessa a trasmettervi le giuste sensazioni, anche quando vi fermerete per liberarvi dai residui che vi ho detto. Trascorso quel tempo lì a manipolare, vi ritroverete con una pagnotta di forma sferoidale: potete lasciarla così oppure manipolarla fino ad ottenere una pagnotta vagamente simile a un cilindro che, posta su un letto di carta da forno, adagiato su una teglia oppure in uno stampo da forno unto con olio extravergine di oliva (in questo caso non lo toccate più fino a cottura ultimata), lascerete a lievitare nel forno di casa spento, al buio e con la porta chiusa per tre ore circa (vale a dire, per i più pignoli, da un minimo di due a un massimo di quattro ore). In tutto questo tempo, al riparo da polveri sottili e sbalzi d'umore e di temperatura, in qualunque stagione dell'anno, l'impasto crescerà di volume e non resterà, poi, che toglierlo dal suo rifugio giusto il tempo per scaldare il forno fino a 200 °C circa (statico o ventilato per me pari son, se si tratta di forno elettrico); a questo punto ci sono due opzioni: lasciarlo stare così come ha lievitato e cuocerlo per quindici minuti, avendo cura di lasciarlo dentro finchè il forno stesso non si sia raffreddato (si tratta, all'incirca, di un'oretta in modo tale che prosegua la cottura e l'asciugatura in modo graduale e costante: avrete un pane croccante all'esterno e morbido all'interno capace di non perdere fragranza ed elasticità), oppure staccarlo dalla carta forno e manipolarlo su di un tagliere di legno o un piano di lavoro infarinato, rotolandolo fino ad ottenere un cilindro cui comprimerete le estremità per farlo più corto e tozzo, riporlo nuovamente sulla carta e sulla teglia (mentre il forno seguita a scaldarsi), quindi praticare sulla superficie superiore dei tagli incrociati con una comune forbice per ottenere l'effetto che vedete nella fotografia. La manipolazione e le incisioni agevoleranno la cottura e influiranno sulla consistenza del pane stesso a parità di tempo e temperatura di cottura i quali, lo ribadisco per i più distratti, sono di un quarto d'ora e 200 °C con, indispensabile, riposo in forno ancora caldo di un'ora (almeno) ovvero fino a raffreddamento sostanziale dello stesso: vi ritroverete con una pagnotta simile a quella che potreste acquistare dal fornaio o dal panettiere di fiducia, ugualmente sana ma sicuramente più a buon mercato...panificare per credere!! Se il lievito madre fresco non ce lo avete...pazienza! Usate con fiducia anche soltanto quello essiccato che si trova facilmente in commercio (nel supermercato, o stupid market come lo chiama la mia amica statunitense Martha, nella zona delle farine e dei preparati per dolci); io ne adopero uno che ha avviato la Jena Sabauda cinque anni fa e ho recuperato sbrinando il freezer: l'ho scongelato, mescolato con una tazzina di acqua e un centinaio di grammi di “farina” (miscela di farina 00 di grano tenero e semola rimacinata di grano duro) e impastato fino a frane una pallina liscia e non appiccicosa che ho chiuso in un recipiente ermetico (un vasetto con la chiusura “a macchinetta”): dopo 36 ore aveva occupato l'intero vasetto e in 48 spingeva già il tappo, ma se ne è stato buono finchè non l'ho adoperato. Ogni due panificazioni, lo rinnovo aggiungendo farina, acqua e zucchero a quello che mi avanza, in modo tale che per la successiva panificazione avrà già compiuto la sua espansione o lievitazione o maturazione che dir si voglia. Per coloro che fremono dal desiderio di averne uno proprio, vi suggerisco un metodo sprint che vi eviterà sprechi: sciogliete in 70 millilitri di acqua (circa...non fate i farmacisti!) un cucchiaino da the di zucchero semolato bianco, quindi incorporate 150 grammi di “farina” (ricordate la miscela per il pane? Farina di grano tenero 00 e semola rimacinata di grano duro: ma funziona anche con la sola farina 00, sia chiaro...) e amalgamate il tutto fino a formare una palla o una pagnottella che ponete in un vasetto ermetico (per accelerare la fermentazione anaerobica indotta dallo zucchero sugli amidi della “farina”) per 48 ore, almeno, o fino alla successiva panificazione. Per le prime tre volte, conviene che rinfreschiate il lievito madre dopo ogni panificazione: vale a dire che, fatto il pane, aggiungete acqua e zucchero e farina al rimanente (è sufficiente andare ad occhio: due cucchiai da tavola di farina mezza tazzina d'acqua e un cucchiaino da the di zucchero), impastate e lo mettete a riposare nello stesso vasetto anche senza risciacquarlo. Col tempo vi regolerete come meglio vi aggrada e vi suggerisce l'occhio che, è risaputo in tutto l'universo, vuole sempre la sua parte.

