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lunedì 27 febbraio 2017

Jazz Festival 2017 Città di Mortara: non solo salame d'oca!!

Buon jazz a Mortara anche nel 2017!

di Claudio Montini

Viviamo tempi sofisticati, tempi in cui è difficile trovare qualcosa che possa dirsi genuino e originale: la tecnologia ci consente di annullare le distanze e di replicare con poco sforzo molte cose, arte e suoni compresi. Eppure, un manipolo di coraggiosi eroi sfidano la corrente e navigano in direzione ostinata e contraria offrendo, a chiunque voglia spendere del tempo libero in un modo forse antico ma del tutto naturale, la possibilità di ascoltare musicisti che sudano, sfiancano i polmoni e i muscoli che ignorano di possedere, per produrre e riprodurre musica che nasce da quella zona impalpabile, misteriosa e ricca di luci e di ombre che è dentro ogni essere umano, dove la ragione cede il passo al sentimento. Questo è il jazz, bellezza, e non puoi farci proprio niente: non è soltanto una casella da vocabolario in cui relegare un modo di confezionare musica senza marsina e cravattino, archi e legni, solo ottoni e pochi altri fiati, ritmiche sincopate e inventate lì per lì per pianoforte, tamburi e voce senza una bacchetta a dirigere il traffico, in cui tutti portano qualcosa di sè come a una scampagnata, ritagliandosi un pezzetto di assolo. Nel jazz non si inventa nulla che non sia già stato studiato, compreso e assimilato: chi suona uno strumento non solo lo conosce a fondo ma lo fonde con le proprie cellule, gli da le proprie fibre e le proprie orecchie perchè ogni brano è un viaggio che si comincia insieme, con lo stesso passo e con lo stesso tempo; si continua insieme ascoltandosi e ascoltando il sentimento che cresce avvolto dalle note che sono sempre sette (ma coi semitoni, diesis e bemolle, si moltiplicano) ma che, nello stesso tempo, sviluppa una sua personalità o un suo spirito fino a indicare la direzione e la traiettoria comune fino al gran finale, alla meta naturale del brano in cui tutti sentono di essere arrivati al capolinea. Ricchi di entusiasmo per l'energia che si è sprigionata e ha fatto vibrare l'anima mettendo in circolo la voglia di ricominciare. A Mortara, la cosa deve funzionare bene così perchè diversi manipoli di quei coraggiosi di cui parlavo si ritroveranno nella capitale della mancata provincia di Lomellina grazie a Liliana Vercelli e lo staff che la affianca nell'organizzazione della quarta edizione del Jazz Festival Città di Mortara, da giovedì 23 Marzo 2017 a domenica 26 Marzo 2017, distribuendosi tra Auditorium e Biblioteca Civico 17 e piazza Vittorio Emanuele e offrendo un ampio spettro di suggestioni musicali e culturali (per esempio presso la libreria Le Mille e Una Pagina verrà presentato il libro di Alessandro De Rosa "Inseguendo quel suono" oltre a un workshop di cui troverete informazioni visitando il sito www.jazzfestivalcittadimortara.it ). Avete dunque un mese di tempo per pensarci e mandare una mail a info@jazzfestivalcittadimortara.it per chiedere tutto quello che io non sono in grado di dirvi; inoltre, Mortara merita una visita poichè racchiude in sè secoli di storia tutti a portata di comoda passeggiata, facilmente leggibili anche dai più digiuni di storia e di architettura: passerete dal tardo romanico, al neoclassico, al razionalismo dell'era fascista e al modernismo contemporaneo, tipico degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso comunque filtrato dalla sensazione di una città davvero a misura d'uomo, di provincia buona ordinata e concreta nella migliore accezione del termine. Vi aspetto a Mortara, dove non c'è solo il salame d'oca.

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 foto di Liliana Vercelli condivisa sulla bacheca facebook

domenica 26 febbraio 2017

Poeti e poesie di gran classe: Roberta Preda da "La coscienza delle terre" Youcanprint selfpublishing

MATRONA ROMANA


di Roberta Preda


Prostrata su un povero scanno,
del mento la mano a sostegno,
statua di sale di legno,
le spalle nude del panno
caduto molle sui piedi.
Nel sole che cuoce la pelle
raccolta in attesa tu siedi.
Il tramonto riporta le stelle
tra i cieli. Trema il tuo seno
se senti acuto lo stridio di un freno.
Una quercia di rami carezza
il tuo viso, il cuore di sasso,
sulla grigia strada ormai avvezza
al tuo corpo venduto. Io passo
tra i tuoi occhi, matrona romana.
Non voglio negarti, non posso
come gli altri chiamarti puttana.

