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mercoledì 29 novembre 2017

Io non voglio morire qui: voglio vivere meglio!

Restituiteci la voglia di vivere qui e ora, senza morire ridendo...
di Claudio Montini

"Un'inquietudine impotente ci tormenta, e andiamo per acque e terre inseguendo la felicità. Ma ciò che insegui è qui, se non ti manca la ragione". L'epicureismo di Quinto Orazio Flacco anticipa Cartesio di quindici secoli e, in teoria, dovrebbe ancora indicarci la strada fornirci una chiave di lettura degli eventi, se non le risposte alla maggior parte dei nostri tormenti. In realtà, l'inquietudine che ci tormenta è quella di non conoscere cosa ci aspetta dopo i giorni che ci sono concessi in questa vita: non è tanto la ragione a mancare quanto gli strumenti per pianificare lo sviluppo degli eventi, i mezzi per prendere le decisioni giuste, la sagacia di intuire da che parte arriverà il colpo finale. A questa condizione peculiare dell'essere umano e, credo di non essere smentito da alcuno, altrettanto peculiare di ogni essere vivente razionalmente senziente oltre l'istinto di sopravvivenza, diamo i nomi più disparati e fantasiosi o inquietanti tuttavia riassumibili in una sola frase: paura della morte. Nell'assalto alla diligenza della votazione per approvare il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, nei relativi scontri ideologici tra antagonisti dell'agone politico (teatrini stucchevoli supportati da canovacci puerili simili, in tutto e per tutto, a giochi delle parti ampiamente concordati), entrano anche argomenti che poco hanno a che vedere col tema del testo in esame a Montecitorio: per esempio la legge sul biotestamento ovvero le disposizioni di legge sulla regolazione della fine della vita degli individui, cittadini italiani in questo caso. Come al solito, l'idea di partenza era buona e mirava ad evitare il triste pellegrinaggio verso cliniche specializzate, oltre confine, dove porre fine alle proprie sofferenze oppure consentire che in caso di incoscienza cronica si potessero staccare i macchinari e interrompere le cure palliative, lasciando che la natura facesse il suo corso. La cosa ancora più tragica è che la normativa esiste già ma ha un decorso e un regolamento che la rendono, di fatto, inutile e inapplicabile quando non è addirittura ignorata e sconosciuta agli operatori e agli attori protagonisti di queste dolorose vicende, ovvero pazienti e parenti e sanitari e amministratori; siccome il tema non è nuovo e i progetti di legge inerenti giacciono e si tramandano di legislatura in legislatura, perchè mai indignarsi se un esponente di spicco di una forza politica di destra, Matteo Salvini segretario federale della Lega Nord, afferma che il biotestamento non è argomento di suo interesse dal momento che lui si interessa più ai vivi che ai morti? Ci si dovrebbe incazzare perchè quella legge è stata cavata fuori come un coniglio dal cilindro a fine legislatura, giusto per accalappiare una buona dose di voti di indecisi sperando di trasformarli in seggi sicuri per il nuovo parlamento. Ci si dovrebbe incazzare perchè coloro cui abbiamo dato mandato di occuparsi dei nostri interessi, primo tra tutti una vita dignitosa e felice e sazia, si preoccupano soltanto di mantenere il proprio culo (e tutto il resto) al caldo e di farci morire con il sorriso sulle labbra. Ci si dovrebbe incazzare perchè ci sono ampi spazi d'Italia letteralmente dimenticati dallo Stato, sommersi da malavita e spazzatura e macerie di terremoto e fango di alluvioni in cui questi signori lautamente retribuiti non si degnano di farsi vedere se non quando si provvede a fare una strada dove possano non sporcarsi troppo le scarpe, salvo ragliare promesse e proclami da tutti i tubi catodici e i microfoni che si mettono proni ai loro piedi. Ci si dovrebbe incazzare perchè c'è gente che tira a campare con pochi spiccioli e c'è chi si prostituisce e alimenta beghe da cortile in televisione per ingrassare venditori di detersivi, merendine, assorbenti intimi e automobili in cambio di denaro, contratti per serate e foto e like sui social. La risposta migliore al signor Matteo Salvini sarebbe quella di pretendere che mettesse in pratica quella sua affermazione: restituirci la voglia di vivere in questo maledetto Paese, non quella di morire più facilmente e senza sforzo (per quello ci riusciamo già da soli), sarebbe il miglior viatico per una sicura vittoria elettorale. Altrimenti, ancora una volta, dagli scranni di Roma e di Bruxelles ci hanno indicato la Luna e noi abbiamo abbaiato, pardon..., belato al dito.