©2019 Testo di Claudio Montini
©2019 Immagine di Orazio Nullo


lunedì 1 aprile 2019

Mister Tamburino non ho voglia di scherzare....

...rimettiamoci la maglia (di ferro), i tempi stanno per cambiare
di Claudio Montini

La battaglia ideologica si fermerà solo alle definizioni iniziali: non è compito suo fornire soluzioni o, al più, metodologie per uscire dai pasticci; la sua missione è quella di formulare proposizioni che descrivano il problema, delineino il profilo del nemico e lancino le schiere armate all'assalto purché queste lascino sulla cappelliera il cervello, il buon senso, la coscienza e l'umanità razionale. Ecco cosa sta succedendo in Italia, dove l'improvvisazione e la superficialità hanno conquistato il potere e comandano ogni aspetto della vita quotidiana, dove l'importante è apparire in favore di telecamera a dire ciò che tutti vorrebbero sentire tranne che la verità, dove si trascina l'esistenza convinti di camminare in avanti ma con la testa ben voltata all'indietro, sputando sentenze e chissà cos'altro su qualunque ambito dello scibile umano. Infatti, succede proprio quello che si dovrebbe evitare ma, attenzione, non come un secolo fa quando eravamo un coacervato di gente che non parlava nemmeno la stessa lingua eppure aveva dato il sangue e la vita nelle stesse trincee con la speranza, presto delusa, di emanciparsi dalla fame e dalla miseria ataviche o, almeno, dalla abissale sperequazione economica e sociale (abbiamo dovuto attendere un'altra guerra e un altro regime, democratico e cristiano, per avere la pancia piena e le comodità di cui adesso non sappiamo fare a meno); la socialdemocrazia è senza fiato, la criminalità organizzata prospera e fra pochi anni avrà compiuto la metamorfosi definitiva consolidando il suo potere economico, lo Stato (sì, quello con la esse maiuscola, quello delle cosiddette istituzioni organizzate e burocraticamente intruppate, impermeabili a tutto tranne che ai numeri degli economisti, degli statistici e dei finanzieri) si sta ponendo su di un orbita ellittica rispetto al cosiddetto "paese reale" lasciando spazio a ombre di varia intensità di grigio e di nebbia in cui i poveracci, come me, proveranno a inoltrarsi per tirare a campare (mentre abili professionisti del raggiro e del turlupinamento prosperano già alle spalle degli onesti e dei timidi). In tutto questo triste quadro, si inseriscono i rigurgiti fascisti e nazionalsocialisti camuffati da pacifici convegni e tavole rotonde e dibattiti e conferenze con apporto di testimonianze dal vivo sui temi fondamentali del vivere civile, costituzionalmente riconosciuti: abbiate almeno la decenza di non bestemmiare, citando a sproposito articoli della nostra bella, anzi, bellissima e scientificamente ben fatta Costituzione della Repubblica Italiana. Il congresso di Verona appena concluso con un corteo per le vie della città è stata l'avanguardia della battaglia ideologica e la sortita delle truppe per la conta: vediamo quanti fascisti siamo e su chi possiamo contare al governo per liberarci, in futuro prossimo e (temo) non tanto remoto, di tutti i parassiti che infestano la nostra razza "normale". Non ho sentito parlare di problemi dei disabili, dei portatori di invalidità o di handicap, di figli o persone di famiglia con gravi malattie invalidanti, di poveri cronici che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena perchè sono esclusi dal tessuto economico e sociale e lo Stato "normale" non sa nemmeno che esistono: nelle immagini che ho visto in televisione, poiché per problemi familiari non posso muovermi da casa, non ho visto niente di tutto ciò, né una stampella né una sedia a rotelle. E' evidente che i congressisti di Verona una soluzione, finale, al problema della sofferenza e della disabilità o altra concausa invalidante ce l'hanno bene in mente: è la stessa che avevano Eichmann, Goebbels e Rudolph Hesse oltre ad Albert Speer e che il pittore (mancato) austriaco sposò, imitato dal maestro elementare romagnolo. Mister Tamburino non ho voglia di scherzare: rimettiamoci la maglia (di ferro), i tempi stanno per cambiare.