(c) 2015 testo di Roberta Preda tratto da "La coscienza delle terre" Youcanprint Selfpublishing 
(c) 2015 foto da Google Images database
Vassilij Kandinskij " Movement I " - 1935


sabato 25 febbraio 2017

Buona notte e buona fortuna, Italia!

Viva l'Italia che non ha paura...
di Claudio Montini


La distanza tra gente comune e mondo politico si è materializzata, una volta di più ma non ancora una volta di troppo, nella vicenda del nuovo stadio della Associazione Sportiva Roma Calcio S.p.A. come se la guerra intestina al maggiore partito politico italiano non ci avesse già squalificato a sufficienza agli occhi del mondo intero. Soltanto grazie alla radio, quella legata al quotidiano della Confindustria, sono riuscito ad apprendere quanto lungo sia stato il tormentato iter del progetto dello stadio giallorosso: è stato formalmente presentato, con tanto di domande e documenti allegati, nel 2012 e rivisto e approvato ad ogni cambio di giunta e di legislatura; sì signori: approvato ad ogni cambio di compagine al governo della città, tanto rossa che nera, tanto di sinistra che di destra. Ora pare che non ci sia nulla che vada bene: addirittura, si preferisce mantenere nel degrado e nell'abbandono un'ippodromo chiuso e dimenticato, piuttosto che spianarlo e riqualificare l'area, pur di fare il contrario di quello che ragionevolmente farebbero gli avversari al solo scopo di accaparrarsi voti nelle prossime elezioni politiche, giocando la carta del purismo anticonformista mascherato da onestà e rigore. "Ma mi faccia il piacere!"Avrebbe esclamato Totò, come nella famosa scenetta dell'onorevole Trombetta o nei panni di Antonio La Trippa, aspirante a uno scranno di Montecitorio; Grillo e il suo sindaco telecomandato farebbero bene a darsi, di nuovo, alla commedia dell'arte o all'avanspettacolo: farebbero meno danni e darebbero davvero una mano agli italiani rasserenando loro gli animi vessati da una crisi economica che sembra senza fine, una terra che non smette di tremare e rende macerie che nessuno sa dove smaltire anche il poco che è rimasto in piedi, l'incertezza (quando non l'assenza) di giustizia per chi è vittima di soprusi di qualsiasi genere. Mi ha fatto molto male ascoltare, al Tg2, la rassegnata affermazione di un tifoso giallorosso che ha ammesso di avere votato per "questi" ma di essersi reso conto di avere sbagliato, così come di quello che suggeriva di cambiarne il simbolo in cinque "no" perchè sembrano capaci di usare solo quel vocabolo. D'accordo, sono giudizi di parte, interessati, cattivi e sicuramente ispirati da forze reazionarie contrarie alla verità; ma che Roma abbia un sacco di problemi e che pare non interessino a nessuno (la discarica di Malgrotta come sta? la delinquenza che terrorizza e vandalizza autobus e metropolitane dopo una certa ora, che famo? le strade da rattoppare e il traffico? Che fine hanno fatto le cooperative che si fanno carico dei richiedenti asilo? e Mafia Capitale...), salvo a papa Francesco che tutto immaginava di trovare a nella Santa Sede lo stesso desolante spettacolo che aveva lasciato a Buenos Aires, è un dato di fatto che nonostante i molteplici sforzi dei mezzi d'informazione riesce comunque a prendersi il suo spazio sulla ribalta su cui si agitano urlatori, azzeccagarbugli, guitti, arruffapopoli, ballerine più o meno vestite. Non possiamo più aspettare che arrivino gli eroi a salvarci o gli uomini della provvidenza, perchè anche loro sono stanchi e se ne sono andati altrove per smettere di ricevere aceto ed escrementi o briciole in cambio dei loro sacrifici. Ora bisogna smettere di chinare la testa, inarcare la schiena e lasciare che i re delle belle parole si divertano e godano con le nostre terga, frugandoci nelle tasche per spillarci gli ultimi spiccioli, quelli che avevamo conservato per un caffè al bar e una copia della Gazzetta dello Sport da leggere in santa pace al bagno giusto prima di adoperarla al posto della carta igienica, come faceva mio nonno nei vecchi tempi di vacche magre e di guerre comandate da un maestro elementare che sbraitava da un balcone. Viva l'Italia dello sguardo dritto nella notte scura. Viva l'Italia che non ha paura....

