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lunedì 31 dicembre 2018

A che ora è la fine del mondo?


Sogni d'oro
di Claudio Montini

Facciamo finta che, dormendo, potessimo vedere cosa ci accadrà nei giorni a venire: smetteremmo di avere paura? Smetteremmo di essere egoisti? Smetteremmo di essere noi stessi con tutti i nostri difetti e coi pochi pregi che ci hanno dato al momento di venire al mondo? Non credo. Non smetteremo mai di ripetere le nostre inclinazioni peggiori, soltanto sceglieremo con maggiore cura il momento in cui farli prevalere sul buon senso che si esaurisce troppo in fretta. Questo universo, quello in cui siamo immersi e da cui dipendiamo, è un organismo pensante e pulsante e autocratico in continuo e costante movimento di rotazione, rivoluzione e trasformazione tesa al superamento di un nuovo gradino della scala evolutiva: come noi, è capace di eliminare da sé gli elementi improduttivi  rispetto a questa missione in special modo quelli che potrebbero costringere a conservare lo stato delle cose. Vale a dire, prima o poi, chi si oppone alla logica dominante diventa un peso o un inciampo tanto quanto chi non ce la fa a stare al passo e a mantenere una vita dignitosa: pertanto va eliminato o, se preferite cedere alla nostalgia, va destinato alla soluzione finale. E' già accaduto, sta di nuovo accadendo in forme diverse dal passato, più subdole, ancor meno palesi ma addirittura più efficaci sotto ogni latitudine e qualsiasi regime: grazie alla rete (drogata e mondiale) delle informazioni è sotto gli occhi di tutti, è stimata e valutata e tradotta in profitti, è calcolata e osannata se non benedetta: ma non è vista, né biasimata, né denunciata da nessuna delle teste piegate sui fogli di silicio luccicanti di faccine buffe e colorate perché i cervelli sono stati allineati, armonizzati, sintonizzati, manipolati. Non ci resta che attendere il prossimo annuncio, quello della messa in onda della fine del mondo, a meno che un meteorite sbadato non faccia ciò cui gli alieni extraterrestri hanno rinunciato da tempo: spazzarci via dalla superficie di questo pianeta onde consentirgli di resettarsi, di ricominciare da capo, di ripartire da altre unità viventi a base carbonio.

© 2018 testo di Claudio Montini
© 2018 immagine di Orazio Nullo "Apocalypse knight night" Atelier des pixels collection

mercoledì 26 dicembre 2018

Ai posteri l'ardua sentenza...

...ed è passato anche Natale!
di Claudio Montini
Siamo tutti più rilassati, per non dire sollevati, ora che Natale è passato: Santo Stefano è una festa di "riparazione", come il Lunedì Dell'Angelo perché il giorno dopo le luci si possono anche tenere spente una mezza giornata, i fumi dell'incenso e (di più) dell'alcol si sono ampiamente diradati, chi non ha ferie da spendere (né denari) ricomincia a lavorare (sempre che un lavoro ce l'abbia). Eppure è un periodo in cui non vorremmo che accadesse nulla di spiacevole, di triste o di luttuoso; è più forte di noi che ancora crediamo a Babbo Natale, San Nicola o Santa Lucia: è un periodo dell'anno in cui non disdegneremmo affatto una tregua dalla malasorte e dalla malvagità in genere. Un momento per respirare, per tirare su la testa e spingerla fuori dal letame in cui (spesso non per colpa nostra, ma delle precedenti amministrazioni…!) ci troviamo a navigare a quota periscopio. Già: ma una tregua, non significa affatto la fine della guerra o del disagio! Si tratta solo di rimandare la soluzione dei nodi che sono venuti al pettine, di rimandare quella bella sgrullata a muso duro con scintille di corna che si spezzano durante le quali, se non altro, viene fuori la reciproca verità (sarebbe un miracolo che uscisse anche la panacea universale per i mali più urgenti: non accade nemmeno nei consigli di amministrazione e nelle assemblee condominiali). E' possibile che non ci sia nessuno che smetta di dare per scontato qualsiasi tipo di informazione e ricominci a spiegare come stanno le cose, partendo dai fondamentali e dalle definizioni delle singole fattispecie? E' possibile che nessuno smetta di ripetere a pappagallo lezioncine preconfezionate, comprensibili solo dagli addetti ai lavori, affinché i poveracci come me capiscano solo quel che vogliono sentire e tralascino il resto? Ai posteri l'ardua sentenza…. 
©2018 testo di Claudio Montini 
©2016 foto di Orazio Nullo

mercoledì 19 dicembre 2018

In loving memory of Daniela Dusi (1970-2018)


La croce di Daniela
di Claudio Montini

Daniela ha gettato la sua croce
e ha smesso di seguirlo:
Lui, forse, non ha sentito il tonfo
oppure non ha fatto in tempo ad evitare
che appendesse sé stessa al cielo,
come si fa con un vestito inutile.
Daniela stava in mezzo a tanta gente
che non ha visto né sentito niente:
chi più, chi meno, tutti convinti
d’avere scalogne ben più importanti,
lacrime da spendere e cattiveria da vendere
per passare oltre e tirare avanti.
Daniela è passata davanti allo specchio
ma l’occhio non ha più trovato la sua parte:
tremano anche i forti davanti al vuoto buio,
non c’è corazza contro i dardi della sorte,
al supplizio del destino non c’è rimedio
Daniela già sapeva che c’è alla fine della valle,
ma aveva troppi segni e piaghe sulle spalle;
era stanca di correre contro il vento,
di contentarsi del bacio di un momento,
di sprecare la voce in un deserto di silenzio,
di sprofondare aggrappata alle sbarre del quieto vivere.
Daniela ha lasciato a noi la sua croce,
noi che siamo tanto bravi a dimenticare
quello che non capiamo e che non ci piace,
mentre trasciniamo la nostra fino al mare
illudendoci che al cielo possa piacere.