©2019 testo di Claudio Montini  
©2017 Immagine di Orazio Nullo "Wood puppet"

martedì 26 marzo 2019

Il ponte di ferro sul fiume Po: classe 1916, classe di ferro!Ora è chiuso al traffico: si aspetta il crollo...


Ora si teme il collasso 
di Claudio Montini
Il ponte è stato chiuso totalmente al traffico veicolare dalle ore 20:00 (GMT+1) del 26 marzo 2019 per gravi problemi strutturali: i sensori e i test effettuati hanno evidenziato una ulteriore fatica del metallo nella struttura del manufatto che collega la Lomellina e l’Oltrepò pavese. L’infrastruttura avrebbe dovuto, a breve, essere sottoposta a un urgentissimo lavoro di manutenzione e ristrutturazione di cui si parlava già dall’epoca in cui Orazio Nullo e Claudio Montini realizzarono questo filmato (maggio 2012 e, dopo pochi mesi, l’amministrazione provinciale fu costretta ad adottare provvedimenti restrittivi per la circolazione stradale, limitando il transito alle sole autovetture e ai motocicli): non si era ancora intervenuti per ragioni finanziare ovvero mancanza di fondi da parte di Provincia, Regione e persino Stato Centrale! Ora siamo giunti alla chiusura definitiva: forse, ci si aspetta che crolli da sé come quello di Genova…

Testo di Claudio Montini (c) 2019 
Video (c) 2012 di Orazio Nullo & Claudio Montini

venerdì 8 marzo 2019

International woman's day 2019

Si fa presto, per un giorno, a festeggiare l'altra metà del cielo e a dimenticarsene (o peggio) per il resto dell'anno: è come aggiungere una manciata di anelli alle catene che lo rinserrano per concedergli l'illusione della libertà. Ma i colori della vita sono stati dati proprio a loro, alle donne: a noi maschietti è rimasta l'invidia, sciocca e micidiale e miope, per questa scelta e anche mezzo litro di sangue in meno. Infatti, quando si gonfiano i muscoli (o altre cavità organiche), il sangue necessario defluisce dal cervello, lasciandolo al buio.

© 2019 Immagine di Orazio Nullo "Women without chain" - testo di Claudio Montini

giovedì 7 marzo 2019

Siete miei testimonial....!!!

Video chi legge…!!

di Claudio Montini

Da tempo, per sbarcare il lunario, penso che mi piacerebbe inventare programmi televisivi: anzi, mi piacerebbe crearli, scriverli e anche condurli. Ma a dirla tutta, non saprei nemmeno da che parte cominciare! Allora, oggi, nel sottoscala della mia follia, in preda a un lucido delirio depressivo, quello stato in cui scegli consapevolmente di buttarti in una impresa della quale non riesci neppure a immaginare un esito, ma che senti tua e inderogabile, complice della carta per appunti riciclata (è il dorso intonso di una fotocopia di un documento inutilizzabile) e una ottima biro dall'inchiostro nero come la notte che trovo in certi angoli dell'anima e Maria Angela cullata dalle braccia di Morfeo, quindi intenta a un profondo sonnellino pomeridiano (il che significa pace e tranquillità apparente in tutta la casa), ho buttato giù questi appunti che manderò all'editore di una televisione locale (la sola che ci sia in provincia di Pavia) sperando che non mi rubino l'idea, che non la cestinino come spam e che mi diano una chance come autore e (soluzione auspicabile) come conduttore dello show letterario. Perché i libri si scrivono, si leggono, si amano e si odiano ma non si vendono da soli: non parlano, bisogna parlarne, fare sapere al mondo che esistono e che possono fare qualcosa di buono per gli altri. Charles Dickens, che scriveva per mestiere e chiedeva spesso anticipi al suo editore senza avere nemmeno uno straccio di idea (amava la vita agiata e un poco al di sopra dei propri mezzi, come Gabriele D'Annunzio qualche anno dopo di lui), lasciò scritto che le sue storie avrebbero fatto il loro dovere e lui sarebbe stato felice come l'uomo più ricco del mondo se esse avessero alleviato le pene di uno solo dei suoi lettori. Non ho ancora ben chiaro quale sarà il palinsesto dello spettacolo letterario e divulgativo che sta coagulando nella mia fantasia: sarà la solita bolla di sapone che domattina esploderà al risveglio, resterà lettera morta, o resusciterà un format che andava in onda nel primo pomeriggio (prima della sosta tecnica delle trasmissioni fino alla ripresa con la Tv Dei Ragazzi) sul Canale Nazionale Rai fino alla prima metà degli anni Settanta del XX secolo (la televisione dei professori, dei democristiani e quella di Ettore Bernabei in bianco e nero ancora più moderna e intelligente di quella attuale, che la scimmiotta senza successo). Accontentatevi di leggere quel che segue con relativo beneficio d'inventario: se la va, ha le ruote! 