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 immagine di Orazio Nullo "Good Luck and good night, Italy"

venerdì 24 febbraio 2017

Giovedì grasso...a chi?

Febbraio agli sgoccioli


di Claudio Montini

Ci avviamo alla conclusione del mese di Febbraio, il quale ospita tanto la ricorrenza di San Valentino che il carnevale col suo corollario di coriandoli e stelle filanti e maschere e carri allegorici di cartapesta, ma i problemi irrisolti e i malesseri e il degrado che impera in ogni ambito del vivere quotidiano non sembrano avere trovato nè antagonisti validi nè soluzioni innovative e geniali. I compilatori di oroscopi televisivi seguitano a spostare in avanti l'età dell'oro, o dell'acquario se preferite, ovvero quel momento dell'anno in oggetto in cui la migliore fortuna dovrebbe rendersi manifesta; da millenni, profeti e sacerdoti di ogni credo, del resto non fanno altro che rinviare alla vita oltre la vita l'avvento del Paese di Bengodi, quello in cui giustizia e pace e carità e libertà e felicità non siano più pallidi auspici ma capi saldi perennemente all'ordine del giorno: allora, dove sta la novità? l'emancipazione? la trasgressione? La storia si ripete sempre uguale, sono gli uomini ad avere la memoria corta; il mondo continua a girare intorno alla sua stella così come fanno gli altri nell'universo, con i loro poveri che si cibano delle briciole che cascano dalle tavole dei ricchi, con gli schiavi che cedono la vita e il sangue per un pezzo di pane in condizioni che credevamo di avere relegato ai ricordi di un passato remoto.  Avrei voglia di urlare, come nel film di Sidney Lumet "Quinto Potere" con Robert Mitchum e Faye Dunaway, ma non mi sentirebbe nessuno e non servirebbe a niente: come esaltarsi per gli alti dati d'ascolto del Festival di Sanremo o farsi venire il mal di pancia per la scissione farsa di un partito politico o peggio ancora per uno stadio di calcio da costruirsi al posto di un ippodromo diroccato. Qui per sognare mi tocca dormire, perchè non suono più da parecchio tempo....per fortuna riesco ancora a scrivere, a trasmettere qualche idea spingendola dentro bottiglie che affido al mare magnum di internet.

(c) 2017 testo di Claudio Montini
(c) 2017 immagine di Orazio Nullo "Primeval ocean"

mercoledì 22 febbraio 2017

Costituzione della Repubblica Italiana - Articolo 13

PARTE I

DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI

TITOLO I


ARTICOLO 13

La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, nè qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di effetto.
E' punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2015 Immagine di Orazio Nullo "Doll's house" - Atelier des pixels collection

lunedì 20 febbraio 2017

Dalla cambusa di Zio Propano: Ravioli antidepressivi gustosi e naturali!