©2018 Testo e foto di Claudio Montini 

Consigli per gli acquisti - prima puntata

Anche se la copertina sarà un po' diversa (per l'edizione cartecea), per maggiori dettagli cliccate con fiducia sul link: non ve ne pentirete.




mercoledì 5 dicembre 2018

Letti e piaciuti: Enrico Pandiani POLVERE - ed. DeA Planeta - 2018



UN LIBRO CHE SOFFIA VIA 
LA POLVERE DALL'ANIMA

di Claudio Montini

La vita è un gioco complicato i cui veniamo calati a nostra insaputa, senza che ci vengano spiegate le regole e neppure indicati gli altri concorrenti; c'è chi gioca all'attacco, altri in difesa e ci sono pure quelli che se ne stanno in panchina perchè hanno commesso troppi falli, perchè aspettano di essere chiamati a partecipare oppure perchè si sentono esclusi dal gioco e dalla squadra per qualche misterioso motivo. Questi ultimi si accontentano di aspettare che il tempo passi o che lo faccia la delusione patita oppure che provveda la polvere a entrambe le cose, depositandosi copiosa fino a farci sparire dal mondo. Ma il destino è un mazziere scaltro e scrupoloso a cui non piace affatto vedere troppa polvere in giro e sul suo tavolo, a meno che non sia quella di una mina di matita che ritrae paesaggi, facce, forme e corpi affinché il ricordo non si perda nei fumi dell'alcool e nell'oblio che gli dei degli allucinogeni di origine vegetale concedono ai mortali; la disperazione e l'ostinazione di una madre che soffre per la perdita violenta di una figlia, uccisa da un'arma da fuoco impugnata da mano ancora ignota alle forze dell'ordine, soffierà via la polvere che nasconde un mondo truce, maligno e spregiudicato che tende a stritolare e calpestare i sentimenti puri e le buone qualità morali che distinguono la bestia umana dagli altri animali. Gli uomini e le donne di buona volontà esistono tanto quanto i farabutti ma, almeno nei romanzi, riescono a prevalere nonostante tutto. Forse è proprio questo che ha spinto Enrico Pandiani a focalizzare, in POLVERE (DeA Planeta, 2018), la sua attenzione verso un antieroe per antonomasia e per scelta, comunque dotato di una robusta etica basata su lealtà e rispetto (fuorché per se), pragmatico quanto basta e portatore sano di una notevole faccia tosta: un personaggio che sarebbe certamente piaciuto a Robert Mitchum o a Lino Ventura. In una Torino marginale e sbrecciata, proletaria quanto mai si sarebbe detto una volta, lontana dai salotti buoni e dalle cartoline, quest'uomo che ha presentato le dimissioni dalla vita (naturalmente respinte dal destino o da qualcuno o qualcosa al di sopra di esso che, comunque, non si prende il disturbo di fare capolino nella storia) compie una rivoluzione in sè e in coloro che incontra, tranne nei malvagi antagonisti descritti con grazia e abilità magistrali da Pandiani tanto che il lettore genera autonomamente, se non disprezzo, almeno ben poca simpatia nei loro confronti. Con un ritmo e una visuale a misura d'uomo, Enrico Pandiani sposta la POLVERE che gli amministratori e i benpensanti della sua città amano nascondere sotto i tappeti e ci porta in quel piccolo mondo che non trova neppure più spazio nelle pagine di cronaca locale, inventandosi tuttavia una bella storia che finisce bene come certi filmoni americani polizieschi: alzi la mano chi non ha sognato, almeno una volta, di indossare un soprabito stretto in vita da una cintura e un cappello Borsalino come Humphrey Bogart o Robert Mitchum e, mentre la polizia fa il suo dovere, abbracciare e baciare Lauren Bacall o Faye Dunaway sui titoli di coda e la parola “Fine” che entra a scorrimento dal centro dell'inquadratura? Complice uno stile linguistico diretto e semplice, fluente e brillante, piacevole e avvolgente come un tessuto di alta qualità o come un vino o una pietanza d'annata eccellente o cucinata come Dio comanda, privo di invenzioni lessicali (che affascinavano e divertivano nei suoi primi lavori che, però, si defilano nel suo primo capolavoro PESSIME SCUSE PER UN MASSACRO, Rizzoli 2012) eppure così gustoso e scorrevole da rendere difficile evitare di giungere a tutti i costi alla fine del capitolo, Pandiani crea il suo secondo capolavoro: sì, signore e signori, per quanto il vostro naso possa arricciarsi di fronte alla definizione di romanzo noir, POLVERE edito da DeA Planeta è un romanzo di ottima letteratura italiana contemporanea che non sfigurerebbe affatto nelle varie competizioni letterarie pilotate dalle grandi case editrici (Campiello, Bancarella, Strega e simili). L'evoluzione, l'aggiornamento, il miglioramento nella padronanza dei suoi mezzi e del suo mestiere dello scrittore torinese, apprezzato e letto anche in terra di Francia grazie alla traduzione della saga de Les Italiens, è netta e incontrovertibile se vista in una retrospettiva dei suoi precedenti titoli: da qui in poi, può soltanto fare bene a noi che amiamo leggere per evadere dal grigiore della nostra quotidianità, alla lingua e alla letteratura italiane perchè scrivendo e leggendo prodotti scritti con proprietà e correttezza di linguaggio esse possono sopravvivere in eterno, a sè stesso perchè non si scrive per edonismo ma per procurarsi di che vivere facendo ciò che più ci piace. I libri sono fatti per essere letti e non per essere ammirati, come belle statuine dietro una vetrina: una volta letti, restano dentro di noi e modificano anche la nostra percezione della realtà così come il nostro modo di esprimerci, dando vita al miracolo di una lingua che unisce e non divide da Courmayeur a Siracusa e da Tolmezzo ad Arbatax più di quanto non si voglia ammettere e più di quanto non riesca a fare una bandiera dai tre colori, una maglia color del cielo, un inno le cui parole nessuno impara più a memoria riuscendo, a malapena con la bocca, a farne a pezzi la melodia. Non fatevi impressionare dalla corposità del volume: il frusciare delle sue pagine e l'eco delle immagini che esse susciteranno, grazie ad Enrico Pandiani e all'editore DeA Planeta, soffieranno via la POLVERE e tornerete a pensare e a vivere meglio.