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Fotografia di Orazio Nullo

martedì 28 novembre 2017

Poeti di gran classe: Massimo Pistoja a Casa delle Arti - Spazio Alda Merini in Milano

Massimo Pistoja 
IL BACIO CHE NON TI HO MAI DATO 
-poesie-
Intermedia Edizioni  2017

di Claudio Montini
Non sono un grande consumatore di sillogi poetiche, nè di singoli componimenti, sebbene mi diverta pure io sporadicamente a comporre strofe e componimenti cui appiccico l'etichetta  poesia. Le poesie sono oggetti misteriosi e assai delicati, difficili da decifrare eppure graziosamente eleganti, educate e affatto invadenti, tenebrose e ombrose come cavalli selvaggi, fino a sembrare arcigne e altezzose come principesse votate alla solitudine, eccessivamente tenere e dolciastre al limite del ruffiano esercizio retorico e supponenti e superbe come certi palloni gonfiati che godono dell'inferiorità altrui, tanto da parere false quando si offrono come emblemi di raffinatezza e illuminazione acquistati per grazia di Dio e volontà di altri vacui illuminati: esattamente come le persone che incontriamo tutti i giorni, tra cui annoveriamo gli amici e i conoscenti e i parenti e quelli che, bontà loro, di tanto in tanto scendono dal loro immaginario piedistallo e ci degnano di uno sguardo, di un cenno o, al limite, di un saluto ma più spesso non perdono occasione di sputare sentenze su tutto e tutti. Credetemi, accade anche tra intellettuali e letterati: e Massimo Pistoja ne sa qualcosa, ma da gran signore si lascia scivolare addosso ogni cosa proprio grazie alle poesie, guarda oltre l'amarezza e scorge una luce che squarcia il buio e riscalda il cuore grazie alla sua fertile sensibilità. Grazie ai versi poetici, alle pennellate di parole delle sue strofe egli vede i colori della vita, li organizza, li compone e li armonizza e ne fa dono a tutti coloro che vogliono fermarsi ad ascoltare la voce di un poeta per respirare aria fresca e nuova, per disegnare secondo geometrie non euclidee il secondo tempo della propria vita. IL BACIO CHE NON TI HO MAI DATO segue le orme del viaggio iniziato con I COLORI DELLA VITA (2014 presentato anche al Salone del libro di Torino) e IL TEMPO DI UNA CAREZZA (2016) editi da INTERMEDIA Edizioni di Orvieto: potete scegliere uno dei tre volumi a caso e, comunque, vi troverete di fronte alla grandezza dei puri e dei semplici che sanno combinare le parole di tutti i giorni in balsamo per i cuori feriti e graffiati, in ali per le anime abbattute e stremate, tanto che i colori belli della vita torneranno a brillare. La poesia ha fatto questo per Massimo Pistoja, in un passaggio difficile della sua vita, cioè lo ha riportato alla luce e gli ha donato la capacità, come un prisma umano, di scomporre quella luce in colori da assemblare in nuove tonalità e lunghezze d'onda benefiche per chiunque entri in contatto con loro: così come accadde ad Alda Merini, nella cui casa milanese trasformata in centro culturale ( Casa delle Arti -Spazio Alda Merini, via Magolfa 32 - Milano - Italy), venerdì 1 dicembre 2017 alle ore 18, con Edoardo Maffeo, il poeta vigevanese presenterà proprio IL BACIO CHE NON TI HO MAI DATO (2017 INTERMEDIA Edizioni).

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine di Massimo Pistoja dal profilo facebook

giovedì 23 novembre 2017

Inno a una terra buona e pudica: un bel regalo di Natale!