RAVIOLI EXTRA LARGE

di Zio Propano

Accadde che una sera, a ridosso di Natale, complice il ricovero in un centro medico specializzato per la riabilitazione neurologica e motoria della sua Jena Sabauda scelta per la vita, Zio Propano si sentisse particolarmente malinconico e depresso e incline al pianto. Come cantava Mastro Titta ne "Rugantino" di Garinei e Giovannini (impareggiabile l'esecuzione di Aldo Fabrizi negli anni '60 del secolo scorso, quando debuttò questo musical made in Italy: si nun ve lo ricordate...annatevelo a vedè su iutubbe! [se non ve lo ricordate...andatevelo a vedere su youtube] ) "...una donna dentro casa, è un'altra cosa!" e via con un gran sospiro, per mandar giù il nodo in gola e guardarsi intorno per cercare qualcosa che tenesse impegnata la mente finchè il dio del sonno non reclamasse la sua parte.
Aperta un'anta a caso della credenza, scorto il mattarello di legno che da troppo tempo riposava inoperoso come il suo compare tagliere, la lampadina si accese dentro la scatola cranica del solitario cuciniere: da tempo vagheggiava di prepararsi dei ravioli di magro, per il venerdì, da alternare agli spaghetti al pesto con fagiolini e patate (di cui vi dirò un'altra volta) nel giorno in cui rinunciava alla carne come se si fosse durante la quaresima cattolica.
Non era un recupero di antiche tradizioni familiari, ma soltanto un tentativo di dare ordine al caos che la malattia di una persona cui vuoi bene porta nelle abitudini della vita quotidiana: per non perdere calma e lucidità, bisogna darsi delle regole, delle priorità, dei programmi anche nelle cose più banali e attenervisi con pervicacia non può fare altro che migliorare la qualità dell'attesa che, dopo la tempesta, torni il sereno e si riesca a ritornare in porto per le riparazioni.
Dunque, sul piano teorico, non mancava nulla a Zio Propano poichè disponeva di una pubblicazione di una cuoca televisiva bolognese che univa sagacia, sintesi e senso pratico nel suo testo; i ricordi di bambino curioso, che osservava e aiutava, come poteva, le nonne a preparare quelli classici col ripieno di carne, erano più vivi che mai; sul piano pratico, mancava proprio la raviolatrice ovvero la vaschetta divisa in scomparti dai bordi zigrinati che davano ai ravioli la forma quadrata coi bordi dentati, come le greche che si disegnano da bambini prima di imparare a scrivere.
Ferri...da sfoglino!!
Siccome lo Zio non è zio per niente, decise che i suoi avrebbero avuto i bordi lisci e dritti: bastava che non s'aprissero in cottura e, in ogni caso, se li sarebbe mangiati lui o il cane Leone; si ricordò di una vaschetta per fare i cubetti di ghiaccio che, un tempo, insieme ai porta uova, faceva parte della dotazione standard di ogni frigorifero congelatore per uso domestico: gli alveoli a forma di tronco di piramide a base rettangolare avrebbero generato ravioli extralarge; il mattarello e il tagliere c'erano già mentre per separarli si sarebbe servito di una spatola da pasta al forno particolarmente sottile o della rotella per tagliare la pizza; non restava che procurare gli ingredienti.
Un momento: e il ripieno? Niente paura: aveva avanzato un discreto quantitativo di farcia con cui aveva caricato le Canoe di zucchine, che aveva fatto qualche giorno prima e che riposavano nel congelatore (non cominciate a mugugnare...che fra qualche riga vi rispiego come fare il ripieno, buono per le zucchine come per i ravioli!) e li avrebbe riempiti con quella.
Intanto, per la sfoglia, procuratevi:
  • 200 grammi di farina di grano tenero 00 (oppure miscelate 100 grammi di farina di grano tenero 00 con 100 grammi di semola di grano duro)
  • 2 uova di gallina medie (i gusci potete anche buttarli: non servono all'impasto)
Versata la farina in una ciotola e rotte le uova, con una forchetta cominciate a incorporare tra loro farina e uova fino a ottenere un'amalgama uniforme e a raccogliere tutta la farina in forma simile a una palla; spolverate di farina il tagliere e iniziate a manipolare l'impasto per almeno un quarto d'ora, ripiegandolo più volte su se stesso e rimpiazzando la farina che scompare dal tagliere (altrimenti l'impasto si appiccica sulla superficie); quando vi sembra abbastanza elastico, ovvero che mano a mano che piegate e schiacciate vi sembra di sentire scoppiettare la pasta (come dicono le "sfogline" vere), avvolgete la palla con pellicola per alimenti e lasciatela riposare in frigorifero: più riposa e meno faticosa sarà da tirare con il mattarello, diciamo una mezz'oretta.
Nel frattempo, se non ce l'avete avanzato o pronto, vi passo la lista della spesa per il ripieno:
  • 2 carote (arancioni....mbeh? Ci sono pure quelle viola e quelle gialle...che non lo sapevate?) di media grandezza (non state a misurarle col centimetro da sarta o col calibro...)