© 2018 Testo di Claudio Montini immagine da Google Images database

giovedì 29 novembre 2018

Letti e piaciuti: Laura Pariani DI FERRO E D'ACCIAIO (NN Editore 2018)

Laura Pariani
DI FERRO E D'ACCIAIO
NN EDITORE (2018)

LO SPAZIO DI NOI UMANI
di Claudio Montini


Laura Pariani raccoglie tutto il suo mestiere e il suo sapere (dagli anni '70 del XX secolo si occupa di pittura e fumetto e, dai primi anni '90 del medesimo secolo, di letteratura e teatro) per gettare lo sguardo disincantato dei poeti sul futuro che attende la cosiddetta società occidentale. Le premesse, a voler ben guardare, ci sono tutte ai giorni nostri: è come trovarsi di fronte un insieme cospicuo di punti numerati da collegare con una linea per ottenere una figura organica che, senza troppi giri di parole, mostri la prospettiva verso cui siamo diretti. La Storia si ripete sopratutto laddove ci sia ignoranza, omertà o silenzio, ignavia all'ascolto, sospetto e paura poliziesca scambiati per ordine, sicurezza, salute pubblica, stoico apparente benessere da tempo di guerra permanente e illusione di una consolidata e falsa pace sociale. Che sia la Palestina di oltre duemila anni fa oppure si tratti di una Milano dei prossimi cinquant'anni di questo XXI secolo, superstite stravolta di una guerra lampo del terzo tipo (se così si può dire, ovvero tecnologicamente sofisticata tanto da durare solo cinquanta minuti), una madre che si ostini a cercare suo figlio caduto in una retata della polizia, quantunque senta già che dovrà accontentarsi di versare lacrime su di un cadavere, diventa un neo o un anello debole o una ferita del sistema che va controllato, catalogato, eventualmente isolato e neutralizzato per impedire che sbocci una nuova icona per la resistenza che rinnega l'omologazione, la censura, il silenzio e auspica il ritorno all'umanità autentica a tutto tondo, quella del pensare e del parlare e del ricordare per imparare a vivere. Qui entra in gioco il mestiere di Laura Pariani nel senso più bello e ampio e positivo del termine; l'autrice di DI FERRO E D'ACCIAIO (NN Editore, 2018) non confeziona un romanzo utopistico, una roba del tipo 1984 di George Orwell o UN MONDO NUOVO di Aldous Huxley o FARENHEIT 451 di Ray Bradbury: lei attinge alla fecondissima e vivissima tradizione della tragedia greca classica amalgamandola a tutti gli aromi, gli umori e i sentori della storia più misteriosa e profondamente radicata nella coscienza collettiva europea e occidentale, ovvero la passione e la morte e la resurrezione di Gesù di Nazareth detto il Cristo, tralasciando qualsiasi implicazione religiosa e morale ma concentrandosi sull'essenza etica del messaggio di cui egli era latore.  [...] per vivere non basta essere vivi […] vivere è qualcosa che si impara [...]”
DI FERRO E D'ACCIAIO non è un operazione di sincretismo calligrafico che vuole ammiccare agli appassionati di fantascienza e a quelli di letteratura ad ispirazione religiosa: è un romanzo geniale e poetico e affascinante perchè, sfruttando il palinsesto stilistico e concettuale della tragedia greca (capace di parlare, insegnare, stimolare alla riflessione in modo efficace durante gli oltre venti secoli trascorsi dalla sua invenzione), descrive la forza dirompente e maieutica di un ipotetica venuta di un messia che parla d'amore e di vita spesa senza nascondersi in un mondo del futuro prossimo venturo che, viceversa, ha perduto ogni parvenza di umanità poiché ha eletto il fordismo keynesiano venato da leninismo brezneviano (vale a dire, il controllo incombente e occhiuto e asfissiante da parte del partito-stato sulla società intera, dalla culla alla tomba) a filosofia e ragione di vita bandendo da esse, di fatto, ogni elemento attinente alle emozioni, alle passioni, alla memoria, alla spiritualità e interiorità individuale. L'imbarbarimento, l'involuzione, il decadimento del consorzio umano che ha operato questa scelta di conservazione sociale si vedono anche nella lingua con cui il coro di personaggi che, raccontando delle loro prese di contatto con questo protagonista occulto, parlano della sua opera, delle sue gesta, delle sue idee e persino della sua fine senza l'intervento di alcuna voce fuori campo: si tratta di una lingua italiana spuria, sporcata o impastata o affetta o miscelata (se preferite e, in ogni caso, a basso dosaggio, semplici ombre e venature) con evidenti lombardismi che non danno alcun fastidio ma sottolineano l'originalità di questa opera di Laura Pariani pubblicata da NN Editore, nella serie Croce Via – La passione di cui DI FERRO D'ACCIAIO è il capofila. Questo registro linguistico che raccoglie l'eco, mai spenta, della stagione verista incarnata da Giovanni Verga (I MALAVOGLIA e MASTRO DON GESUALDO per esempio) aggiunge densità, sapore e profondità al messaggio, di ferro e d'acciaio appunto, che penetrerà la vostra mente e la vostra anima così come riesce soltanto ai sogni. Infatti […] E' questo lo spazio di noi umani: ricordare, progettare, capovolgere con un sogno la piatta normalità […]; è lo spazio in cui nascono i dubbi, gli interrogativi e le speranze; è lo spazio in cui si ha davanti uno specchio davanti al cuore e si fatica a riconoscersi ma, finalmente, si smette di nascondersi nella propria tana sicura di ferro e d'acciaio.

© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2018 Foto di Orazio Nullo



sabato 10 novembre 2018

Voce nell'universo - inedito 2018


LIBERA È LA VOCE NELL'UNIVERSO

di Claudio Montini

La voce chiese al vento: «Da dove vieni? Dove vai?»
Ma quello rispose consonanti incomprensibili, seguitando imperterrito a spettinare gli alberi e a trascinare polvere, carta straccia e foglie morte in un valzer senza musica. Invece la musica c'era, c'è sempre stata e ci sarà finché il pendolo non smetterà di oscillare dettando il ritmo alle cuspidi e ai conseguenti antipodi: pochi la intendono e quei pochi sono impazziti o sono fuggiti là dove si rifugiano le risposte inaudibili e inaudite, i segreti maledetti e quelli mai detti, tutti i veli pietosi e penosi che coprono la nuda verità.
Ora muggiva, ora fischiava, ora ringhiava irridendo lamenti e preghiere e timori di quel mondo in cui si sentiva prigioniero ma di cui sembrava avere raccolto la disperazione, servendosene per spezzare le catene della gravità e tornarsene al cielo, finalmente libero.
Affascinata e atterrita da tanta forza, forse più dalla prospettiva in cui intravedeva una via di fuga, di nuovo la voce lo supplicò.
«Portami con te, ovunque sia l'altrove cui tendi!»
Ugualmente a prima, il vento non si curò di lei e, così come era venuto, se ne andò lasciandola sedotta da un'idea di libertà e abbandonata ai dubbi e alle incertezze quotidiane.
La testa era vuota, gli occhi non sapevano più dove guardare, la bocca era immobile e chiusa come una maschera desueta e dimenticata; eppure le orecchie captarono un suono, forse soltanto una sequenza anomala di consonanti nello strascico vento in fuga, un falso rumore di fondo che consola e confonde i cuori in allarme e in attesa, il silenzio imperfetto che si espande e avvolge lo spazio e il tempo e il volume e la massa, annichilendo tutto.
Poco più di una vibrazione e molto meno di una presenza, entità metafisica quant'altre mai labile e riconoscibile solo dai riverberi e dai riflessi indotti, la poesia si offrì alla voce recando con sé armonia e bellezza, sue ancelle e compagne sin dalla notte dei tempi.
«Vieni con me e portami per le vie del mondo o lungo le linee del tempo che intersecano miliardi e miliardi di vite, spesso ignote le une alle altre eppure reciprocamente indispensabili, come gli ingranaggi di un meccanismo complesso nel quale anche il più insignificante e minuscolo di loro contribuisce al movimento di tutti gli altri, garantendo precisione e correttezza al funzionamento di tutto il sistema.
Tu sei la sola che possa attraversare il buio vestendolo di colori e profumandolo di sapori; tu sei la sola che possa modellare il silenzio senza distruggerlo, anzi, danzando con lui per disegnare su di esso arabeschi e graffiti delicati e potenti; tu sei la sola che possa penetrare corazze e segrete stanze dove si nascondono le corde dell'anima da suonare per illuminare i più reconditi angoli del cuore. Con te e soltanto con te le parole, le idee e i sogni di cui sono fatta potranno volare superando barriere e confini, paesi e palazzi, mari e montagne e, forse, anche le stelle per abitare in mezzo alla gente che ascolterà, farà proprie e vivrà ad occhi aperti senza fastidio o timore a dispetto del vento troppo propenso alla fretta, allo scompiglio e alla dispersione.»
La voce si smarrì, si ritrovò e si sorprese nello stesso tempo e allo stesso modo di colui il quale, avendo cercato invano conforto e soddisfazione lontano e altrove, al termine di uno sconsolato sentiero di ritorno si accorga e realizzi di avere avuto a portata di mano la soluzione ai suoi guai, insieme a mezzi e materiali a lui più congeniali, ma di averli colpevolmente sottovalutati e ignorati.
Meglio tardi che mai: del resto, vi è una spiegazione plausibile per molte delle cose che stanno tra cielo e terra, fuorché per la stupidità pervicace e per l'orgoglio superbo, cieco e sordo. Almeno è questo quanto sostengono quelli che gridano nel deserto, stando fuori dal coro.
Se l'istinto le aveva già preparato le valigie e messo un piede sullo zerbino oltre la soglia di casa, perché fosse pronta a scattare come un bersagliere all'assalto e a correre incontro alla gloria, la ragione tirava freni e remi in barca predicando cautela, riflessione e discernimento affinché il passo che si stava compiendo non fosse solo figlio del capriccio di un momento. Era una scelta radicale, incauta e improvvida tanto era priva di prospettive di soddisfazione o di rendita: in altre parole, era una cantonata di proporzioni colossali!
Già un saggio antico aveva affidato una sentenza, valida in tutto l'universo, alle procellose e inarrestabili volute fluttuanti del Tempo, “Carmina non dant panem” ovvero i poemi non danno il pane, più ricca di conferme che di eccezioni preposte al medesimo scopo.
Ma la voce aveva già gettato i suoi dadi e intrapreso il cammino lungo il ponte steso sopra acque inquiete: da troppo tempo era sola, senza anima viva a cui regalare un'idea, un progetto, un sogno, una suggestione con cui elevarsi e distinguersi dalla massa silenziosa sebbene vociante, uniforme e anestetizzata, vincolata ad invisibili burattinai ma convinta d'essere senza fili e senza catene.
Era consapevole di non potere cambiare il mondo, ma aveva bandito il rimorso per non aver provato ad essere come la voce dei poeti che quei due amici, separati sul piano fisico ma tanto vicini e simili su quello spirituale, avevano così bene descritto in una delle prime composizioni che crearono per diletto personale.

LA VOCE DEI POETI

Geometrie non euclidee seguono i poeti
per disegnare orizzonti invisibili,
dando vita a poesie nuove senza rime
lasciando di stucco ascoltatori e passanti
e coloro che non accettano i cambiamenti.
Chi conosce il vento,
non teme sbarre o barriere!
Chi conosce il vento,
non ama le frontiere
La voce dei poeti si affida, cieca,
al vento che sa dove andare:
esce da un cuore e si lascia trascinare
con gli occhi chiusi perchè non vuol vedere.
Supera tremila ostacoli,
si fa beffe dei divieti,
infine trova un'anima in cui riposare,
da riparare perchè possa di nuovo volare:
ma se quest'anima è ostile e non ha cuore
la voce del poeta, nel silenzio, muore.