Una vita a una diversa velocità
di Claudio Montini

Si può parlare di un libro senza averlo mai sfiorato, nè tanto meno letto? Credo che sia possibile solo nel caso in cui se ne è vissuto il contenuto, si sono consumate suole e pneumatici nei luoghi in cui le vicende sono ambientate, si è visto ciò che vedono i protagonisti o che i potenziali lettori avvertiranno maneggiandolo, girando le pagine, colmandosi gli occhi con le fotografie di Carlo Ballerini e l'animo con le suggestioni delle didascalie e delle note a margine di Elisabetta Balduzzi e Guido Conti. Io, povero ragazzo di campagna che per vent'anni ha sbarcato il lunario a cavallo di un'autobotte di gpl o con un volantone tra le mani a per rifornire rivenditori di bombole, avoco a me il diritto di dire qualcosa circa OLTREPÒ PAVESE Inatteso, sorprendente, indimenticabile (di Balduzzi, Conti & Ballerini, Libreria Ticinum Editore, 2017) poichè l'ho girato in lungo e in largo in tutte e quattro le stagioni proprio in quei quattro lustri che ho poc'anzi evocato. Si tratta di un libro fotografico arricchito dai testi di due amanti della letteratura e dei libri, oltre che della bellezza e della vita; due anime sensibili e forti che sanno guardare dentro al corso degli eventi e al mondo che le circonda intuendone, nel senso più squisitamente latino di questo gerundio, la bontà e le opportunità e le piacevolezze che rendono meno aspro il cammino verso l'eternità. Dove la parola non sarebbe sufficiente rendere ragione di tanto amore, ecco che si presta l'occhio infallibile della macchina fotografica a immortalare la meraviglia e restituirla a noi che, forse, non potremo mai godere dello stesso istante, con la stessa luce, nello stesso giorno ma abbiamo il libro con cui volare sulle ali delle pagine da compulsare, da voltare, da consumare con gli occhi pur restando comodamente seduti nella nostra poltrona preferita. Un libro è un magico amico che vi prende per mano e vi porta lontano, abbattendo tutte le barriere e tutti i muri, ingannando il tempo e lo spazio: Balduzzi, Conti e Ballerini hanno speso un'anno e mezzo per confezionare questo inno d'amore a una terra, l'Oltrepò Pavese, ricca di arte e cultura e storia e spiritualità immerse in una natura che passa dalla campagna ubertosa alla cima innevata e aspra e irta di conifere e latifoglie di sapore alpino; una terra troppo pudica per mettersi in mostra, troppo fragile geologicamente, troppo spesso dimenticata dalla fortuna e abbandonata dagli uomini che, dopo averla sfruttata, sono andati altrove a cercare la propria fortuna; una terra che ha creduto nei suoi frutti ma non ha saputo insegnare ai suoi figli l'orgoglio di appartenervi, che non ha cercato di aprire loro gli occhi circa i facili piatti di lenticchie offerti dalla scaltra modernità. Consegnare prodotti petroliferi a domicilio mi ha consentito di battere le strade, contare le frazioni e le cascine e parlare con la gente che anima con orgogliosa ostinazione borghi e vallate e radure che cantano la canzone di una vita a una velocità diversa, ridotta e più gustosa: ecco perchè vi invito a fare vostra la sinfonia trascritta da Elisabetta Balduzzi, Guido Conti e Carlo Ballerini (fotografo) in OLTREPÒ PAVESE Inatteso, sorprendente, indimenticabile (di Balduzzi, Conti & Ballerini, Libreria Ticinum Editore, 2017). 

© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine dal profilo facebook di Elisabetta Balduzzi  / Libreria Ticinum Editore  

mercoledì 22 novembre 2017

Un quarto d'ora di celebrità


Ventuno Novembre

                                            di Claudio Montini
Devono aver ben poche preoccupazioni negli uffici dell'ONU, in New York City, per arrivare a pensare di proclamare il 21 novembre giornata mondiale di un elettrodomestico: la televisione. Superficialmente, per quel che si vede in questo sempre più sofisticato marchingegno, voglio dire per la qualità dei contenuti trasmessi e diffusi nelle nostre case a qualsiasi ora del giorno e della notte, non ci sarebbe proprio un alcunché da festeggiare: da strumento di emancipazione dall'ignoranza, di promozione sociale e culturale, di informazione e circolazione delle idee, esso si è trasformato in ordigno di manipolazione, imbarbarimento e sodomizzazione (in senso figurato, ovviamente) delle masse popolari, il caro vecchio proletariato di marxiana memoria, del quale faccio parte tanto io (operaio o meglio ex operaio in quanto disoccupato da cinque anni) quanto il professore universitario o l'infermiere e l'ingegnere aeronautico. Anche i suoi detrattori sono attratti, distrattamente forse, dalle immagini che passano per lo schermo della scatola magica, magari per pochi istanti o per pochi minuti, ma tutti rimangono ammaliati di fronte al miracolo di poter vedere cose e fatti lontani dal posto in cui ci si trova fisicamente; del resto l'etimologia del vocabolo è piuttosto esplicita: televisione, vista a distanza senza intermediazione fisica e materiale. Questa è, o dovrebbe essere, la sua missione principale e sulla base di questa George Orwell in 1984 la immaginò come strumento principale di controllo dei cittadini da parte del governo mondiale, come sintesi tra modello leninista-stalinista e neoliberale progressista per la sistematica eliminazione della libertà e della coscienza individuale nell'era atomica. Lo scoppio della guerra fredda e i suoi esiti, boom economico e caduta del muro di Berlino compresi, ci hanno evitato di vedere il mondo diviso in Eurasia e Estasia con l'Africa come campo di battaglia privilegiato dei due blocchi: o meglio, la televisione non ce lo ha fatto vedere poichè ha puntato i suoi occhi elettronici su aspetti folkloristici o ameni e comunque avulsi dal conflitto tra civiltà differenti, salvo nei casi in cui era strategicamente vantaggioso per uno dei due contendenti; ci ha insegnato a desiderare e a pretendere una serie di surrogati della felicità, allettando la vanità individuale e illudendoci che la fuori, nel mondo, c'era sempre qualcuno che poteva pensare al posto nostro, al nostro benessere, alla nostra soddisfazione gratificandoci, di tanto in tanto, con un quarto d'ora di celebrità.    

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2015 Immagine di Orazio Nullo "Dangerous Hypocrites"




lunedì 20 novembre 2017

Morto un gattopardo, se ne fa un'altro...

Viva l'Italia...e gli italiani? 
Non pervenuti.
di Claudio Montini

Due settimane fa, la Sicilia si è data un nuovo presidente che non ha ancora formato la squadra di governo; l'altro ieri è morto Salvatore Riina, considerato dalla giustizia italiana il "capo dei capi" della mafia siciliana, Cosa Nostra in testa. Apparentemente sembrano due avvenimenti e due notizie tanto eterogenee da non mostrare ragione d'essere accostate. Invece sono legate l'una all'altra poichè sfugge, o è sfuggito, alla maggioranza degli osservatori quanto imponente e assordante sia stata l'affermazione del partito del non voto, non già dovuta alle intimidazioni o alla sfiducia verso le istituzioni democratiche o alla demoralizzazione riguardo al destino dell'isola. Le condizioni di salute del detenuto capo mafioso erano sicuramente ben note in Trinacria, alla faccia del regime carcerario di cui all'articolo 41 bis del codice di procedura penale: pertanto, si mettano l'animo in pace i mafiologi di ogni ordine e grado, dal momento che la "successione" al potere è già avvenuta e la metamorfosi di condotta, più vicina allo stile del super latitante Matteo Messina Denaro, è cosa fatta da tempo immemore ovvero l'immersione e la navigazione a quota periscopio procedono che è una bellezza e gli affari ne risentono positivamente. Lo scopo non è il controllo militare del territorio, lo scopo è fare soldi nel minor tempo possibile e coi minori fastidi possibili: in una terra affamata di lavoro e di benessere e che aspira ad essere la Florida del Mediterraneo, un accordo tra galantuomini si trova sempre. Non è la politica a comandare, sono i soldi; non basta la salute, ci vogliono anche i soldi; non bastano le idee, le belle parole, i disegni e i progetti: per realizzarli ci vogliono i soldi. Quando saranno tutti d'accordo sulle dimensioni delle fette della torta, allora il presidente Musumeci potrà dare il via alla distribuzione delle deleghe: ma la oltre metà degli aventi diritto al voto che si sono avvalsi della facoltà di disertare le urne, credendo di omaggiare i propri padroni o di infinocchiare i manovratori dell'ennesimo burattino di pezza, intanto, hanno perso anche il diritto di lamentarsi e sono rimasti col solo diritto di chinarsi, come il giunco di un famoso proverbio, in attesa che passi la piena. Tutto cambia affinchè tutto rimanga uguale e, quel che è peggio, accadrà la medesima cosa sul continente: morto un gattopardo se ne fa un'altro, come coi papi, tanto domani è un'altro giorno e qualche santo provvederà. Viva l'Italia...e gli italiani? Non pervenuti.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2017 Immagine di Orazio Nullo "Money never sleeps" 