La bottega del parolaio (titolo provvisorio)

In collaborazione con i librai del territorio suggeriremo libri da leggere con una breve sinossi, affiancata dalla foto della copertina e alcune note sull'autore: tre romanzi per grandi e piccini, due saggi e una raccolta di poesie scelti nei cataloghi di grandi e piccoli editori, nazionali e internazionali, ma anche tra gli esordienti e gli autopubblicati, privilegiando gli autori e gli editori della provincia di Pavia. Ci sarà uno spazio dedicato ai classici e agli indimenticabili della letteratura italiana, dietro suggerimento anche di insegnanti e bibliotecari ed intellettuali; uno spazio, invece, sarà dedicato all'autopromozione ovvero gli autori o gli editori che vogliano presentare titoli a loro cari, acquisteranno uno spazio di max 3 minuti per presentare il proprio lavoro (l'acquisto dovrebbe garantire loro la creazione di un video promozionale da riutilizzare anche nelle puntate successive); un altro ancora parlerà dell'industria culturale in senso lato: ovvero si occuperà degli aspetti pratici, quali tipografia, grafica, editoria e distribuzione ivi compresi i ruoli delle biblioteche e le rassegne letterarie, non trascurando il calendario degli eventi prossimi venturi.
Durata per puntata prevista tra i trenta e quaranta minuti

© 2019 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine di Orazio Nullo "Television cat show"

martedì 26 febbraio 2019

Bacio la mia Felicitàdi Massimo Pistoja - Poeti e poesie di gran classe


Traduzioni in spagnolo e in inglese di Carolina; voce recitante e modella in foto: Carolina.
Testo italiano originale di Massimo Pistoja  (diritti riservati all'autore)

domenica 24 febbraio 2019

Letti & piaciuti: Sara Goria REWIND ed. Elmi's world 2018


CHI HA INFRANTO LA BOLLA DELLA FELICITA'?