Era uno dei primi passi, un metro sopra e in disparte dalla disordinata folla di avventori della piazza virtuale, che Augusta e Claudio mossero fuori dalle rispettive prigioni senza sbarre finalmente liberi di regalarsi parole e di percorrere i sentieri che esse avrebbero, di volta in volta, indicato alle loro anime assetate di armonia e di bellezza.
Ora la sua missione era scritta di fronte a lei e, in virtù di tale natura, destinata a non disperdersi come polvere e petali strappati nel vento che non l'aveva voluta con sé: non poteva più ignorarla e, dunque, l'avrebbe portata a termine con la certezza di smentire il finale concepito dalle sinapsi dei due poeti, poiché avrebbe fatto proprie queste altre parole nuove che Augusta dedicò a Claudio per suggellare e celebrare l'avvio del sodalizio artistico.

LE PAROLE NUOVE

Digito per te parole nuove,
parole che mi vengono dal cuore:
son frasi che tu non puoi vedere,
rimangono nell'aria a galleggiare.
Ma il vento cosmico
che carezza le stelle,
le spinge fino alla mia finestra
aperta sulla valle:
ascolto il muto canto,
senza tempo,
che ricomincia
a svegliare la radice
e getta un fiore,
un trillo, un volo.
Ecco, amico,
il miracolo cercato:
non sei più solo.

La voce aveva intuito e compreso che la poesia è un flusso di energia che scorre come un fiume in un'altra peculiare dimensione, una delle molte di cui è composto l'universo e che sono comunque attraversate dalla luce così come coordinate dal tempo e dalle interazioni gravitazionali ed elettromagnetiche, tuttavia capace di affiorare ed affacciarsi in ciascuna di tutte le altre a suo piacimento a dispetto dei vincoli della materia.
Accettare l'invito della poesia a viaggiare insieme e spingersi, sull'onda dell'entusiasmo, a mettersi al suo servizio era stato più che logico, più che inevitabile, più che naturale: era stato come trovare ali adatte per volare oltre le stelle e oltre l'infinito ignoto senza perdersi d'animo, senza bruciarsi invano, senza spegnersi nell'oblio; era stato come indossarle e, con tre passi di rincorsa, abbracciare il vuoto per stupirsi di decollare e non di precipitare; era stato come tornare a respirare aria vergine e fresca perché libera è la voce nell'universo, anche dalle leggi che lo regolano allo stesso modo dei sogni e delle idee e dei pensieri.

Libera è la voce nell'universo:
la vedi, la senti, la tocchi, la gusti
non è uguale mai eppure è sempre la stessa
è suono e colore,
è gioia e dolore,
è idea e sentimento,
azione e riposo, cammino a ritroso,
fuga in avanti e i paragoni son tanti.
Forse troppi o troppo pochi
come gli istanti,
gli attimi fuggenti
della sua inspiegabile epifania,
quando sembra che non ci sia,
quando l'ansia di prosa e di poesia,
quando la luce che insegue l'ombra,
accendono la fantasia.


© 2018 Testi di Claudio Montini
© 2016 La voce dei poeti e Le parole nuove sono di Augusta Belloni e Claudio Montini per il progetto SINAPSI: due poeti, una poesia
© 2018 Immagine di Orazio Nullo "Electromagnetic interaction

domenica 16 settembre 2018

La nuova stagione del quinto potere

Palinsesto autunnale
di Claudio Montini

L'autunno è alle porte e lentamente tutto ritorna alla normalità; la coda dell'estate, poiché madre natura non fa mai le cose con gesti netti e trancianti ma predilige le sfumature e i moniti, ci regala ancora scampoli d'estate con giornate calde ma ventilate che almeno ci risparmiano, a queste latitudini boreali a metà strada tra equatore e polo nord, l'oppressione dell'umidità e dell'afa con cui va a braccetto nei mesi di Luglio e Agosto ma ci atterrisce con pesanti acquazzoni, tanto improvvisi quanto devastanti sopratutto per nostra colpevole ignoranza storica e incoscienza edilizia. Se avessimo più memoria, umana e personale intendo, non quella dei numerosissimi dispositivi elettronici con cui ci illudiamo di dominare il mondo, non ci stupiremmo di nulla e inviteremmo con maggiore insistenza e decisione i cronisti ad occuparsi di cose ben più serie al fine di fare comprendere anche a noi, uomini e donne della strada, come vanno le cose del mondo e per quale motivo ci si debba ancora sacrificare e quali sono le alternative praticabili ai mali che affliggono questo pianeta. Così ad ogni ripresa dei palinsesti autunnali delle varie televisioni che affollano il regno del quinto potere, così ben descritto nel film di Sidney Lumet del 1976 con William Holden e Faye Dunaway e un magistrale Peter Finch, ci aspettiamo faville e scintillanti novità che allietino lo spazio tra uno spot pubblicitario e l'altro oltre ai soliti lanci d'agenzia giornalistica ispirata dai manovratori in carica nella stanza dei bottoni. Chi crede che la televisione o la radio o i giornali o internet dicano la verità, è meglio che si fermino qui cioè che non proseguano oltre nella lettura di questa nota redatta da un signor Nessuno quale lo scrivente; sarebbe meglio per loro, se avessero ancora una manciata di neuroni da spendere perchè atletici e pimpanti, che si rileggano La fattoria degli animali  e 1984 di George Orwell, un qualsiasi Hemingway, o qualche poliziesco o noir che dir si voglia di produzione italiana recente (Enrico Pandiani, Romano De Marco, Maurizio Blini, Vincenzo Maimone) per rendersi conto di come funzioni davvero il mondo e la politica così come di quanto grande sia la distanza degli addetti ai lavori, manovrati dai padroni del bastimento, e di quanto sia stupefacente la vista lunga di chi troppo spesso viene tacciato di avere troppa fantasia. Eppure i dati sono tutti in bella mostra, sono lì da vedere, i segnali sono palesi e chiari e forti; eppure seguitiamo a dare credito solo a chi alza più forte la voce promettendo miracoli insostenibili, consigliandoci il migliore ferro da stiro, il detersivo che lava più bianco che più bianco non si può, ma rispetta i colori, l'auto più comoda ed economica ed ecologica e veloce e prezzo stracciato con rate bassissime, il divano a metà prezzo e la cucina in cui sentirsi Carlo Cracco mentre nani e ballerine e giocolieri dalla lingua lunga ci stordiscono con le loro piroette, i loro grafici e i loro plastici che sono insulti a chi la vita ce la rimette sul serio.
© 2018 testo di Claudio Montini
© 2015 Google Images Database "Life tree 2015 Expo Milan, Italy"