mercoledì 15 novembre 2017

Inedito dedicato ai poeti rustici...come me!

C'è chi sogna con le parole
di Claudio Montini
A volte mi prende un desiderio spasmodico di fissare sulla carta i miei pensieri, come se dovessi lasciare una traccia di me prima di dissolvermi e tornare polvere alla polvere. Se dispongo di carta e penna o matita a portata di mano, lascio che il foglio si riempia di appunti e di sgorbi e di scarabocchi senza esercitare alcun controllo, se non quello linguistico e grammaticale: è notoria la mia pessima calligrafia, nonostante sin dall'adolescenza abbia tentato di adottare (o meglio, imitare) un corsivo tipografico in luogo del corsivo a mano libera che mi è stato insegnato alle scuole elementari, nella speranza di migliorare la mia velocità nel prendere appunti durante le lezioni, al liceo. Invidiavo le amiche e gli amici che frequentavano gli istituti tecnici e professionali per il commercio, poichè al primo anno avevano come materia la stenografia e, a detta loro, era piuttosto utile anche per quello scopo (oltre a tenere alta la media dei voti...). Poi la vita ha preso altre strade e ho dovuto percorrerle mio malgrado: i problemi sono diventati altri e spesso avulsi dalla scrittura a mano; fortunatamente la tecnologia si è evoluta a velocità prossima a quella della luce e la videoscrittura ha concesso a maldestri come me di salvare tutti quei sogni fatti di parole che, vai a sapere come, girano nell'aria e finiscono nel fare il nido nella testa di rustici poeti affascinati dalla natura che li circonda. Ecco, per esempio, cosa bolliva e vorticava nella mia scatola cranica in questi giorni e oggi si è materializzato.

Che cosa posso dire di nuovo riguardo alle nuvole?
Vagabonde misteriose e mutanti sospese nella volta 
che sovrasta le nostre teste, infinitesimali all'universo,
certo, ma capaci di immaginarlo e contenerlo in sè.
Prigioniere o figlie ribelli del vento che le plasma,
le chiama, le ammassa e le disperde senza posa
così come lo sconosciuto che abbracciamo al buio 
in un valzer che chiamiamo vita e giammai destino