di Claudio Montini

Davanti a un'opera d'arte si possono sperimentare notevoli e mutevoli e varie sensazioni, impressioni, emozioni che prenderanno forma di suggestioni, riflessioni e interrogativi, forse, destinati a restare inevasi e irrisolti. Come certe curve e certe pieghe della vita che vanno affrontate a velocità e inclinazione adeguate per non ruzzolare, anche le idee belle e originali e geniali necessitano di essere maneggiate con cura e cautela poiché, nonostante il coraggio e l'impegno e la perizia, l'esito potrebbe risultare splendido ai nostri occhi ma essere di difficile comprensione per i fruitori lasciandoli perplessi. REWIND di Sara Goria (Elmi's world, 2018) è un'opera d'arte contemporanea, insolita e a modo suo rivoluzionaria che è ricca di amicizia, amore, passione per una motocicletta che unisce mondi umani differenti, mistero delle dinamiche della mente che si è ammalata e l'imperscrutabile follia dei circuiti in cui il destino ci imprigiona. Cosa mai potrebbe andare storto in un raduno di appassionati possessori di Harley-Davidson, impegnati in una scampagnata in sella alle proprie rombanti due ruote statunitensi sulle alture che si immaginano lasciando Aosta e Sarre alle spalle e guardano Saint Pierre? Nulla fino al colpo d'arma da fuoco che lacera la quiete della notte silvestre nei pressi dell'albergo a Vetan, rifugio a 1671 metri sul livello del mare della comitiva motorizzata: sembrerebbe l'esordio di un giallo alla Agatha Christie, forte anche di uno stile prosastico asciutto, lineare, elegante, dotato di buon ritmo, mai banale e gradevole quanto quello dei più felici prodotti della collega britannica. Peccato che il suo inizio sia anche la sua fine: la scrittrice valdostana riavvolge il nastro degli eventi capitolo per capitolo, a ritroso conducendoci lungo la catena delle cause, fino alle scelte scellerate e ai fraintendimenti di alcuni degli attori coinvolti nella vicenda narrata in REWIND; il titolo non è stato scelto a caso: è già da sé un programma. Tuttavia, a mio parere, questo implica che a un dato momento esista un tasto PLAY da premere per approfondire alcuni temi relativi ai personaggi in modo tale che, rispondendo agli interrogativi spontanei che nascono abitualmente nei lettori, finisca per giovarsene anche il quadro generale dell'opera. Invece, in questo romanzo apparentemente costruito al contrario, quel tasto non c'è: tanto è vero che noi lettori dobbiamo accontentarci di un epilogo che, risultando essere l'unica via d'uscita all'esperimento, lascia intatti dubbi, nodi e ombre come se dovessimo attenderci (me lo auguro, a breve) una seconda puntata relativa all'inchiesta, alle implicazioni umane e giudiziarie e alle ripercussioni sul campione di varia umanità che Sara Goria delinea con abile sagacia e precisa, nonché gradevole, concisione. Perché vale la pena premiare il gioco intelligente e geniale che la scrittrice torinese di nascita e oriunda valdostana, amante del mondo Harley-Davidson (tanto meccanico quanto umano), allestisce e conduce in REWIND (Elmi's world, 2018) leggendolo seguendo l'ordine dei capitoli e poi rileggendolo in direzione contraria? Va fatto per rendere omaggio al coraggio e alla fatica spesi per creare questa storia che, a modo suo, rivitalizza il giallo smarcandosi dall'ortodossia del genere pur rispettandone le linee guida generali come fecero, Luigi Pirandello con SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE, Elio Vittorini con UOMINI E NO e Andrea Camilleri con LA SCOMPARSA DI PATO'. Va fatto perchè in esso ritroverete il ritratto dell'umanità attuale nelle sue tre età, con tutte le fragilità e le abitudini e le tensioni ideali peculiari, al netto della galleria fotografica in coda al testo e che è stata (a detta dell'autrice) fonte d'ispirazione nella concezione dei personaggi. Va fatto perchè la felicità è una bolla effimera quanto il viaggio punteggiato dal rombo di una marmitta cromata a stelle e strisce: quando i bolidi colorati e personalizzati sono allineati, le giacche variopinte come i caschi posate a loro guardia, la meta ha un senso solo dopo aver festeggiato l'arrivo di tutta la compagnia; solo così si può ripartire lasciandosi alle spalle la solitudine scambiata per libertà senza riavvolgere il nastro, nemmeno quello di asfalto, per capire chi ha infranto la bolla della felicità.

© 2019 Testo di Claudio Montini
© 2019 Immagine da Google Images/Elmi's world editore - Italy

lunedì 18 febbraio 2019

Letti & piaciuti: Marco Buticchi IL SEGRETO DEL FARAONE NERO (Longanesi 2018)