giovedì 6 settembre 2018

Dopo che avrà pianto tutte le sue lacrime

UNA CROCE TROPPO PESANTE
di Claudio Montini

Se penso a quante volte io l'abbia sfidata a pigliarmi la morte, liberandomi dal suo abbraccio per un capriccio del destino o per un soffio di Colui che presiede a questo genere di cose, così come a tutto il resto dell'universo, mi domando quale sia la ragione che mi impone di rilanciare ogni volta il cuore oltre l'ostacolo, andare incontro alla tempesta o, semplicemente, attendere nel sonno buio e senza immagini che si accenda una nuova alba. Marco è, ora e purtroppo, un uomo senz'alba, senza più stagioni da collezionare, senza più chilometri da macinare e ore di guida da contare e non sforare. L'ultimo viaggio l'ha fatto oggi e non guidava lui, infagottato nel vestito di legno che, prima o poi, tocca a tutti; il cordoglio di un paese intero, Lomello, le lacrime di una madre cui non dovrebbe mai toccare di vivere una cosa così grossa, lo sbigottimento e lo smarrimento di quanti l'hanno conosciuto e di quelli che non sanno nemmeno chi sia ma che hanno saputo, dalla televisione o dal giornale, che un ragazzo di trentadue anni è morto lavorando al principio di un giorno d'estate, buono come un'altro per portare a casa il pane quotidiano. L'inchiesta degli organi competenti chiarirà, forse, la dinamica dell'incidente per cui Marco è stato urtato e schiacciato da una pala meccanica nei pressi dell'autocarro che conduceva e doveva da essa essere scaricato o caricato; una operazione abituale, con una liturgia ben precisa e reiterata, sulla carta dovrebbe rendere impossibile che accadano eventi di questa tragica portata: ma siamo esseri umani, soggetti difettosi per natura e passibili di distrazioni o disattenzione temporanea anche negli elementi più coscienziosi, prudenti e dai nervi d'acciaio. Abbiamo un bel dire che la vita è preziosa e fragile e delicata: la vita è anche ingiusta, pesante come una mucca da portare in braccio e velenosa come ricordare un figlio che parte per andare a lavorare e non torna più; come vedere spegnersi una vita e non riuscire ad evitarlo perchè la macchina è più forte dell'uomo, ma immensamente più stupida tanto da necessitare della sua guida. L'abbiamo accompagnato in tanti, anche solo con il pensiero e con la preghiera (per chi crede che Colui che lassù risiede sia tanto bravo...allora perchè fa morire solo tanta brava gente?): ora dobbiamo accompagnare e stringerci alla mamma di Marco e a quelli che gli hanno voluto bene perchè gli è toccata una croce troppo pesante da portare. D'accordo che ognuno ha la propria, ma di spalle ce ne hanno date due: perciò, spostiamo la nostra sull'altra e, un centimetro ciascuno, troviamo il modo di appoggiare un pezzetto di quella croce sulla nostra spalla libera, sopratutto dopo che avrà smesso di piangere tutte le sue lacrime.
© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2016 Immagine di Orazio Nullo "Job and service victims memorial monument" - Atelier des pixels collection

domenica 2 settembre 2018

Non so fare altrimenti

Artistica incoscienza

di Claudio Montini
Settembre è sempre stato il mese dei rimorsi e della malinconia, come certi sorrisi di circostanza e le promesse di rivedersi a breve in un altra occasione scambiate ai funerali oppure appena fuori dalla stanza di un moribondo. Dovrei prenderla con maggiore filosofia e provare a pensare che si tratta della necessaria crisi dovuta ai prodromi di una nuova stagione della vita, che lasciare i panni dell'uomo vecchio per indossare quelli dell'uomo nuovo (secondo quanto sosteneva l'apostolo delle genti, Saul di Tarso poi Paulus perchè foneticamente vicino al "parvulus" latino, poichè egli si riteneva minuscolo di fronte al Dio Padre del Cristo che l'aveva folgorato sulla via di Damasco) comporti comunque un doveroso lavacro di sofferenza (idea, quella del lavacro, figlia non solo del battesimo nel Giordano ma anche della professione di famiglia dell'apostolo stesso...I suoi erano lavandai di buon livello e di medio spessore industriale, col che si erano acquistati la cittadinanza romana: infatti non venne martirizzato per crocefissione, come Pietro da Cafarnao giudeo ebraico a capo di una setta religiosa giudicata perniciosa per l'Impero dei nipoti di Giulio Cesare, bensì decapitato poichè ai cives romanorum era preclusa la condanna capitale destinata a ribelli e malfattori e barbari e sottomessi in genere). Invece, non ci riesco: istintivamente apprezzo il clima più temperato e i profumi più delicati che si spandono nell'aria, dopo le prime piogge sembra che l'aria si faccia addirittura più trasparente e leggera e variegata come una primavera a rovescio, ma nello stesso tempo cresce nell'anima la consapevolezza dell'occasione perduta, del tempo scaduto, del ciclo finito e dei conti che non tornano come avremmo voluto allo sbocciare della primavera o, al limite, dell'estate sempre così carica di promesse eccitanti. Settembre mi è sempre apparso come una bella ragazza, una delle più carine e piacenti del gruppo, che mi sorride e mi rivolge volentieri la parola, sorridendo ai miei motti di spirito, mi blandisce finemente e mi affascina fino a farmi immaginare chissà quali acrobazie dentro a un letto (o su un divano, o sui sedili di un'automobile...nonostante la mia stazza, in certi frangenti, ritrovo una insospettabile agilità), per poi vederla andarsene via sottobraccio a un altro il quale otterrà, quasi certamente, il libero accesso al giardino delle delizie proibite e private il cui sogno ha mandato in orbita i miei ormoni sessuali. Con buona pace di tutte le mie aspettative, ogni anno mi lascio coinvolgere in questa ruota di valzer dallo sconosciuto con cui sto ballando pur sapendo che comincia già ora la compilazione del bilancio relativo a questa tappa del cammino, ormai in discesa: vorrei essere contento d'essere ancora qui a scrivere ma, come tanti altri temi ed elementi della mia vita, mi sono già reso conto che ho soltanto sprecato altro tempo e che seguiterò a farlo con eleganza (forse), ironia (chissà...) e artistica incoscienza perchè non so fare altrimenti.
© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2017 Immagine di Orazio Nullo "Looking for mushrooms" Atelier des pixels collection