(c) 2017 Testi di Claudio Montini
(c) 2017 Foto di Claudio Montini

domenica 12 novembre 2017

Dalla cambusa di Zio Propano: crema di gorgonzola

CREMA DI GORGONZOLA

di Zio Propano

Non è una ricetta per allergici al lattosio o per chi considera il formaggio così come Dracula vede l'aglio o il sorgere del sole; se siete alla ricerca di una terza via per il condimento della pasta o degli gnocchi, dopo pesto ligure e passata di pomodoro, vi suggerisco di provare con il principe italiano dei formaggi erborinati: il gorgonzola giovane o cremoso o dolce che dir si voglia. E' una preparazione apparentemente semplice ma la materia prima, pur accattivante e deliziosa, esige cura, pazienza e attenzione perchè se si attacca al fondo del tegame (o del pentolino), voi vi attaccate al tram e dovrete condire la vostra pasta (o gli gnocchi) con qualcos'altro. Intanto ecco la lista della spesa:
  • 150 grammi di gorgonzola dolce (o cremoso o giovane)
  • 30 grammi di burro (una fettina, insomma...)
  • mezzo bicchiere di latte (intero o parzialmente scremato: non c'è problema; quanto al bicchiere, uno da vino o da acqua da tavola non tanto grande andrà benone)
Versate il latte in un pentolino con coperchio, proprio uno di quelli piccoli che mamme e nonne istintivamente adopererebbero per fare il sugo o due porzioni di pastina in brodo, e mettetelo sul fornello più piccolo del piano di cottura a fuoco modesto; unite il burro e coprite con il coperchio. Nel frattempo potete anche preparare l'acqua per la pasta e iniziare a scaldarla per poi salarla; riducete a cubetti il gorgonzola (esistono in commercio comode vaschette contenenti un sedicesimo di forma di gorgonzola, 300 grammi circa: basta tagliare a metà, togliere la corteccia se è il caso e lavorare di coltello) che va unito al latte e al burro, che nel frattempo si sarà sciolto, e mescolato con un cucchiaio di legno di tanto in tanto, quando vi viene la curiosità di vedere se il formaggio davvero si scioglie e il latte non prende il bollore e scappa (ma dove volete che vada, senza soldi e documenti, se mantenete il fuoco basso, mite e costante?) Nel giro di una decina di minuti, giusto il tempo perchè l'acqua salata si metta a bollire e la pasta si cuocia o gli gnocchi vengano a galla, si creerà una crema densa e viscosa in cui affioreranno le parti erborinate caratteristiche del gorgonzola e si spanderà, ulteriormente addolcito e reso delicato, il suo inconfondibile aroma. La Jena Sabauda ed io l'abbiamo sperimentato con gli gnocchi di patate e, se di primo acchito nella zuppiera questi parevano galleggiare, una volta serviti nei rispettivi tre piatti (e secondo voi il cane Leone rimaneva a bocca asciutta? Non sia mai...!) hanno fatto una bella figura e sono spariti velocemente, non con la forchetta ma col cucchiaio, però senza darmi il tempo di prendermi una foto ricordo: in compenso ho preso il pane e spazzolato quel che rimaneva della crema, seguito a ruota dalla Jena che è rimasta piacevolmente sorpresa. A Leone il pane non è servito: ci hanno pensato Simbad e Nuvolino (i due gatti) ad occuparsene mentre lui abbaiava, come di consueto, al portalettere.

© 2017 Testo e ricetta di Claudio Montini
© 2016 Foto di Orazio Nullo



venerdì 10 novembre 2017

Siamo in autunno: era ora!

Niente paura con la democrazia
di Claudio Montini

L'autunno, tanto agognato dalla terra e dagli animali, finalmente si è presentato in tutto lo splendore dei suoi dettagli meteorologici tanto cari a retori, poeti e scrittori di ogni epoca risma e schiatta. Per recuperare il ritardo accumulato rispetto al calendario consueto, si è dato abbondantemente da fare per rimpinguare le asfittiche risorse idriche con neve e pioggia e calo delle temperature che, zelanti pappagalli mediatici a corto di cattive notizie, hanno provveduto a montare come sufflè alle banane per tenere alta la tensione emotiva del pubblico uditorio. Niente paura con la democrazia, finchè andiamo e veniamo: tutto già visto, tutto già vissuto, tutto già dimenticato come la proroga dell'estate di cui abbiamo incautamente beneficiato, tralasciando di prepararci al peggioramento e dimenticandoci delle magagne facilmente risolvibili che si trasformano, durante l'evento infausto, in emergenze catastrofiche. A onor del vero, ammesso e non concesso che si possa ancora distinguere con manichea precisione tanto l'uno quanto l'altro (l'onore e il vero), va detto che le disgrazie non vengono mai da sole: però è ancora più vero che ignorare o tamponare o rinviare o polemizzare in cerca di effimera visibilità fa sempre rima con lascia starema chi telo fa fare?mandateli a casa che son tutti ladri (o mafiosi...a scelta)vedrai che qualche santo vorrà o verrà a provvederetanto hanno già deciso come spartirsi la torta. L'ignoranza non è una giustificazione, per carità; nascondere la testa sotto la sabbia, tapparsi le orecchie e gli occhi non risolve i problemi, il silenzio non è mai d'oro ma di piombo o di nitroglicerina: abbiamo bisogno di conoscere i fatti e le opinioni nella loro interezza e dobbiamo tornare a pensare con la nostra testa, nella quale deve esserci spazio per un comandamento soltanto: ama il prossimo tuo come te stesso, ovvero non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2014 Foto di Orazio Nullo