VEROSIMILE, ELEGANTE, CORRETTO: IL ROMANZO CHE RICREA E RISTORA
di Claudio Montini
La concezione occidentale dello scorrere del tempo, tanto quanto della memoria degli eventi che lo costellano e lo compongono, è immaginabile come un fascio di linee parallele stese fra l'infinito passato e l'altrettanto infinito futuro ma correnti, o più correttamente, insistenti ciascuna su piani differenti che finiscono per deformarsi o intersecarsi sino a formare angoli poco illuminati dalla conoscenza. Per comodità di linguaggio, tutto ciò è usualmente chiamato Storia (con l'iniziale maiuscola, con un esposizione enfatizzata nel parlato per sottolinearne l'incipit e il relativo peso) o realtà storica che il narratore, creatore di romanzi d'avventura, deve rileggere e indagare e rincorrere per regalare al lettore una ipotesi alternativa evitando la “verità assoluta”, calata in uno scenario in grado di appassionare grazie a un quadro complessivo dipinto con tinte diverse rispetto alla sequenza canonica dei fatti al fine di stimolare la riflessione, il ragionamento, la consapevolezza. Marco Buticchi con IL SEGRETO DEL FARAONE NERO (Longanesi, 2018) dimostra una volta di più quanto queste convinzioni siano radicate in lui e nel suo modello produttivo e operativo in ambito letterario, ovvero, quanto egli abbia assimilato e incastonato nel suo DNA di romanziere il consiglio di Leo Longanesi, cioè quello per cui ogni lavoro di fantasia debba tendere ad essere il più possibile verosimile senza avere la presunzione di piegare la realtà alle linee del proprio progetto. L'antefatto di questa lunga e nuova avventura, la cui fine sarà scritta e compiuta da Oswald Breil e compagni, prende le mosse nell'Antico Egitto sulle ali della leggenda del Faraone Nero che riunificò i due regni (Alto e Basso Egitto, lui veniva dalla Nubia) nel VIII secolo avanti Cristo e scongiurò l'invasione assira (secondo il popolo grazie ai poteri magici del suo scettro, più probabilmente grazie a una serie di circostanze fortunate), per finire vittima di una congiura di palazzo e poi sepolto in una misteriosa tomba custodita dal deserto dopo la sparizione della sua mummia, operata da alcuni fedeli seguaci. Essa sarebbe rimasta tale fino alla spedizione napoleonica all'ombra delle piramidi (il cui unico merito fu una parziale soluzione del mistero relativo alla traduzione dei geroglifici: sul piano militare fu un disastro), se il rapporto sulla scoperta della sepoltura occultata e (presumibilmente) dalla ricchezza intonsa non fosse entrato a far parte delle garanzie per gli ingenti prestiti che un banchiere senza scrupoli eroga alla Francia rivoluzionaria, mentre consolida le sue attività nel Regno Unito e le espande nelle colonie di quest'ultimo nel Nuovo Mondo, in particolare nelle tredici colonie insofferenti stanziate dall'altra parte dell'oceano Atlantico. Del resto, per fare la guerra o la rivoluzione ci voglio soldi, capitali, risorse economiche, oro prima ancora che muscoli, armi, tattiche vincenti o generali scaltri e fortunati. Finanziare entrambi i contendenti a fronte della cessione di bottini di guerra o di oro sonante ottimizza il rapporto tra costi e benefici riducendo anche i margini dei rischi d'impresa: è necessario contare su una rete di informatori e di pedine, comunque sacrificabili, dislocate in punti e ruoli nevralgici ma lontani dai riflettori e da occhi indiscreti. Così, nell'arco di quasi tre secoli, si sviluppa e prospera una dinastia di banchieri senza scrupoli né patria che intascherà una colossale fortuna col regime nazista, per esempio, rifornendolo di materie prime in cambio di oro senza porsi troppe domande sulla sua provenienza ovvero che essa fosse dalle viscere della terra, dai forzieri delle banche centrali dei paesi occupati o dalle bocche delle vittime dei campi di sterminio. La fortuna impunita e sfacciata di questa mafia legalizzata (oppositori e dissidenti vengono anzitempo inviati a contemplare l'eternità senza ritorno) durerà imperterrita sino a che Oswald Breil non scoprirà la verità sulla morte accidentale e violenta dei suoi genitori, in particolare riguardo ai potenziali mandanti, architettando la propria vendetta di orfano per mano criminale e di ebreo consapevole del prezzo pagato dal suo popolo durante e dopo l'Olocausto: per una volta, l'eroe dal fine ingegno creato dalla fantasia di Marco Buticchi non salva il mondo ma se stesso e chiude i conti con il suo passato costringendo gli spettatori delle sue gesta, voglio dire noi lettori, ad aprire gli occhi e le orecchie e anche il naso sulla realtà che ci circonda. Se per il padre nobile della lingua italiana, che lo scrittore spezzino ne IL SEGRETO DEL FARAONE NERO (Longanesi, 2018) manipola e modella e plasma con eleganza e chiarezza e precisione e correttezza magistrali, è “Amor che muove il sole e le altre stelle”, per noi contemporanei è l'interesse economico e finanziario ad essere il giudice arbitro di vita e di morte che regola la vita sul terzo pianeta di questo sistema solare: persino il sole dell'avvenire non sorge più senza quattrini sonanti e quei pochi, che nel mondo ne posseggono in abbondanza, sono assai consapevoli di questa cosa e manovrano tutte le leve a loro disposizione, popoli o governi o religioni che siano. Da LE PIETRE DELLA LUNA (1997 Longanesi) fino a qui, un viaggio in dodici titoli che vi invito caldamente ad intraprendere e le cui tappe le trovate nei risvolti della quarta di copertina, Buticchi si rivela essere non solo il maestro italiano del romanzo d'avventura paragonabile a Clive Cussler o Wilbur Smith o Emilio Salgari (colpevolmente sottovalutato e dimenticato in questo strano Paese), ma anche maestro di letteratura poiché veicola messaggi come quest'ultimo adoperando un italiano piacevole e aperto alla comprensione ad ogni livello culturale, armonioso, suadente, limpido e fresco che non cade nel tranello del neorealismo a buon mercato e non indulge ai particolari, ammiccanti o pungenti o acri, cari agli sceneggiatori commerciali attuali. Lui fa il suo mestiere di narratore lasciando alle parole il compito di creare le immagini nella mente di chi fruisce del suo racconto: e lo fa bene! IL SEGRETO DEL FARAONE NERO (Longanesi, 2018) è un ottimo prodotto di letteratura italiana che coinvolge e stimola tutte attività e le capacità cognitive e intellettuali riposte nella scatola cranica dei lettori regalando loro piacevolissimi momenti di serenità, conforto ed evasione dal logorio della vita moderna che superano di gran lunga il prezzo di copertina.