giovedì 30 agosto 2018

Dalla cambusa di Zio Propano: rosso, antico e vegetariano!

IL SUGO MEGANO
di Zio Propano

Gli artisti, anche i presunti tali come il sottoscritto, sono inguaribili superstiziosi e coltivano piccoli riti propiziatori che alcuni chiamano manie e altri abitudini; io, per esempio, preferisco fare la spesa per rifornire la cambusa il venerdì, giusto per tenermi il sabato libero per altre incombenze o per lo svago. Capita, a volte, di acquistare prodotti che vicini di casa appassionati orticoltori, poi, ti regalino, non tanto per fare sfoggio della propria abilità quanto per liberarsi di un'eccesso di produzione: ho avuto anche io l'orto ed è entusiasmante vedere l'esuberanza dei frutti delle attenzioni e della fatica dedicate a quelle piantine da pochi spiccioli acquistate al mercato, così come è imbarazzante non sapere come trasformarli in alimenti di lunga durata e risolversi a gettarli nella pattumiera o nella compostiera. Non si può, tanto per dire, mangiare tutti i giorni pomodori o zucchine oppure riempire bancali interi di vasetti di salsa e conserve e confetture: a conti fatti, tra materiale ed energia e materia prima, il gioco non vale la candela per tacere di ciò che rimane sepolto nel congelatore... Insomma, i pomodori li avevo già presi al supermercato e, un paio di giorni dopo, un'amica alla quale confido i miei pasticci ai fornelli (prima di trascriverli, giusto per avere un parere terzo...) mi ha portato una borsa contenente notevoli esemplari di sua produzione, accompagnati da un paio di rametti di basilico dal momento che a casa mia esso si rifiuta di mettere radici (per anni, la Jena Sabauda ed io lo abbiamo preso, piantato pensando di farci un casalingo pesto alla genovese e puntualmente abbiamo viste frustrate le nostre aspettative: l'anticoagulante orale che assume dopo l'intervento al cuore ci ha fatto desistere). Li ho messi a riposo in frigorifero e la sera, quasi alle soglie della notte, non riuscendo a risolvermi a portare lo scheletro e il resto della cospicua polpa nel letto ad attendere la nuova alba, mi sono messo a pasticciare con questi ingredienti:
  • 4 pomodori costoluti grandi (quelli che mi avevano regalato: ma potete usare anche quelli oblunghi, almeno otto, o tondi; coi ciliegini ce ne vogliono troppi: scappa la voglia...)
  • 1 cipolla dorata
  • 1 gamba di sedano (bianco o verde è uguale, ma io preferisco quello verde)
  • 1 carota
  • 1 spicchio d'aglio
  • 6 cucchiai da tavola di olio extravergine di oliva
  • 1 cucchiaio da tavola scarso di sale grosso da cucina
Riducete a cubetti o a pezzi grossolani i pomodori e sminuzzateli col tritatutto, o col mixer a lame o col passaverdura a manovella (se non vi fa difetto fare sfoggio di forza fisica) raccogliendo in una ciotola il fluido denso che ne deriva. Ripetete la stessa operazione con sedano, cipolla, carota e aglio per ottenere una sorta di pasta da unire al fluido rosso, mescolando come se fosse quello di una torta, giusto qualche minuto; spargete a pioggia il cucchiaio scarso di sale grosso e seguitate a mescolare fino a che vi sembrerà sparito. Versate il contenuto della ciotola in una pentola col fondo bagnato da due cucchiai da tavola di olio extravergine di oliva che abbia appena iniziato a scaldarsi, grazie al fuoco più piccolo del fornello tenuto a fiamma media, o meglio ancora, bassa. Date un paio di giri con il cucchiaio di legno al rosso amalgama, mettete il coperchio e lasciatelo in pace a sobbollire dai 30 ai 45 minuti; in pace, per modo di dire: tormentatelo solo un'altro paio di volte col cucchiaio di legno soltanto per evitare che bruci attaccandosi alle pareti o al fondo della pentola. Trascorsi quei minuti, spegnete il gas e lasciate che perda naturalmente il calore accumulato: voi avete altro da fare, cioè recuperare due (o più) vasetti di vetro con tappo a vite (sì, proprio come quelli della nota azienda emiliana, di vetrai in Parma dal millenovecento e zufola!); in ciascuno, già risciacquato e e asciugato, versate due cucchiai da tavola di olio extravergine di oliva e poi riempiteli col sugo megano (diciamo oltre il 90%) ancora tiepido, ricoprite con altri due cucchiai da tavola di olio e serrate bene il tappo a vite. Se ben lasciate scorrere un'ora tra le due operazioni (ricerca e riempimento vasetti) non c'è nulla di male, anzi: eviterete danni ai vostri polpastrelli, ai vasetti, ai loro tappi e al frigorifero (o alla dispensa). Infatti, vanno lasciate raffreddare completamente all'aria poggiati su un tagliere di legno o su una graticola, altrimenti a bagno nel lavello di cucina con acqua fresca di rubinetto: si sigilleranno da soli...provare per credere! Qualora foste sprovvisti dei vasetti di cui sopra, potete ricorrere ad altri recipienti purché siano di vetro ed ermeticamente richiudibili: in frigorifero un posto si trova sempre, anche nel congelatore; ma se avete messo a scaldare la pastaiola con l'acqua salata...beh, buttate la pasta che il sugo megano, condimento rosso antico vegetariano di base, è già pronto e caldo: ad arricchirlo ci penserà la vostra fantasia perchè, dai funghi al pesce e dal maiale al manzo o ai tesori dell'ortolano, esso abbraccerà tutti e a nessuno farà torto.