  • Mezza cipolla (bianca o gialla per me pari sono!)
  • 1 gambo di sedano verde
  • 70 grammi di formaggio grana (padano, parmigiano reggiano, trentino...)
  • 50 grammi di formaggio emmenthaler (svizzero è meglio, tedesco non è male)
  • 50 grammi provolone piccante (è solo un po' più stagionato)
  • 70 grammi di mozzarella di latte vaccino (poco più della metà di quelle normalmente in commercio: la parte che non usate siete autorizzati a mangiarvela come snack durante la lavorazione della ricetta.)
  • 80 grammi di tonno in scatola all'olio d'oliva (una scatoletta: l'olio e la latta potete buttarli)
  • 4 o 5 cucchiai da tavola di pane grattugiato (quello già pronto in commercio va benissimo)
  • 2 cucchiai da the di pepe nero in grani
  • 1 uovo intero (ma non il guscio, mi raccomando)
  • un pizzico di sale e uno di peperoncino, se volete dare una scossa alla vostra vita!
  • 2 spicchi d'aglio (se non avete incontri galanti in programma: ma vi assicuro che nemmeno si sentono...)
Tranne l'uovo e il pane grattugiato, tutto il resto va tritato: l'ideale sarebbe farlo con un tritacarne (sì, come quello della nonna, a manovella...) ma un normale mixer tritatutto assolve benissimo al compito. Versate il triturato in una ciotola e unitevi il pane grattugiato, per fare asciugare l'acqua in eccesso e dare compattezza; aggiustate con un pizzico di sale e uno di peperoncino macinato quindi unitevi l'uovo intero che legherà il tutto dandogli l'aspetto di una pasta morbida e malleabile: via anche lei in frigorifero a riposare e pronti a tirare la sfoglia. Aspergete di farina il tagliere e il mattarello, tagliate in due o più parti la pasta e cominciate a stendere il primo pezzo, mentre gli altri riposano di nuovo in frigorifero avvolti nella pellicola; il movimento sul mattarello sarà dal centro all'esterno, ribaltando la sfoglia e infarinando il piano al bisogno, finchè non vi sembrerà tanto sottile da intravedere le venature del tagliere di legno.
Posate la sfoglia sulla vaschetta dei ghiaccioli e cominciate a riempire gli alveoli premendo delicatamente la farcia per fare aderire la sfoglia alla forma; ricoprite col resto della sfoglia e ritagliate l'eccedenza con la spatola, che vi servirà anche per premere la base di sfoglia e sigillare i ravioli; ora capovolgete sul tagliere la vaschetta e, se avrete avuto l'accortezza di sporcarla di farina, essa vi restituirà dei ravioli extralarge che dovrete solo separare con la rotella da pizza o con la stessa spatola, per andarli a disporre su un vassoio infarinato ad asciugarsi.
Quadrotti e tagliatelle striscioline
Se la sfoglia eccedente lo consente si ripete l'operazione, altrimenti la si ritaglia in striscioline o in quadrotti da fare in brodo, come una normale pastina all'uovo, e si passa a lavorare un'altro pezzo di pasta con mattarello, farina e olio di gomito; ovviamente, se avete a disposizione la macchina per tirare la sfoglia (quella che mia nonna tirava fuori solo per le feste comandate e nominava con l'enfasi dovuta alla più alta espressione tecnologica italica, "l'Imperia", quella a manovella e rulli a distanze regolabili con trafilatrice per tagliatelle, sempre a manovella), farete molta meno fatica e ridurrete i tempi di produzione, ma otterrete lo stesso benefico effetto sul morale e sulla psiche. Infatti, come scrisse il poeta latino Virgilio, nelle Georgiche, Labor vincit omnia ovvero La fatica vince ogni cosa: vi garantisco che arriverete al punto di auspicare che il ripieno o la pasta da ridurre in sfoglia terminino rapidamente, anche non contemporaneamente; così i pensieri foschi, che vi angustiavano prima di mettervi all'opera, lasceranno rapidamente il posto al desiderio di sedervi ad ammirare i frutti del vostro impegno, proprio come è accaduto a Zio Propano che quella sera andò a dormire soddisfatto della sua prima volta da "sfoglino" e dei suoi primi cinquanta ravioli. Ancora più soddisfatto, anzi, piacevolmente sorpreso quando per Natale si portò in tavola i primi venticinque: li fece cuocere in acqua salata bollente, come una pasta qualsiasi, per cinque minuti e li scolò in un tegame ampio e dai bordi alti in cui aveva fatto sciogliere 80 grammi di burro, tre filetti di alici sottolio, uno spicchio d'aglio tagliato a fette sottili, 20 grammi di doppio concentrato di pomodoro, numerose foglie di rosmarino (almeno una quindicina di grammi), prezzemolo, un mestolo di acqua di cottura, un pizzico di peperoncino in polvere. Naturalmente anche il cane Leone ebbe la sua parte che, dopo un breve esame preliminare, spazzolò via approvando l'esperimento. Provare per credere...e buon appetito!