© 2019 Testo di Claudio Montini
© 2019 Immagine di Orazio Nullo

venerdì 8 febbraio 2019

Per sperare in tempi migliori

La speranza è l'ultima a morire
di Claudio Montini
Non abbiamo più bisogno di sapere chi sia il colpevole, l'abbiamo capito da soli come se fossimo arrivati alle ultime pagine di un romanzo poliziesco teso e serrato; ora abbiamo la disperata necessità di soluzioni e di strade percorribili per uscire dalla palude delle tribolazioni, della fatica e della fame. Non abbiamo più bisogno di parole consolatorie o illusorie, ma di ordini corretti e chiari e precisi che ci permettano di uscire a rivedere il sole e le altre stelle che l'amore muove, così come se l'era immaginato il Poeta Fiorentino padre della lingua italiana. Il governo di una città, di un territorio, di uno stato non è solo l'intervallo tra due consultazioni elettorali o, peggio ancora, tra due campagne elettorali: non è nemmeno più il tempo in cui coltivare il proprio orticello, badando a mettere fieno in cascina in modo consistente e a crearsi una propria corte di nani, saltimbanchi e ballerine per garantirsi una rendita vitalizia con una croce di matita su d'un pezzo di carta colorata. Abbiamo distribuito torti e ragioni persino a guitti inveterati sporcaccioni, convinti che riverberasse anche su noi poveracci qualche barlume della loro fortuna: ci comprati avvolgendoci in foglie di rosmarino, ovvero facendoci credere che le lucciole danzanti in fronte ai nostri paraocchi fossero lanterne appese all'orizzonte, nemmeno poi tanto lontano, che grazie a loro avremmo conquistato d'un balzo e trasformato in lampioni da stadio di calcio. Adesso, spegniamo la televisione, la radio, il computer, lo smartphone e il telefono fisso o portatile; accendiamo il cervello scrollando la testa e facendo cadere forfora e melma retorica che deteriora le sinapsi tanto quanto le interruzioni pubblicitarie; apriamo le orecchie e gli occhi, colleghiamo la bocca e chiediamo a gran voce che chiunque voglia comandare, prima, deve assolutamente dimostrare di saper fare e di saper risolvere i problemi senza far male a nessuno ma bene a tutti. Non a parole, lo ripeto, ma coi fatti; non domani ma già ieri e ancora di più oggi; non salendo sui piedistalli, ma camminando nella stessa valle di lacrime di quegli occhi che le stanno versando, occhi cui resta solo il cielo per sperare in tempi migliori.