© 2018 Testo e ricetta di Claudio Montini
© 2018 Immagine di Orazio Nullo

venerdì 24 agosto 2018

Un gustoso e curioso rimedio all'insonnia

La forchetta al centro del piatto
di Claudio Montini

Si rese conto di soffrire di insonnia, quando provò piacere nell'attardarsi in cucina a preparare un sugo al pomodoro da conservare sotto vetro. Quanto era dolce ridurre a bocconi grossolani quei grossi e succosi ortaggi, rossi più della brace di rovere buona per il camino e per la stufa d'inverno, gonfi e tesi e pieni di sè e di polpa e succo vermiglio e acqua tanto quanto certi gaglioffi che si divertivano a fare i forti con deboli malcapitati, salvo poi finire puntualmente crivellati o maciullati o disciolti dal piombo o dall'esplosivo o dall'acido di coloro i quali erano superiori a loro per grado o per potere o per maggior e carenza di scrupoli. Era una vendetta virtuale, nemmeno una nemesi seppure tardiva per sua natura stessa, un 'ingenuo inganno alla coscienza ferita, all'orgoglio leso, alla dignità quotidianamente calpestata non solo sua ma comune a tutta l'umanità che pativa la mancanza di giustizia, di uguaglianza, di rispetto: sminuzzare a filo di coltello in una ciotola l'attore o, persino, l'autore del male patito per mescolarlo a essenze o aromi  o materie ritenuti salutari, benefici, lenitivi o ammendanti scaldando quel magma a fuoco medio e senza fretta ma in modo costante e prolungato, come un bradisismo flegreo o il vulcanismo minore della solfatare etnee, affinché esso si liberasse della maggior parte del suo umore acqueo, sembrava essere il solo espediente in grado recare pace e benessere ai suoi nervi tesi, sfibrati, sfiniti da ansie e timori e paure circa i giorni e i mesi e gli anni che gli sarebbe ancora toccato di vivere in quella valle di lacrime. Il vetro pulito e trasparente, il sigillo del tappo a vite in alluminio colorato d'ottone, era una eccellente prigione per quella miscela di vita e di estate che avrebbe nobilitato un'altra generosa e gustosa invenzione dei figli della terra che, imitando il proprio creatore, avevano impastato elementi diversi del creato per sostenere la vita della specie che si era arrogata il diritto e il dovere di esserne il custode, salvo scordarsi dei propri compiti quando lasciavano briglia sciolta alla cupidigia e altri bassi istinti. A mezzanotte era spirato il vecchio giorno, si era accomodato senza dire nulla nel passato, mentre il nuovo non dava segni di vita degni di nota se non gli scatti delle lancette degli orologi; non entrava un brusio di veicoli o di foglie, non un vociare di ubriachi o di ragazzi ebbri di libertà incosciente, non una sirena che rincorresse moribondi o malviventi, non un cane che abbaiasse alle ombre che scivolavano sui sospiri o sui rantoli delle case e dei cortili spenti dal sonno e dalla paura del buio; sollevò il coperchio alla caldera del suo piccolo vulcano domestico, si riempì narici e polmoni del profumo che gonfiava e lacerava l'incerta superficie rustica e rossa, quindi stabilì che poteva bastare così, sì, proprio come il cucchiaio di legno suggeriva ostentando la resistenza della densa massa che fendeva e ribaltava: sbarrò gradualmente la strada al gas che abbassò la sua cresta blu fino ad estinguersi, era giunto il tempo del riposo e della perdita del calore, l'attesa di una sorta di rigor mortis necessario all'ultima fase del rimedio all'insonnia conclamata. Si sbarazzò degli strumenti ormai inutili, pulendoli e sciacquandoli e riponendoli con metodo scientifico nel colatoio delle stoviglie sopra il lavello della cucina avendo, tuttavia cura di conservarsi acqua e detersivo sufficienti per quelle poche stoviglie ancora impegnate. La fresca brezza della notte fonda compì sino in fondo il suo dovere, la pentola si poteva manovrare a mani nude, i vasetti non avrebbero sofferto troppo l'esuberanza termica del loro ospite, complici un paio di cucchiai d'olio d'oliva fatti scorrere con abile gioco di polso sulle loro pareti interne; sfiorò dunque l'orlo di ciascuno, pareggiando il livello con altro olio e serrando sino in fondo la porta metallica della prigione trasparente: li lasciò allineati sul tagliere bruno di rovere o di noce (o di chissà quale altro tronco d'albero a lui ignoto e privo della benché minima importanza) sino al mattino che attese, finalmente esausto e soddisfatto, per poche ore nel suo letto russando allegramente solo dopo aver rigovernato l'ultima stoviglia e fatto sparire le prove del suo passaggio in cucina. Soltanto a mezzogiorno, con la forchetta al centro del piatto, si sarebbe udita l'ardua sentenza.   
© 2018 Testo di Claudio Montini
© 2014 Immagine di Orazio Nullo