© 2017 Testo di Claudio Montini
© 2016 Fotografie di Claudio Montini







giovedì 16 febbraio 2017

Libero arbitrio...arrivederci Dino Bettamin da Montebelluna!

Dino Bettamin e la sua scelta dignitosa
di Claudio Montini

Dino ha scelto di addormentarsi per sempre, non ce la faceva più a portare quella croce, a mordere e sbocconcellare brandelli di attimi di vita grazie alle macchine o alla chimica, a perdere ogni istante di dignità e di intimità dipendendo dalla pietà e dal mestiere di chi ti deve accudire per ogni ora del giorno. Dino ha scelto di morire, mi ostino a pensare che abbia scelto in tempi non sospetti, cioè quando tutti intorno a lui, mentendo spudoratamente, giuravano che quel giorno sarebbe stato lungamente di là da venire e che nel frattempo avrebbero fatto di tutto perchè ogni giorno fosse pieno di senso, di cose da fare, di voglia di vivere. Dino ha scelto di andare incontro alla fine nel modo più sereno e dolce e dignitoso che l'uomo, il filosofo, il legislatore possano mai immaginare e concepire da qui a trenta secoli indietro nella storia dell'animale presuntuoso e intelligente: dormire, forse, sognare... Perchè quando si dorme, si entra in un'altra dimensione, in un altro spazio, in un altro tempo in cui non c'è bisogno di bere nè di mangiare, di respirare nè di sudare, di correre nè di stare fermi: il destino trova la strada da sè, ci viene incontro e ci porta altrove in altre piazze, in altre stanze, in altre sacrestie e forse in altre cattedrali da una terra di nessuno, il sonno appunto, a un nuovo universo fatto di regole eterne e sempre nuove ma lontano dalle meschinità della valle di lacrime alle nostre spalle. Dino era affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica, SLA, aveva fatto il macellaio nel suo paese (Montebelluna in provincia di Treviso, Regione Veneto) fino a cinque anni fa, probabilmente alle soglie della pensione (allora ne aveva 66 di anni), quando gli è stata diagnosticata la malattia neurologica degenerativa impedisce progressivamente il controllo del proprio corpo, compresi i movimenti automatici o involontari tra i quali la respirazione. Dino ha deciso che il culmine del suo personale Monte Golgota fosse lì davanti a lui e ha chiesto di poter piantare lì la sua croce per poter andare incontro a Colui che Lassù Risiede, sognando di essere ancora una volta dietro al bancone della sua macelleria a preparare bistecche e arrosti o a ripulire gli attrezzi del mestiere. Lo ha chiesto ai sanitari che lo seguivano e che lo hanno fatto perchè è previsto dai protocolli: non ha chiesto niente di più di quello che è possibile fare, non ha chiesto niente di più di quello che è lecito fare per pietà verso la sofferenza altrui, ha voluto soltanto restituire l'amore ricevuto troncando la litania dolente di uno stillicidio. Perchè anche chi ama e vive accanto a un paziente incurabile soffre la medesima pena, patisce la medesima impotenza, geme dello stesso dolore. Chiunque abbia approfittato di questa vicenda per mettersi davanti a un microfono o una telecamera, perorando le ragioni per cui essere a favore o contro l'eutanasia, come disse un falegname di Palestina oltre venti secoli fa, farebbe bene a legarsi una macina di mulino al collo e gettarsi nel mare: anzi, non ne avrebbe neppure bisogno dato che ha dimostrato di averla già, una pietra, al posto del cuore.

(c) 2017 Testo di Claudio Montini
(c) 2016 Immagine di Orazio Nullo "Cathedral on the sea" - Atelier des Pixels Collection

sabato 11 febbraio 2017

Costituzione della Repubblica Italiana - Articolo 12

ARTICOLO 12


La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.


Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2011 Foto di Claudio Montini al Forte di Bard (AO) (Italy), ingresso dal borgo.

Costituzione della Repubblica Italiana - articolo 11

ARTICOLO 11


L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.


Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2012 Foto di Claudio Montini "Castello di Arenzano (GE)" (Italy) sede municipale del Comune di Arenzano (Genova - Italy)

venerdì 10 febbraio 2017

Incantesimo, in rima, del mago Pompelmo....anche stavolta mi è scappata una poesia!