© 2019 testo di Claudio Montini
© 2019 immagine di Orazio Nullo

venerdì 1 febbraio 2019

Catturando l'attimo fuggente


La neve e l'obbiettivo
di Claudio Montini

Nevica dall'ora di cena, o giù di lì, qui in Lomellina ai confini di tutto e raggiunti soltanto dai segnali televisivi satellitari e telefonici digitali. Tranquilli, sono ancora parecchi che parlano e scrivono con mezzi analogici, riuscendo persino a credere a ciò che leggono sui giornali; qualcuno si ostina, persino, a leggere libri e a cercarne di nuovi oppure a scriverne, sognando di fare fortuna e scappare altrove. Dicevo, nevica e, insieme ai fiocchi abbondanti e copiosi che in un amen hanno coperto di bianco manto ogni sporgenza di superficie, ogni rumore e ogni suono pare assorbito e neutralizzato: non ci sono ruote che si consumano sull'asfalto, sirene spiegate di mezzi di soccorso, cani che abbaino agli intrusi o gatti che miagolino alla luna (loro sanno che è meglio trovarsi una cuccia asciutta e riparata dove scaldarsi senza farsi troppi scrupoli, tanto la coda è solo una e le zampe solo quattro e, finchè non passano la notte e il freddo, abbiamo solo da guadagnarci nel coprirci le spalle). Nevica, dunque, mentre il silenzio fa compagnia ai miei pensieri e non sento nemmeno i miei passi che lasciano tracce dietro di me, evanescenti nel turbinio incessante di cristalli di ghiaccio che si affretta a riempirle, come se un'esercito di creature invisibili passasse al setaccio le nuvole per avere una fontana di farina sul tagliere per impastare e questa non bastasse mai. Nevica e non ho più vent'anni, o anche meno, per sognare di avere tra le mani una macchina fotografica e andare in giro per le strade del paese a catturare istanti di luce per la memoria dei giorni a venire: eppure, come sarebbe bello poterlo fare, qualcuno sicuramente lo farà, per avere la dolce illusione di vivere in una favola o in una bolla del tempo e poter dire "Ti ricordi?...Io c'ero" , gonfiando il cuore e il petto per aver catturato un'attimo fuggente. 

©2019 Testo di Claudio Montini
©2008 Immagine di Claudio Montini

mercoledì 30 gennaio 2019

Imparare, di nuovo , ad aspettare il proprio turno


Speranze tradite
di Claudio Montini

Domani è un altro giorno, si vedrà: oggi è già il passato, la distanza tra ieri e le mie spalle non la misuro in metri oppure in ore perché è già storia remota, immutabile, pronta per essere dimenticata e neppure buona per condire le insalate di aneddoti da reduci di cui amiamo pascerci. Sarà la stessa cosa per gli sconosciuti prigionieri di una nave in mezzo al mare, per gli sconosciuti che si arrangiano sotto un ponte o un androne o un corridoio di stazione con una coperta di cartone, per chi veglia le macerie di una casa o di una vita rese ancora più dolenti e intollerabili dall'indifferenza e dall'ignavia di burocrati meschini e ottusi, per chi incontra la malattia sul suo cammino e vede, progressivamente, svanire ogni presenza e ogni risorsa dello Stato intorno a sé, come se fosse un peso morto di cui questo vuole a tutti i costi liberarsi, mentre finge di tendergli una mano perché nell'altra porta roncole e forbici e lenti d'ingrandimento e lacci. Sarà lo stesso anche per chi la fa franca, per chi ruba uno stipendio insinuandosi tra le pieghe e le smagliature della legge, per chi uccide per un capriccio egoista di infante mai svezzato, per chi vende veleno spacciandolo per una porta del paradiso, per chi monetizza la vita e le disgrazie altrui. Eppure io mi sento inutile per non essere riuscito a migliorare la vita delle persone cui voglio bene, per non sapere come affrontare questo maledetto domani che non scopre mai le sue carte e ti chiude tutte le porte in faccia, per essermi arrabbiato con chi non ha colpa del suo stato e del fatto che non si rende conto del lavoro oscuro portato avanti affinché tutto sembri normale. Sì, sono stanco e comincio a invidiare tutti quei nomi appesi al muro, quelli che loro stessi non leggeranno più, quelli che sono andati non si sa dove e neppure a fare cosa, quelli che non sono mai tornati a dirci com'è perché (probabilmente) è talmente bello il posto dove sono che non vale la pena perdersene alcun istante. Dovrò imparare, di nuovo, ad aspettare il mio turno.

©2019 testo di Claudio Montini
©2017 Immagine di Orazio Nullo "Betrayed hopes" Atelier des pixels collection