giovedì 9 novembre 2017

Cerco un centro di gravità permanente...

La valigia dei sogni
di Claudio Montini

Lo confesso, non posso più tenerlo per me, celarlo in fondo all'anima e ai pensieri come un rimorso o una colpa consapevole da non far trapelare ad altra anima viva; sarà un sollievo più che una liberazione poichè il fardello delle conseguenze graverà ancora sulle mie spalle, condizionerà i miei rapporti con l'ambiente e con il mio destino. Questo mondo gira troppo in fretta e non lascia il tempo di riflettere, di scegliere le parole, di farsi domande quali se ne valga la pena esporre le proprie opinioni: vale l'immagine più di mille parole, dicono, vale ancora colpirne uno per educarne cento, l'esibizione muscolare fulminea e inaspettata e vigliacca contro chi è disarmato oppure armato di sana e professionale curiosità, vale la legge della sopravvivenza che vige nella jungla sebbene gli animali abbiano, da millenni, la decenza di mirare a soddisfare i loro stomaci e i loro organi riproduttivi e non alla supremazia sul creato. Ne avrei di cose da scrivere, una al giorno e anche più di una: ma finirei per essere un campione del "copia/incolla" o un retore inutile da speaker's corner in Hyde Park, a Londra, come ben ci descrisse una giovane professoressa di inglese alle scuole medie che aveva trascorso alcuni anni da "au pair girl" nella capitale del Regno Unito di Scozia e Inghilterra, facendoci innamorare di lei e della "british way of life. Parigi non ha mai attirato le mie simpatie e, più che Bonn, Frankfurt am Mein o Munich (Bayern Land) suscitavano maggiore interesse se non altro per la rapidità con cui si erano spurgati delle svastiche nazionalsocialiste e delle macerie dei bombardamenti angloamericani. Passati i quaranta, ho capito che era meglio se facevo pace col mio cervello e mi accontentavo di questa Italietta che lontano dai riflettori, tra la gente che vive la vita di tutti i giorni e fa fatica, sapeva ancora regalare belle soddisfazioni e momenti che scaldano il cuore, a ricordarli in là negli anni; ora ho passato anche i cinquanta, sono un numero nella statistica dei disoccupati, ho ancora la mia valigia di parole e di sogni da vuotare e una promessa fatta a una persona con cui ho scelto di vivere il resto dei giorni; promessa che onoro con abnegazione e convinzione perchè quella persona ha bisogno di me, è stata a un passo dalla morte ma mi è stata restituita e lotta per recuperare una condizione sufficientemente normale: ecco, io l'accompagno in questo lungo cammino e questa è la mia attuale missione mentre, parallelamente, non smetto di costruire il mio magico mondo fatto di sogni e di parole e di idee, dove si ama e si muore ma con la speranza di andare in un mondo migliore, dove si ride e si piange ma solo di gioia e non di rabbia, dove per ogni cosa che che accade c'è un motivo o una ragione, dove la libertà di uno finisce laddove inizia quella dell'altro, dove mi sento libero come un gabbiano sul lago Vittoria nel cuore dell'Africa e non ho nulla da chiedere se non che l'aria sorregga le mie ali. Istintivamente, forse, ho trovato il mio centro di gravità permanente. 

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 immagine di Orazio Nullo "Radioactive fallout"