IL MAGO POMPELMO

di Claudio Montini


Il mago Pompelmo mima espressioni strane,
però si vede che è buono come il pane.
Lo si capisce subito dalla faccia
soffice e fragrante come una focaccia
che anche quando parla straniero,
muovendosi guardingo e severo,
non è un'ombra insana che terrorizza
ma un abbraccio gustoso come una pizza!
Osserva attento le figure e la gente,
registra e ascolta facendo finta di niente,
canta per sè e per la via sorride e saluta
regalando agli sconosciuti una battuta,
un motto divertente o un cenno di conforto
a chi si è svegliato col lunario storto.
Il malumore, per lui, è come un temporale:
sciolte le nuvole a terra, in cielo torna il sole;
in alto mare cala il vento e si placa la burrasca
si spalancano usci e finestre all'aria pulita e fresca.
Sempre che non si comprima nella testa
ma passi dai polmoni al cervello più che lesta:
polemiche e imprecazioni non incollano i cocci,
nemmeno spazzan via polvere e calcinacci,
anche se lamentarsi o trarsi da sè d'impaccio
costano ugual fatica, son lo stesso lavoraccio!
Ci vuole ossigeno fresco per le meningi,
pace per chi è caduto, ma chi resta si arrangi:
soffiate via la nebbia del rancore e della paura,
ricominciare da capo è sempre più dura
però sarà più lieve la vita tra un sorriso e una risata.
Fuorchè d'una, ogni disgrazia può esser aggiustata
con magia da tutti conosciuta:
cuor contento il ciel l'aiuta.
Tanto questo è il sortilegio e l'incanto
di cui, in rima, mago Pompelmo mena vanto.


© 2017 testo Claudio Montini 
© 2016 foto di Orazio Nullo

lunedì 6 febbraio 2017

Costituzione della Repubblica Italiana - Articolo 10

ARTICOLO 10


L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità della norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha il diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

Testo tratto da "Costituzione della Repubblica Italiana" ed. 2011 distribuita da "La Provincia pavese" con il numero del 17 marzo 2011 festa dell'unità nazionale, della costituzione, dell'inno e della bandiera.
(c) 2015 Immagine di Orazio Nullo "Nowhere Island" da Atelier des pixels collection


venerdì 3 febbraio 2017

Letti & Piaciuti: Davide Longo "MAESTRO UTRECHT" NN Editore (2016)

ROTOLA IL CERCHIO 
DELLA VITA


Davide Longo
MAESTRO UTRECHT
NN Editore (2016)


di Claudio Montini

Sin dai tempi dei classici greci, era in cui per convenzione eurocentrica si colloca la nascita della cultura cosiddetta occidentale, il sogno di ogni insegnante è sempre stato quello di compilare il manuale definitivo, nelle intenzioni del compilatore anche perfetto, ad uso e consumo dei propri discepoli e di tutti coloro che sarebbero succeduti ad attingere a tal fonte del sapere. Fortunatamente, molti si sono limitati a concedere, a pochi eletti, appunti e schemi procedurali con cui preparavano di volta in volta le lezioni: in fondo ad ogni artista, del resto, si cela un solerte e permaloso artigiano geloso della propria sapienza conquistata in anni di gavetta e di prove ripetute. Altri si sono gettati stoicamente nell'impresa di mostrare al mondo come si fa a far fortuna quasi dovessero dettare le dosi per un pranzo di nozze regali: e guai a sgarrare, pena l'oblio e la dannazione eterna; alcuni, infine, hanno scelto una via ardua e impervia e fragile quanto un ponte di corda e assicelle di legno sospeso su un orrido (o burrone, se preferite), tappezzato di muschi e ribollente di schiuma di torrente impaziente di farsi fiume e correre al mare: costruire una storia o una serie di racconti che si intrecciano e si intersecano aventi come perno un personaggio ignoto e il suo investigatore, cacciatore e inquirente di una preda inconsapevole, per infarcirla di tutte quelle cose da trasmettere ai propri discepoli scommettendo sulla sensibilità critica e analitica del proprio uditorio, ovvero illudendosi che dall'esempio o dall'aneddoto tutti sappiano trarre la legge o la regola universale per il successo o, almeno, una pacifica soddisfazione. Purtroppo, è quel che accade a Davide Longo in MAESTRO UTRECHT (N N Editore, 2016) che confeziona una favola moderna alla Italo Calvino, quello dello stralunato Marcovaldo e del Castello dei destini incrociati, in cui è forte la anche la presenza dei tormenti di Cesare Pavese, con gli influssi della luna e i riverberi dei falò, così come le luci e le ombre di Carlo Cassola e Carlo Fruttero in cui anche la realtà è un'ipotesi poichè ognuno di noi, dello stesso fatto, ricorda e riferisce cose diverse destinate ad essere trascinate via dalla risacca instancabile, beffarda e implacabile del mare nel quale Hemingway andava a pescare e vedeva un vecchio sconosciuto e cocciuto cercare di farsi restituire un poco di fortuna o di riscatto rubato dai flutti e dai pescecani. Troppo bello per essere vero: infatti, si vira verso la trama di una puntata di CHI L'HA VISTO e il neorealismo per arrivare alla fine, già nota e scontata, la morte senza colpevoli e senza moventi di Maestro Utrecht che si è trasformato più volte, nell'aspetto e negli atteggiamenti, lasciando il lettore sempre più disorientato come se la storia fosse divenuta un labirinto di specchi da cui si esce, appunto, fermandosi di fronte al dato di fatto del rapporto di polizia sul decesso e sul funerale cui presenziano due poeti e una poesia per il defunto, unici testimoni del commiato di uno sconosciuto da questa valle di lacrime. MAESTRO UTRECHT è un pretesto per Davide Longo, già romanziere e autore di testi teatrali e radiofonici oltre che insegnante di scrittura alla Scuola Holden (fondata da Alessandro Baricco), per mettere in rassegna tutto quello che uno scrittore non, ripeto, non deve fare per provare a scrivere con un certo successo e soddisfazione propria e di chi lo andrà a leggere: un buon avvio giocato sul registro della favola surreale che, però, poi si perde per trasformarsi in indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e decisamente fuori dagli schemi; un pizzico di introspezione psicologica che non deve mai mancare, secondo i canoni della letteratura moderna; dialoghi serrati e scorrevoli, quando servono a disegnare ambienti e situazioni, staccando magistralmente (ci mancherebbe) dal soliloquio del narratore; l'esposizione dei proprio metodo di lavoro e uno spiraglio sulla vita privata dell'autore come a scusarsi del fascino morboso per l'esistenza altrui; una bella citazione riportata senza rivelare la fonte, riguardo al rapporto tra l'essere umano e l'amore (quel passo mi è sembrato di averlo già letto altrove, ma non ricordo dove...), la quale rende magnifico e altamente lirico il finale di un capitolo che comincia a mostrare la fatica di uscire dal labirinto delle ipotesi con le poche prove e testimonianze racimolate, mentre la vita reale prosegue e bussa alla nostra porta con le sue esigenze. A questo punto, il lettore si aspetta il colpo di scena, il lampo di genio, l'idea non ponderata che, grazie alla fantasia sfrenata di cui lo scrittore dovrebbe essere proverbialmente dotato, colma i vuoti e unisce i segmenti e mette in ordine i dati raccolti dal cronista di vita altrui suggellando con grazia e garbo sovraumano la fiaba moderna da cui, nelle prime pagine, è stato piacevolmente attratto e affascinato: ma in MAESTRO UTRECHT il miracolo tipico del romanzo, questa volta, non si compie, come il sangue di San Gennaro che non si liquefa ma a Napoli la vita continua ugualmente. Se ai napoletani resta comunque intatta la fede nel loro santo patrono e la speranza che la prossima sia la volta buona, a me resta il piacere di essermi imbattuto in un bellissimo italiano, inteso come lingua della narrazione, con tutti gli elementi della frase e del discorso esatti e concordanti tra loro, mai ridondanti e mai ripetitivi e mai banali, supportati da una attenta e intelligente punteggiatura che da vita a una prosa avvolgente, affascinante e lieve tanto da scorrere per gli occhi nella mente (talvolta anche nell'anima) come acqua fresca e dolce e pura e viva per chi ha attraversato il deserto di Atacama in cerca delle sue rose. Forse Davide Longo in MAESTRO UTRECHT (NN Editore, 2016) le ha trovate o forse si è arreso al rotolare del cerchio della vita [...] perchè tutto scomparirà, amici miei [...]come una nave che poco a poco si allontana dalla costa (pag.156). Io, invece, le sto ancora cercando perchè non mi accontento di un bel giro di parole ma cerco, in uno scritto, quel che tutte le campane andranno a sfidare, che gli inni sacri a glorificare, che va gridando forte nei portoni che sta nella natura e nella bellezza, quel che non ha giudizio nè mai ce l'avrà, quel che non ha paura nè mai ce l'avrà, quel che non ha misura... (Ivano Fossati)


© 2017 Testo di Claudio Montini

© 2017 Foto di Orazio Nullo